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Quei bambini con l’incubo del carcere

Ha soltanto 11 anni, ma Valeria non si sente una bambina come le altre. Per vedere suo papà,  deve varcare ogni settimana l’ingresso di un carcere milanese, vittima inconsapevole del reato commesso dal proprio genitore. Con lei c’è Gianni, il fratellino di due anni. Non ha ancora capito dove si trova, né cosa sia  successo. Al contrario, gli occhi di Valeria e il suo silenzio raccontano tutto il peso della discriminazione. Quella di una società che ti etichetta e ti “marchia”, come se fossero i bambini i responsabili degli errori dei genitori. La storia di Valeria è simile a quella di altri 100 mila ragazzini in Italia: tanti sono quelli che, ogni anno, entrano nelle 213 carceri italiane per trovare il papà o la mamma che si trova in regime di detenzione. A volte, anche entrambi. E che per questo sono oggetto di pregiudizi ed emarginazione sociale. Da dieci anni, nei tre istituti penitenziari di Milano – San Vittore, Bollate e Opera –  è l’associazione onlus “Bambinisenzasbarre  a occuparsi di loro, cercando di rendere meno traumatica un’esperienza già complicata per un adulto. E che rischia di rivelarsi psicologicamente devastante per un minore.

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I FIGLI DEI DETENUTI E ‘BAMBINI SENZA SBARRE’– L’associazione milanese cerca di offrire continuità al legame affettivo tra i detenuti e i propri figli, tutelando un rapporto considerato fondamentale per la crescita dei ragazzi. Lo spiega a Giornalettismo Lia Sacerdote, presidente della onlus. Un gruppo che punta a fare rete per condividere la propria esperienza: da Milano, l’attività di Bambinisenzasbarre è stata da poco emulata in altre realtà del territorio italiano, come Modena e Piacenza. Un progetto simile sta per partire anche nelle carceri campane di Napoli e Avellino, così come a Roma. Ma in cosa consiste l’attività dell’associazione? “Lavoriamo con il genitore detenuto e con i figli, che accogliamo ogni giorno nei tre istituti milanesi, dove siamo direttamente coinvolti”, afferma Sacerdote. Denuncia come i numeri siano poco conosciuti dall’opinione pubblica: il fenomeno è stato ‘fotografato’ due anni fa, attraverso una ricerca condotta insieme all’Istituto danese per i diritti umani. I piccoli separati dai genitori detenuti, che entrano in galera per incontrare il  genitore sono oltre un milione tra tutti i paesi membri dell’Unione Europea. Tra i 95 e i 105 mila soltanto  in Italia, secondo il sondaggio realizzato grazie al contributo di chi il carcere lo conosce bene, come gli educatori, gli agenti  penitenziari dei settori colloqui, le matricole. Dieci mila i ragazzini che varcano le porte degli istituti penitenziari meneghini, per trascorrere almeno mezzora con i propri genitori. Bambini costretti a sopportare sulle proprie spalle, nonostante la giovane età, un’esperienza che non dimenticheranno più, per il resto della loro vita. E che non può che segnarli inevitabilmente.

UNA RETE EUROPEA – Oggi Bambinisenzasbarre è membro del consiglio direttivo di Eurochips (European Network for Children of Imprisoned Parents). Una rete europea, fondata nel 2000, che ha sede a Parigi ed è presente in 15 paesi. “Sono stati proprio i francesi di Relais Enfants Parents ad avviare questo progetto: oggi sono quelli che hanno la maggiore esperienza nel settore”, rivela Sacerdote. In Francia la situazione è diversa rispetto a quella del nostro paese: “Le carceri transalpine sono più grandi e numericamente inferiori”, spiega.  Al contrario di quanto avviene in Italia, dove, in ogni provincia, è presente un istituto penitenziario. Senza dimenticare il problema del sovraffollamento: una violazione dei diritti dei detenuti alla quale la politica non ha ancora posto rimedio, nonostante le numerose denunce di chi, come l’associazione Antigone,  da anni si batte per la tutela dei carcerati. Ma quella delle sbarre è un’esperienza che segna la vita non soltanto di chi è obbligato a viverci, ma di tutti coloro che sono costretti a confrontarsi con quella realtà. Proprio come i figli dei detenuti. Sacerdote spiega come l’impatto con le mura carcerarie sia traumatico per soggetti che, come i più piccoli, ne sono completamente estranei. Ma il rapporto con il genitore resta fondamentale: “Mantenere una relazione, nonostante le difficoltà, è essenziale per la crescita del bambino”. Soltanto di recente c’è stato un cambiamento d’approccio in tema: “Fino a dieci anni fa si credeva fosse meglio tenere i ragazzi lontani da queste realtà, tanto che i servizi sociali consigliavano di aspettare l’uscita del genitore dalla detenzione”. In realtà, il bambino sta peggio se il genitore sparisce dalla propria vita: “E’ un legame che va conservato e alimentato, anche per permettere al bambino di fare una scelta di vita diversa”, aggiunge.

