«Ecco come i percorsi di sofferenza possono trasformarsi in percorsi di riconciliazione »
Li vedono incontrarsi, Anna e Giancarlo, per la prima volta alla stazione. In assoluto, il posto più romantico che c’è. In quelle condizioni, poi: sotto il sole d’agosto, rovine dappertutto e gente commossa, più commossa che sudata. E’ che c’è stato un incidente: la “più grande strage della storia repubblicana” li riguarda tutti e due. La volta successiva è all’obitorio per il riconoscimento: del fratello, lei, del suo più caro amico, lui, ma anche di quel che può esserci tra loro. Non perdono tempo a familiarizzare: cupido, per un
caffè fuori, è l’odore di vita che vien da quei cadaveri. Avere vent’anni e amarsi in mezzo al dolore è tutt’uno. Non ne parleranno molto perché c’è ben poco da dire e niente da capire: avere una storia nel bel mezzo della Storia non è roba per ventenni. Smetterla, nemmeno. Scambiarsi un bacio tra estranei, mescolati dietro un porticato di Bologna, può sembrare assurdo ma è facile e permesso quando la follia intorno a te sembra imperversare. Tenersi, poi, la mano, forte, è tremare liberamente con la scusa della rabbia, quando al comizio dopo i funerali urlano dal palco che tutto questo è colpa del nemico. E’colpa dei fascisti. A. e G. scelgono di non lasciarsi. E dunque di non lasciare perdere. C’è una verità da qualche parte ed occorre faccia la fermata pure in quella stazione. L’impegno nell’Associazione parenti delle vittime li può tenere uniti senza dirsi Ti amo.
OCCHI DI RAGAZZA - Per fortuna, la giustizia trova i colpevoli praticamente subito. Sono due ragazzi della loro età. Un maschio e una femmina. Li vedono incontrarsi, entrambe le coppie (sposate) mano nella mano, in un’aula bunker. Domande dappertutto, risposte inascoltabili. I due colpevoli sorridono. Giancarlo, è inevitabile che studi lui. Ha guance perennemente tinte di rossore e lineamenti troppo delicati per chi dà la morte. Sembra sfidare il giudizio universale guardando tutti dall’alto in basso. Ride persino in faccia a chi tra le povere mamme farfuglia, vedendo che non abbassa gli occhi, maledizioni e biasimi in uno sconnesso italiano. Se ti chiamano assassino e mostro, che tu lo sia o meno è naturale alleggerire con la beffa il peso dell’accusa: reagirebbe così chiunque. “Fossi lui, forse così anch’io”: il solo pensiero di condividere qualcosa di umano con quello che a rigor di logica è la belva fa trasalire d’inadeguatezza la vittima orgogliosa che cova in Giancarlo. Il quale cerca subito, per istinto di conservazione, un legame fisico al ricordo. Per fortuna, Anna c’è. Sta osservando, accanto a lui, lei, la strega. Ha occhi enormi, anche senza trucco. Sembra vivere quei folli momenti come un premio da gustare in silenzio, di quelli che se parli poi ti svegli. Anche lei sorride in giro ma per non lasciare solo il suo compagno. Smette subito quando li vede, A. e G. che respirano con una mano, come una coppia: quel che le due donne si scambiano, serene, sarebbe reato di complicità in qualsiasi tribunale d’uomini. Entrambe lì, prigioniere ma amate, nella stessa (ma solo grazie ad essa) maledetta, benedetta, prigione. Stramaledetta, per ora. Quando i due colpevoli ritornano innocenti in appello, A. e G. prendono quell’assoluzione come una condanna per loro. Per il loro innominato amore. Diventano colpevoli. Ufficialmente (lui è un uomo, rimandando sempre si lascia vivere) è la ragazza che ci ha ripensato. Chissà, magari si è resa conto che fare sul serio è possibile se, non avendo nulla da perdere, te lo puoi permettere. Quando hai una storia nata sui tuoi morti, è grave e non si fa. Ed a vent’anni non hai ancora la pigrizia di prendere atto e quel che è fatto, è fatto: troveresti impossibile e gravissima persino l’evidenza. Magari hai solo rimpianto e invidiato l’onestà incosciente e animalesca nei squadernati sentimenti dei tuoi carnefici.
LUI HA LE MANI, VIA GLI OCCHI - Lui forse ha un’altra, lei nel frattempo si è lasciata corteggiare. Legami labili, per questo indistruttibili. Continuano comunque a frequentarsi in amicizia e colleganza: c’è un
Appello da rifare, c’è un paese che deve collaborare. Si odiano. Persa la stima aspettano si logori pure l’amicizia. Quell’attesa che li costringe insieme è interminabile. Una sera, lui arriva a tifare per l’avversario. Che si chiuda pure qui, sconfitto lui e sconfitti tutti, pur di non continuare. Ma per fortuna se non ti uccidono, si sopravvive. Sono anni un po’ così. Lui va in giro a dire a tutti che è finita, in generale, che non ci crede. Una buona scusa, il fallimento, per giocare al vecchio saggio della vita ed adescare ragazzotte che hanno bisogno di una scusa demodé. Ha un metodo infallibile, ora che è cresciuto dando la colpa al suo paese (e non al tempo) se ha perduto ogni illusione. Delle belle dice che ci fa sesso. Con le brutte se la cava sospirando che è ormai tardi e, spiacente e si rivesta, non può più innamorarsi. Mente come un porco aspettando senza accettarlo un fischio. Come tutti quelli che abbandonati sull’autostrada abbaiano alla luna mordendo il dito che gliela indichi. Lei, invece, rimane sola. Essendo donna, è fortunata: non ha bisogno che si sappia nulla di quel che le è successo veramente. Dei tradimenti di se stessa, infatti, non ne saprete niente. Niente di che: i due fanno il vecchio gioco dei due sessi con le facce nuove, le loro. Nel frattempo lo scenario cambia e decide al posto di Anna e Giancarlo. La giustizia li libera dal senso di colpa condannando e poi ri-condannando in via definitiva i colpevoli di strage. Ora forse se ne può parlare. E dirsi (quasi) tutto. Non si è più tanto giovani, non si ha più tanto da aspettare e da rimuginare. Si è fatta pure qualche esperienza, non si possono così più avere rimpianti e tentazioni. Al sicuro da impreviste esplosioni di ogni possibile tipo, sono in una botte di ferro. A. ama G, punto. G, a questo punto, stando così le cose ama A.



