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I trucchi dei super ricchi per non pagare le tasse

La lotta all’evasione fiscale va di moda in questi giorni. Negli Stati Uniti il Congresso ha messo alla sbarra Apple per le sue pratiche di elusione fiscale, mentre oggi i leader europei si incontrato per forgiare un nuovo trattato contro chi non paga le tasse. In questi anni però la pratica dell’elusione è cresciuta a dismisura, anche per i metodi sono completamente legali, e sfruttati in primis dalle grandi multinazionali.

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LOTTA IPOCRITA – Dall’esplosione del caso Offshore-Leaks in poi la parola d’ordine dell’Occidente in crisi fiscale permanente dallo scoppio della grande contrazione economica è lotta dura a chi non paga le tasse. Anche il santino di Steve Job sarebbe stato più che sfigurato dalle accuse rivolte ad Apple in questi giorni dal Congresso degli Stati Uniti, che ha evidenziato come l’azienda dell’iPhone abbia cercato in modo sistematico di pagare la quantità minore possibile di tasse che gli competevano. Anche l’Europa si è impegnata in queste settimane a lottare contro l’evasione fiscale, affidando alla Commissione di Bruxelles la delega alla firma di nuovi trattati con la Svizzera sul punto, e cercando di eliminare il segreto bancario dai paesi membri dell’Ue che ancora lo tutelano. Oggi si svolgerà un Consiglio europeo per suggellare un nuovo trattato contro l’evasione fiscale, al fine di recuperare le ingenti risorse perdute proprio grazie alle normative di tanti stati dell’Unione.

METODI LEGALI – Secondo stime, da prendere come sempre con il beneficio di inventario in questi casi, le pratiche di elusione fiscale provocano un buco di mille miliardi di euro ogni anno, la metà del debito pubblico italiano. Una gran parte di questo denaro si trova nei paradisi fiscali. Le britanniche Virgin Islands hanno circa 30 mila abitanti, ma sono stati il secondo paese per investimenti diretti in Cina. In India invece il primo paese per investimenti diretti esteri erano le Mauritius, mentre Cipro lo era per la Russia. L’ipocrisi dell’attuale crociata anti evasione è rappresentata dalla relativa facilità, e quasi completa legalità, che i ricchi e le grandi società hanno nel minimizzare l’importo della loro tassazione. Come spiega Der Spiegel, il principio è molto semplice. “Si calcolano le prestazioni ed i prodotti aziendali in modo tale da far pagare i costi nei paesi ad alta imposizione fiscale, e i profitti nelle nazioni dove il peso della tasse è minore o praticamente inesistente come nei paradisi dell’offshore.

BUCHI EUROPEI – I trucchi sono particolarmente facili all’interno dell’Ue per le società che sfruttano i brevetti, o i diritti relativo al marchio. Queste imprese sono per esempio colossi come Google e Amazon. Il sistema prevede di abbassare il giro d’affari nei paesi dove vengono svolte le attività, e di spalmare i dividendi in nazioni a bassa tassazione come l’Irlanda, il Lussemburgo e l’Olanda, oppure in paradisi fiscali come le Bermuda. Il Lussemburgo ed i Paesi Bassi sono particolarmente amati perché hanno un codice fiscale specifico per la proprietà intellettuale, che prevede tassazioni particolarmente bassi. I diritti di licenza sono esenti da tasse in Olanda, e di conseguenza si fondano società di comodo in questo paese per evitare di pagare le imposte. Una specialità dell’elusione fiscale è il cosiddetto “Double Irish with a Dutch Sandwich”, la composizione di due società che hanno una holding nei Paesi Bassi. Attraverso queste tre entità le entrate pubblicitarie e le royalties sono spostate fino a far risultare i profitti praticamente esentasse, da far confluire poi in qualche società di comodo con sede nei paradisi fiscali. Un modello utilizzato, tra gli altri, da Google, che ha abbassato la sua aliquota fiscale sui profitti generati all’estero nel 2011 fino al 3,2%.

FUGA NEI PARADISI – Le critiche ricevute per questo sistema però non hanno toccato il Ceo di Google, Eric Schmidt, che si è detto orgoglioso per quanto fatto dalla sua azienda, definendo questo tipo di pratica “capitalismo”. Le società di Private Equity così come le fondazioni sono invece i maggiori beneficiari dei paradisi fiscali. Per massimizzare le rendite dalle loro partecipazioni, le società di Private Equity devono minimizzare il carico fiscale. L’offshore è al loro servizio: si fa nascere un fondo alle isole Cayman, questi fondi poi comprano attraverso una società consociata l’impresa che si voleva comprare. I dividendi prodotti da quest’ultima vanno così nei paradisi fiscali, così da massimizzare le rendite del fondo di Private Equity. Una possibilità simile vige anche per i ricchi miliardari che vogliono risparmiare sulle tasse da pagare senza dover emigrare come ha fatto Depardieu. Chi ha molto patrimonio può trasferirlo legalmente in un trust da collocare in un paradiso fiscale, così da ridurre significativamente l’erosione del suo capitale grazie all’assenza di tasse da pagare annualmente. Una chance sfruttata anche da molte famiglie ricche italiane, come rivelato dal caso Offshore-Leaks.