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Bambinisenzasbarre e le altre associazioni europee

LA STORIA DI GRETA –L’attività di Bambinisenzasbarre ha permesso di raccontare storie positive, di chi è riuscito a superare le difficoltà del passato e costruirsi una vita piena di dignità. Ci sono nuclei familiari che si sono ricomposti, grazie al mantenimento dei legami durante l’esperienza carceraria, una volta che sono terminati gli anni di detenzione. E bambini che riescono a concludere con risultati eccellenti gli studi. Sono storie come quella di Greta, una ragazza di ventitre anni che oggi è diventata a sua volta mamma. Aveva soltanto 4 anni quando è entrata per la prima volta a San Vittore, per incontrare la madre, in carcere come il papà. Al contrario, il fratello, di soli 11 mesi, restava con la mamma all’interno dell’istituto. “Tutta la mia infanzia è stata segnata da quella detenzione: un’esperienza che ancora oggi mi porto dietro, una parte della mia vita che non sarà mai risarcita”, rivelaa. Eppure ha avuto la forza di andare avanti. Ricorda i momenti e i sentimenti contrastanti di quando varcava la soglia del carcere milanese: “Un’esperienza complicata, incontravo mia madre sia in settimana che la domenica, non avevo mai un giorno per riposarmi. Lei mi mancava: mi arrivavano le sue lettere dal carcere, ma non era abbastanza”. Non mancavano le difficoltà: “C’erano lunghissime file, per fare i permessi e i pacchi. La sala colloqui non era predisposta per i bambini, era fredda, buia e affollata”. Gli incontri avvenivano insieme ad altri detenuti: “Tra me e mia mamma c’era un muro di marmo freddo a dividerci, non era permesso abbracciarsi. Quando entravo non riuscivo a trattenere le lacrime”, ricorda. Spiega come fossero i giorni di festa e le occasioni importanti i momenti in cui sentiva maggiormente l’assenza dei genitori: “Ricordo i compleanni passati senza mia madre, così come le feste di Natale. Ma anche il primo giorno di scuola, le recite di fine anno e il ritiro delle pagelle. Al contrario dei miei compagni, i miei genitori non c’erano. Mia madre era sempre lì, a San Vittore”, aggiunge. Assenze che in passato, quando era piccola, non riusciva a capire: “Ero arrabbiata, non sapevo con chi prendermela”. Sottolinea il peso dell’etichetta sociale: “Alcune mie amiche non potevano neppure venire a casa mia: mi si vedeva come la ‘figlia di una detenuta’, come se i miei genitori avessero ammazzato qualcuno. Non l’hanno fatto, hanno soltanto sbagliato, ma credo sia giusto perdonare”, afferma la ragazza. Oggi anche i rapporti, anche grazie al mantenimento di quel legame complicato, sono migliorati: “Le incomprensioni si sono appianate tra me e mia madre. C’è molta complicità, anche per la nascita di mia figlia Gaia”, aggiunge. Oggi è diventata il simbolo di una campagna, rilanciata anche attraverso una petizione online su Change.org. Nel testo si spiega, come, se si esclude la scomparsa di persone molto vicine al detenuto, ai carcerati non sia permesso essere presente a importanti eventi della vita familiare. “Per il bambino e l’adolescente l’assenza del proprio genitore alle proprie occasioni speciali è un’ulteriore sottolineatura della sua fragilità sociale, così come causa di discriminazione sociale”. Nell’immaginario del bambino, si rischia una sensazione di colpevolezza. Come se fosse lui stesso responsabile dell’allontanamento del proprio genitore. Per questo l’appello è al ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, affinché si conceda la possibilità ai bambini di poter trascorrere con i genitori detenuti, fuori dal carcere, i momenti più importanti della loro vita: dal primo giorno di scuola, al compleanno, passando per il giorno della comunione e della cresima per i credenti. “Non sono occasioni frequenti; ma se il genitore manca in questi momenti così importanti il ragazzino rischia di essere stigmatizzato e discriminato ancora di più”,  spiega anche Sacerdote.

