Un ultimo addio

02/11/2008 - Non mi sono mai piaciuti gli addii. Perché non credo alle parole in punto di morte, alle promesse davanti al treno che parte, all’ultimo legarsi delle labbra per congelare un amore fuggente. Non ci riesco, ho bisogno di spazi, prospettive,

     
 

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Non mi sono mai piaciuti gli addii. Perché non credo alle parole in punto di morte, alle promesse davanti al treno che parte, all’ultimo legarsi delle labbra per congelare un amore fuggente. Non ci riesco, ho bisogno di spazi, prospettive, tempi lunghi davanti a me. Così, nel guardarla per l’ultima volta, nell’ultimo colpo di occhio, non misi nessuna passione, nessuno sguardo da film anni 50; notai appena il ragazzino dagli occhi a mandorla che le consegnava il mio cappotto, un regalo che le desse calore, un ricordo che le facesse compagnia.

Le guardie cercarono di impedirlo, ma lei aveva un viso così infreddolito, un’espressione così persa in quel passaggio dalla libertà alla prigione, che lasciarono che lo indossasse, colorando di grigio tutta la sua figura. Nel mio passo verso l’uscita, solo il riflesso di una finestra scura mi delineò la sua figura esile ed atletica, i suoi capelli biondi, il suo capo che si chinava a cogliere il mio profumo nell’inatteso regalo ricevuto da un bambino, anonimo spettatore di quel processo anomalo.

Andai dritto, senza alcun rimorso per quello che avevamo fatto, senza pentirmi di aver sacrificato la sua libertà e la sua vita alla nostra pur breve felicità. Marta aveva tradito suo marito. Lui l’aveva scoperta, ma non era mai riuscito a rintracciare l’ignoto amante citato nelle lettere appassionate, nelle testimonianze inoppugnabili dei nostri incontri; il complice nella sua rivolta a quell’uomo d’affari indonesiano che, in un paesaggio da mille ed una notte, l’aveva trattata prima da principessa, poi da tappezzeria ed infine da prigioniera. Scendendo le scale della corte di giustizia di Giacarta pensavo al mio mestiere di architetto, alla prima volta che l’avevo vista, una bellezza occidentale in quel palazzo orientale da arredare, soddisfacendo il gusto capriccioso di una regina triste.

Mi avviai a piedi verso la stazione tra palazzi eterni e catapecchie altissime che sfidavano sbilenche il cielo e le ansie dei suoi inquilini. Passai davanti al nostro alberghetto, riservato e ben tenuto, dove i dollari valevano più dei documenti e nessuno notava due giovani stranieri che affittavano una stanza ogni tanto, sempre agli stessi orari, sempre più spesso. Sapevamo che non poteva durare per sempre, sapevamo, con un brivido di incoscienza e di avventura, che non poteva finire bene, che la legge islamica, appena addolcita dai fiumi didollari, avrebbe mandato entrambi in buie celle senza chiavi. Nell’ebbrezza di un amore onnipotente ci incontravamo sempre più spesso, mentre lei infarciva le spiegazioni al marito di lezioni di ballo, riunioni di amiche, mostre infinite. Celava sempre meno la sua ostilità e, peggio ancora, la improvvisa, rinata voglia di vivere.

Nel parcheggio della stazione ripresi la mia minuscola auto, la mia catapecchia viaggiante, comprata al mercato delle pulci e rimessa accuratamente a posto. Mi infilai nel traffico pensando alla sua voglia di scappare, all’accuratezza dei preparativi, all’ansia del giorno prima, fino a quell’aereo cancellato all’ultimo momento e il disperato, inutile, tentativo di nasconderci in una comitiva di turisti. Io ci ero riuscito,prendendo per mano un bambino e riconsegnandolo alla madre che, preoccupata, già mi guardava per riconoscere un pericoloso pedofilo. Anche allora i miei occhi abbandonarono solo un attimo il volto interrogativo del bimbo per incrociare quello deluso di Marta, ormai raggiunta dal marito. Nella sua borsa c’erano tutte le lettere ma, per un nostro ultimo, prezioso presentimento, mai il mio nome.

Guardavo ora le auto e i risciò che lottavano per un pezzettino di strada mentre il pensiero tornava alla disperazione, al rimorso, alla notte insonne in cui la mia mente si torturava ripercorrendo azioni e gesti. Ma la mattina dopo ero un altro, e mi avviai a passare una settimana tra bassifondi e bettole, tra stanze di albergo e biblioteche, mercati e grandi magazzini, fino al giorno del processo, fino a quell’ultimo addio.

Controllai l’orologio, mentre le mie orecchie registravano i battiti del cuore che autonomamente avevano cominciato a rallentare davanti alle mura della prigione, con i miei occhi che misuravano la distanza esatta dal portone di ingresso. Le ore, i minuti, i secondi mi consumavano quel po’ di respiro rimasto finchè una cordicella sottile e quasi trasparente apparve sul muro a lambire il tetto della mia utilitaria. Lesta e furtiva la sua figura apparve e dopo pochi secondi si sedette al mio fianco. Mi girai appena per un sorriso mentre l’auto scattava a razzo tra i suoni delle prime sirene. Poche centinaia di metri e ci infilammo in un garage dove finalmente, coperti dalla oscurità, mi rituffai nei suoi occhi azzurri, quegli stessi che in aula avevano notato la strana etichetta del cappotto, quel nostro codice che aveva decifrato svelandone il piano: il bagno in cui entrare, fingendo un malore, la finestra da sfondare, il punto del muro di cinta dove la corda cucita nel cappotto, in sottilissimo kevlar, doveva essere calata, dove una piccola auto rossa l’avrebbe attesa, scattante e allegra come sempre.

Ora sento il suo capo che si appoggia delicatamente alla mia testa e, lontano dall’odio e dalla vendetta, sorrido pensando che ho anni, decenni, una vita intera, per darle l’ultimo addio.

     
 

4 Commenti

  1. cordapazza scrive:

    avrei connotato meglio l’ambiente esotico,e la sua “temperatura”, con piccoli particolari, magari simobolici, ma decisivi (a meno che tu non volessi dare al tutto una valenza merafisica: in tal caso le determinazioni spazio-temporali vanno bene così)
    :-)

  2. cordapazza scrive:

    simbolici; metafisica!

  3. claudio scrive:

    semplice, struggente. bello.

  4. marblestone scrive:

    @cordapazza
    Hai ragione, la connotazione è un po’ leggera, ma il racconto voleva essere breve e il significato “metafisico” sta proprio nella leggerezza, in quell’esotico che è distacco da tutte le angustie e i luoghi comuni della vita, quegli addii stereotipati a cui lui non si arrende. Perlomeno questa era l’intenzione…poi il paesaggio è quello intorno al carcere di Poggioreale…
    @claudio
    grazie, spero che continuerai a leggere i racconti e fare anche dei commenti

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