Robin Hood Tax: fallimenti del mercato, fallimenti dello Stato
11/06/2008 - La “Robin Hood Tax” , per com’e’ stata proposta, dovrebbe rendere felice ogni progressista nello Stivale, viste le impeccabili credenziali socialiste e democratiche: nella sua ultima incarnzione e’ nientemeno che una proposta del “New Labour” adorato a sinistra, quello pre-Iraq.
La “Robin Hood Tax” , per com’e’ stata proposta, dovrebbe rendere felice ogni progressista nello Stivale, viste le impeccabili credenziali socialiste e democratiche: nella sua ultima incarnzione e’ nientemeno che una proposta del “New Labour” adorato a sinistra, quello pre-Iraq.
È proposta da un ex-socialista che talvolta regredisce a tale stato ed e’ intitolata ad un personaggio erroneamente iscritto fra i guerrieri di classe. P
urtroppo, anche il risultato sara’ molto socialista: ottime intenzioni, conseguenze “inattese” pessime nel lungo periodo.
CHI INTASCA, CHI PAGA – La tassa straordinaria sui profitti delle aziende petrolifere appare infatti come una diretta discendente della windfall tax, gia” presente nel Labour Manifesto del 1997 e volta a tassare gli “eccessivi” guadagni derivanti dalla privatizzazione delle aziende di Stato britanniche. Eccessivi a posteriori, ovviamente: al momento della privatizzazione, il governo Thatcher aveva dovuto ricorrere ad ogni sorta di incentivi per convincere gli inglesi a comprarsi quelli che venivano visti come dei carrozzoni irriformabili. I suoi effetti sono perlomeno discutibili: a fronte di un introito di circa 5 miliardi di sterline, ha rischiato di scardinare la reputazione della Gran Bretagna come nazione dove impera la certezza del diritto. Il problema maggiore, allora come oggi, non è tuttavia questo, né che a pagarla, alla fine, non saranno certo le “corporation”, semplici finzioni giuridiche, o i manager, ma gli azionisti ed i consumatori. Il punto è lo stesso che si riscontra nelle giurisdizioni a rischio di esproprio, nazionalizzazione o di altre predazioni governative: si genera una riduzione degli investimenti e quindi della ricchezza futura. Se esiste il rischio che i frutti di tali investimenti vengano depredati, allora ci si limiterà a sfruttare all’osso l’esistente, intascare i profitti e fare le valige; l’effetto opposto, insomma, a quello in teoria ricercato da ogni buon ministro socialista, pardon colbertista.
NON SI PUÒ FARE - Si tratta di un esempio di conseguenze inattese di politiche in apparenza utili a fini sociali, un classico “fallimento del socialismo“, corrispettivo molto più frequente dei “fallimenti del mercato“: un provvedimento dalle ottime intenzioni che produce pessimi risultati, in pieno contrasto con i propri stessi obbiettivi. Come nel caso della proposta di rinegoziazione quasi-volontaria dei mutui, si tratta di un lodevole tentativo di risolvere un problema, una novità rispetto alle tattiche dilatorie e vessatorie del precedente governo. Purtroppo, rischia di essere un tentativo controproducente, a causa dell’impiego degli strumenti sbagliati. In nazioni come l’Italia, si crede sempre che sia necessario fare “qualcosa”, qualsiasi cosa, che il governo debba agire ed intervenire, anche quando rischia di fare maggior danno.
Comincio a temere che la capacità di resistere, di non cadere in certe trappole sia come il coraggio per Don Abbondio : “[...] se uno non ce l’ha, non se lo può dare”.
Federico A.Rand /John Christian Falkenberg è il tenutario del blog “TheMote in God’s Eye“













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