Un disegno realizzato da un bambino in carcere
Un disegno realizzato da un bambino in carcere

I BAMBINI E L’INCUBO DEL CARCERE – Le stesse sensazioni provate da Greta, sono quelle raccontate anche da un’altra ragazza, Giovanna, oggi ventenne. Anche lei ha dovuto subire il peso della detenzione del padre. Non c’era altra alternativa che accedere in quel contesto così estraneo, per poterlo incontrare: “Dall’apertura del cancello, all’attesa nervosa per il colloquio, fino al ritorno a casa: ricordo ogni momento di quei giorni che hanno segnato la mia infanzia e poi la mia adolescenza”. Aveva soltanto 15 giorni quando il carcere aveva allontanato suo padre da lei: un luogo che inghiottiva per poche manciate di ore Giovanna e sua madre, rendendo quest’ultima sempre più identica al volto malinconico delle tante persone che insieme a lei attendevano il colloquio. “C’era poi la sveglia presto, l’irritazione per la perquisizione. Un disagio non ancora sopito, e la noia per la lunga, quasi infinita attesa”, spiega. Il sogno di oggi è una vita diversa, un futuro migliore del proprio passato: “Ma c’è una cosa che, nonostante tutto, non cambierei mai: l’affetto profondo per mio padre”, racconta. Ne è consapevole anche Paolo, il papà: per molto tempo si è sentito inadeguato come padre per lei, come il luogo dove era costretta ad incontralo per non rompere il legame, per non spezzare quel vincolo d’affetto. E non dimenticarlo. “Mi sono chiesto se  mia figlia credesse che fossi disinteressato alla sua vita”, ricorda. Ma oggi ha capito che l’affetto non è cambiato, nonostante la rabbia e gli errori commessi. Per Paolo il carcere ormai è dietro le spalle da 4 anni: adesso lavora nella sede di Bambinisenzasbarre e ne ha sposato in piena le campagne, proprio per averle vissute sulla propria pelle.  Ma c’è anche chi si trova ancora in carcere, come Livio, che continua ancora a trascorrere il proprio tempo, senza poter vedere crescere i propri figli, Valeria e Gianni. Ha capito i suoi sbagli: “Il finestrone della cella ti riporta alla realtà, ti ricorda dei giornali, dei flash, dello scandalo, dello stupore negli occhi di chi ti vuole bene”. Ma allo stesso tempo apre anche una dimensione parallela: “Ti catapulta con la mente fuori da qui: ti vedi in un parco a giocare con i tuoi figli, quando giovaci a pallone con Gianni e spingevi l’altalena con sopra Valeria”, ricorda. Sa che quel crimine oggi si ripercuote sulla vita dei suoi figli, vittime innocenti di un reato commesso da lui.

