Palestina football club: quando si gioca “in casa”?
04/11/2008 - Un primo riconoscimento per l’inesistente nazione palestinese è arrivato lo scorso 26 ottobre, quando la squadra nazionale di calcio ha giocato ufficialmente contro la Giordania. Un tentativo inutile o un piccolo inizio? Ogni tanto una cosa buona Joseph Blatter, presidente
Un primo riconoscimento per l’inesistente nazione palestinese è arrivato lo scorso 26 ottobre, quando la squadra nazionale di calcio ha giocato ufficialmente contro la Giordania. Un tentativo inutile o un piccolo inizio?
Ogni tanto una cosa buona Joseph Blatter, presidente della Fifa, la fa. Lo scorso 26 ottobre si presenta allo stadio Al-Husseini ad Al-Ram, nelle vicinanze di Ramallah, si sistema nella tribuna vip tra 8 mila spettatori che bramano il fischio d’inizio. Si schiarisce la voce e afferma solennemente di assistere di persona a: ”Una vittoria per il calcio”. Lo dice sorridente e un po’ sudato (forse per la strizza di trovarsi nei
territori occupati e un po’ anche per l’emozione, perché no?). Lo dice dopo aver inaugurato lo stadio insieme al primo ministro palestinese Salam Fayyad, il presidente della confederazione africana e membro Fifa Mohamed bin Hammam ed il presidente della federcalcio palestinese Jibril Rajoub. Blatter preso dall’euforia del momento esagera: ”Il calcio è molto di più che un semplice correre dietro al pallone”, afferma. “L’obiettivo non è solo fare gol, ma stare in contatto con la realtà del globo e costruire un futuro migliore. E come presidente della Fifa è per me un onore avere assistito a questo storico evento della prima partita di calcio della nazionale palestinese giocata in Palestina”.
LA NAZIONALE SENZA NAZIONE - Per una volta le pompose cerimonie delle inaugurazioni, le colombe che volano, gli inni, le liturgie stucchevoli che fanno desiderare di essere altrove fino al fischio d’inizio (perché la gente vuole vedere il pallone che rotola e sentire la magica musica dei tacchetti scintillanti) hanno un senso. O meglio, lo hanno se si svolgono nel Paese che non esiste: la Palestina. Per una sera un pezzo d’erba occupa il posto di un confine che non c’è, si materializza un Paese che vive esiliato nella sua terra. Gioca la nazionale in Palestina ed è strano anche a scriverlo, perché in fondo la nazionale tecnicamente è l’emanazione sportiva di una nazione, una rappresentanza ufficiale, una sorta di protesi in campo sportivo di un’istituzione. La Palestina non esiste, ma affronta la Giordania per la prima volta in casa. Il risultato non conta, stavolta non conta davvero. Ma, per dovere di cronaca, il match finisce 1 a 1 e tutti a casa.
IL PREPARTITA - La partita è preceduta da una tensione incredibile, gli ultimi allenamenti della squadra prima della sfida con la Giordania si svolgono a porte chiuse, come spesso accade per una finale mondiale,
o di Champions. Fuori dello stadio su bancarelle improvvisate si vendono magliette taroccate e bandiere palestinesi, autobus sgangherati arrivano da tutta la Cisgiordania carichi di tifosi esultanti. Il segno di un ritorno alla “normalità” è anche la ripresa del campionato palestinese che è fermo dai tempi della seconda Intifada. Campionato che, però, vede esclusa Gaza. Da Ramallah imputano l’esclusione a questioni “tecniche” legate al blocco israeliano (in effetti i giocatori della Striscia da anni non riescono a raggiungere i Territori), ma il problema è anche di politica interna: la federcalcio palestinese non riconosce nessuna attività sportiva che si svolge a Gaza. Hamas è bandita anche quando mette su scarpini, calzoncini, magliette e calzettoni.
UNO SFOGO SALUTARE - E’ vero che il calcio è uno sport, un’insana inclinazione puerile che trasforma le persone in sacchi di patate caricati a molla che scattano ad ogni azione della propria squadra. E’ vero anche che nei paesi ricchi è espressione di un capitalismo sfrenato che non si raccorda con il momento di crisi internazionale. E’ vero inoltre che la gente lavora tutta la settimana per poi sfogarsi allo stadio o a casa perdendo la propria individualità legittimando un processo di osmosi con una massa informe che paga un biglietto o che fuma 90 sigarette in 90 minuti davanti alla tv. E allora? Dare la possibilità ai palestinesi e ancor di più a quelli di Gaza di vedere una partita di calcio, di arrabbiarsi per un rigore mandato in tribuna, di insultare il capro espiatorio per antonomasia cioè “quel cornuto dell’arbitro”, è salutare, divertente, giusto e legittimo.
UNA FORMA DI RICONOSCIMENTO - Invece no. Il ghetto è ghetto anche nel gioco. Per questo la prima
partita della nazionale palestinese in “terra di Palestina” non è solo una partita. Perché in un contesto in cui le distanze non sono quasi più misurabili, un piccolo collante, il laccio di uno scarpino, può essere vitale. Nazione, terra e appartenenza sono per i palestinesi concetti irrinunciabili forse proprio perché non esistono. Seguire tutti insieme dove va a finire il pallone è più che guardare inebetiti una sfera di cuoio lucida e imprevedibile. Vedere la prima partita della nazionale palestinese che gioca tra Ramallah e Gerusalemme (ad un passo dalla colonia di Bet-El) sotto l’ombra del muro che soffoca palestinesi e israeliani, è più che staccare la testa per due ore dall’atrocità della vita. E’ avere legittimità e riconoscimento.
DISASTRO O INIZIO? - La nazionale palestinese non è certo una testa di serie. Non brilla per tatticismo e spettacolarità, è fuori dal giro che conta. Dopo un inizio incoraggiante in testa al girone non riesce ad ottenere la qualificazione ai mondiali del 2006. Attualmente è fra le ultime squadre del blasonato ranking mondiale. Molti dei giocatori “nel giro della nazionale” sono nelle carceri israeliane. Insomma, un disastro. E allora? Magari Blatter quando staccherà il suo deretano dalla poltrona dorata della Fifa diventerà mediatore in medioriente. Il calcio non fa certo miracoli, ma perché non tentare?
*)Speriamo














Ritengo l’articolo parecchio “datato”: semmai era da scrivere nel 1998 quando la FIFA accolse la Palestina fra i suoi membri
“http://fr.fifa.com/associations/association=ple/index.html”
non di certo ora che ha “solo” giocato la prima partita amichevole – in casa.
Io credo che l’evento piu importante non sia l’ingresso formale della palestina nella fifa ma la partita che si gioca, gli spalti che si riempono, i cori che cantano e la sensazione che la tua squadra “nazionale” esista almeno per 90 minuti, oggi.
Se nel 1998 avessero giocato la prima partita in casa l’avrei scritto dieci anni fa. Era questo il senso. Quel “solo” nel tuo post mi fa comunque ben sperare che tu abbia capito
Sì, ho capito il senso dell’articolo, ma è l’incipit che è errato: “Un primo riconoscimento per l’inesistente nazione palestinese è arrivato lo scorso 26 ottobre, quando la squadra nazionale di calcio ha giocato ufficialmente contro la Giordania”.
Il primo riconoscimento, semmai, è stato accogliere la Palestina come membro della FIFA. Giocare in casa è stato un passo ulteriore decisivo.
Anche se a memoria non si tratterebbe della prima gara in assoluto, essendoci stata un Palestina-Vecchie Glorie Francesi, con tanto di Platini e Tigana giocata in un campo più di sabbia che di erba.