(Photocredit: Bambinisenzasbarre.org)

DISCRIMINAZIONI SOCIALI – Oltre a mantenere i legami affettivi tra genitori detenuti e bambini, l’associazione milanese intende cambiare la logica e la prospettiva delle relazioni e dei  colloqui. L’attenzione viene spostata sui diritti del bambino, quelli stabiliti all’articolo 9 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Un testo che sancisce il diritto di mantenere rapporti diretti e frequenti con i genitore dal quale i bambini sono separati, ‘salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo’. “Spesso si dimentica come dietro le persone recluse ci siano delle persone e come un giorno queste usciranno”, denuncia il presidente dell’associazione. Poca importanza viene riservata alla funzione rieducativa del carcere, mentre le istituzioni si limitano ad allontanare i carcerati dalla società, per esigenze di sicurezza. Secondo Sacerdote “per il bambino il proprio genitore non è una cattiva persona: ha sbagliato e ha commesso un reato. Ma per mantenere un rapporto costruttivo diventa essenziale staccare la figura dal comportamento sbagliato e per il quale il genitore sta pagando con la detenzione”, aggiunge. Ma le difficoltà per i bambini sono legati soprattutto all’aspetto sociale della propria condizione. I bambini vivono portandosi dietro un segreto: “Capiscono presto come non possano parlare della condizione del proprio genitore. Anche in casa, dove si accorgono come spesso per le madri sia un argomento tabù e come sia meglio evitare di affrontare l’argomento”. Senza dimenticare quei casi dove il rapporto tra genitori si è incrinato o spezzato in maniera definitiva dopo la condanna. Quando la notizia viene scoperta in pubblico, spesso i bambini rischiano di essere discriminati dal contesto sociale nel quale vivono, associati al genitore incriminato. Sacerdote spiega come sia necessario sensibilizzare l’opinione pubblica per far capire come sia incomprensibile emarginare un bambino soltanto perché figlio di un carcerato. “I casi che seguiamo mostrano come sia possibile permettere ai bambini di condurre delle vite normali, al contrario di chi viene emarginato: altrimenti il rischio è quello di ripetere gli errori del genitore”, denuncia. I dati raccolti da Bambinisenzasbarre mostrano una maggiore probabilità, per i figli dei detenuti che non sono seguiti e non mantengono rapporti, di seguire esempi negativi: “Nel 30 per cento dei casi rischiano di fare la stessa fine dei genitori: non bisogna isolarli”, spiega Sacerdote.

RAPPORTI COMPLICATI – Eppure, il rapporto tra genitori detenuti e figli non è certo semplice. “Aiutiamo i genitori a relazionarsi con loro, avendo la voglia di mettersi in gioco. Senza maschere”. Un percorso prima di carattere individuale, che permette al detenuto di comprendere quali sono stati i propri errori e cosa lo ha portato a commetterli. Per poi comprendere come gestire una relazione: “Basta essere se stessi, senza mentire”, svela. Sacerdote spiega come i bambini abbiano bisogno di semplicità e di trasparenza,  anche se molto dipende anche dall’età dei ragazzi. “I colloqui – da 6 a 8 ore al mese – sono molto importanti, ma di solito, durante quell’ora di dialogo, si finisce per affrontare temi non importanti. In un’ora dovrebbe succedere tutto, ma in così poco tempo è impossibile e non mancano le delusioni”. Per questo aggiunge come sia necessario “aiutare” il genitore a migliorare la qualità degli incontri.

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GLI SPAZI GIALLI – Fondamentale diventa predisporre le strutture in modo adeguato, facendo sì che il carcere si attrezzi verso l’accoglienza dei bambini. “Non vale soltanto per l’ambiente. E’ necessaria la formazione del personale; con i nostri progetti ci occupiamo di preparare psicologi, educatori e operatori penitenziari, come stiamo facendo in Lombardia”. Ricorda la realtà degli spazi gialli, il modello pensato per le tre carceri milanesi e che Bambinisenzasbarre vorrebbe adesso esportare in tutto il territorio italiano. “Un luogo integrato socio-educativo, all’interno del carcere, dove sia le famiglie che i bambini si preparano al colloquio con il genitore detenuto”. Un luogo dove i bambini possono anche giocare e rilassarsi, per stemperare la tensione dell’incontro. E che permette di rendere più comprensibile la realtà carceraria, perché elaborata insieme. Sono momenti delicati, perché i bambini – spesso nervosi – si trovano da soli, dato che gli adulti che li accompagnano sono occupati da una serie di pratiche burocratiche: “Dove questo spazio è assente, i bambini sono costretti a fare la fila con i genitori. A volte anche per ore, prima di poter dialogare con il genitore detenuto”, rivela Sacerdote. Gli spazi gialli, invece, consentono ai figli dei detenuti di prepararsi insieme e condividere un’esperienza che resta “più grande di loro”:  “Il colloquio è un momento molto ansiogeno, così come la sua preparazione. I bambini vengono perquisiti, a volte sono impauriti dai cani antidroga”, spiega. Un percorso al quale devono essere accompagnati: fino al colloquio, dove altri fattori rischiano di compromettere il dialogo. “Ci sono i casi frequenti dei conflitti familiari, che possono riflettersi sull’incontro e distogliere l’attenzione del genitore. Ma quell’ora per il bambino è decisiva”, ricorda Sacerdote. Dalla Lombardia, quasi un ‘osservatorio permanente’, il modello degli spazi gialli deve ora essere esportato nel resto d’Italia.

FONDI ISTITUZIONALI AZZERATI – Ma non mancano i problemi, legati soprattutto alla copertura economica del progetto. “Mancano i fondi”, denuncia l’associazione, costretta a ricorrere al sistema delle donazioni volontarie. “E’ una rete che si sta sviluppando. Ma non basta allestire uno spazio: serve preparare gli operatori e gli agenti di polizia penitenziaria che entrano a contatto con i bambini”. Operazioni che hanno un costo: Bambinisenzasbarre ha prima sfruttato fondi esteri per il finanziamento dei primi progetti. In seguito,  è stato fondamentale l’appoggio della fondazione Cariplo e l’accesso a bandi pubblici. “Oggi però i fondi istituzionali sono stati di fatto azzerati”, denuncia Lia Sacerdote. Proprio per ribadire l’importanza del tema l’associazione ha lanciato la petizione su Change.org, che ha già raccolto quasi 13 mila sostenitori.

MADRI DETENUTE E MISURE ALTERNATIVE – Ci sono poi anche altri ragazzini che sono costretti a vivere all’interno del carcere: è il caso dei figli delle madri detenute. In base agli ultimi numeri forniti dal ministero, a giugno dello scorso anno le donne in carcere erano 2820, rispetto agli oltre 66 mila uomini. Tra queste, il 90 per cento circa è madre: sono così 57 i bambini che crescono tra le mura carcerarie – nelle cinque carceri femminili di Pozzuoli, Rebibbia, Trani, Empoli e la Giudecca di Venezia – almeno fino al terzo anno di età (fino a sei, a partire dal 1 gennaio 2014). Nel 2002 era stata la Legge Finocchiaro a cercare di definire il sistema della detenzione domiciliare speciale: “La legge prevede però dei vincoli troppo stringenti: si potevano richiedere misure alternative per le madri condannate con bambini fino a dieci anni, ma soltanto per chi aveva già scontato un terzo della pena. Non si deve poi aver commesso reati di una certa gravità, bisogna avere un domicilio e non essere recidivi”, ricorda. In pratica, le donne che accedono a queste misure sono ancora poche: “Senza dimenticare come il terzo di pena iniziale sia la fase più importante per il bambino”, aggiunge Sacerdote. Una nuova legge in materia è arrivata nell’aprile del 2011: “Una norma fondamentale a livello di enunciato perché stabilisce che una madre con un figlio fino a 6 anni non può stare in carcere”. Salvo, però, se considerata un soggetto pericoloso o sia recidiva. “E’ stata cancellata la questione relativa al terzo della pena, ma per ottenere la misura alternativa resta obbligatorio avere un domicilio. Molto resta poi legato alla discrezionalità dei giudici”, aggiunge Sacerdote. Di fatto, la situazione non è cambiata: anzi, per un effetto distorsivo, con questa legge i bambini rischiano di restare in carcere fino a sei anni con le proprie madri.  Serve una volontà politica forte, secondo Sacerdote: “Applicare le misure alternative, in un contesto, tra l’altro di sovraffollamento degli istituti, diventa essenziale”, spiega. Ma non basta: l’attenzione dovrebbe essere posta – secondo l’associazione – al tema del reinserimento: “Chi non ha un lavoro o una casa rischia di tornare presto in carcere: se non si preparano i detenuti all’uscita gli sforzi non servono a nulla”, conclude.