Medal of Honor: la guerra in Afghanistan arriva sui PC…

… e scoppiano le polemiche. Ma sono davvero giustificate? Da Martina Franca a Kabul tutti gli scenari (già) visti. E qualche considerazione sulle chiacchiere a vanvera

I quotidiani e altri media si sono recentemente infervorati nel commentare l’uscita di un videogioco, Medal of Honor, che avrebbe come tema il conflitto in corso in Afghanistan. Non è la prima volta che un videogioco suscita scalpore, e certo non sarà l’ultima, ma la querelle ha ben poco senso e sembra tagliata su misura per offrire spazio a divagazioni filosofiche e sociologiche che analizzano minuziosamente un dettaglio ignorando del tutto il gigantesco contesto in cui è collocato. Medal of Honor è un vecchio videogioco, presto diventato una vera e propria serie. La sua prima edizione risale al 1999, fu realizzato dalla Electronic Arts su idea del famoso regista Steven Spielberg per sfruttare il successo commerciale del film Salvate il soldato Ryan uscito l’anno precedente. Ambientato alla fine della Seconda Guerra Mondiale e inserito tra i titoli disponibili per la mitica Play Station, nel videogame il giocatore interpretava un soldato americano alle prese con i tedeschi di Hitler, un contesto niente affatto originale che non impedì al gioco di ottenere un grande successo commerciale. Quest’ultima circostanza era quasi scontata: le grafiche erano molto realistiche e in genere i “consumatori” hanno sempre apprezzato gli “sparatutto in prima persona”, come dimostrano i successi di quasi tutti i videogiochi di questo tipo, che consentono non solo di “giocare la trama” impostata, ma di scontrarsi in interminabili duelli all’ultimo sangue contro altri giocatori in rete.  Successivamente il gioco approdò sui personal computer dove andò a confrontarsi con l’ampia diffusione di moltissimi giochi più o meno simili e con le più varie ambientazioni.

2010 - Da allora sono state commercializzate numerose nuove versioni di Medal of Honor, sempre ambientate nella II Guerra Mondiale, fino all’ultima, annunciata nei giorni scorsi, che cambia radicalmente scenario proponendo il conflitto in Afghanistan. E qui è esplosa la bufera delle critiche, che però non sono tutte omogenee. Alcuni infatti, specialmente in USA, hanno puntato il dito contro la modalità di gioco online che consente al giocatore di vestire i panni dei talebani. Altri hanno criticato il gioco in quanto ambientato in una guerra in corso. Altri ancora lo hanno criticato per ragioni politiche e ideologiche, ossia per le stesse ragioni per cui sono contrari all’impegno militare in Afghanistan. Ma al di là di tutte le ragioni e le argomentazioni prospettate da chi vorrebbe che il gioco fosse ritirato dal mercato, il fatto concreto è uno solo: Medal of Honor è uno “sparatutto in prima persona”, ossia un FPS nel gergo “digitale”, proprio come tanti altri videogiochi venduti e diffusi – senza particolare clamore – negli anni precedenti, non propone nulla di veramente nuovo e non è più sconcertante o raccapricciante dei giochi che l’hanno preceduto. Ad esempio, Urban Terror è un gioco che ha già alcuni anni sulle spalle, è gratuito e presenta numerose ambientazioni che richiamano direttamente gli scenari dell’Iraq e dell’Afghanistan. Inoltre gli stessi giocatori possono progettare nuovi scenari, per cui è del tutto normale ritrovarsi a combattere in città e ambienti che riproducono fedelmente città e monumenti che conosciamo bene: una delle mappe più giocate utilizza scorci della città di Martina Franca (TA). Altri giochi, come Soldier Of Fortune, già da tempo propongono scenari ambientati nella guerra in Afghanistan o in Iraq.

PROIBIRE? – E che dire di AA America’s Army, videogioco gratuito cheriproduce fedelmente tutti gli scenari in cui combattono le forze armate americane e che è utilizzato perfino per l’addestramento dei soldati?  L’unica differenza tra i giochi precedenti e il nuovo Metal Of Honor sta nel fatto che su quest’ultimo è scritto chiaro e tondo che si tratta di Afghanistan. Gli altri giochi sono uguali, ma non lo dicono.  Ecco quindi che tutta questa polemica appare ingiustificata e pretestuosa. Il vero problema non è Metal Of Honor, ma semmai in generale tutti i videogiochi basati sulla violenza e sull’uso di armi in scenari virtuali realistici.  Ma anche sotto questo aspetto è perfettamente inutile gridare allo scandalo: giochi di guerra e giochi di ruolo sono sempre esistiti, cambia solo la qualità tecnologica che consente di renderli realistici.  Tanti anni orsono c’erano i soldatini, oggi c’è lo schermo di un PC, ma in entrambi i casi si simula la guerra. Nulla impediva di giocare con i nazisti, ai tempi dei soldatini di plastica, ma nessuno si è mai lamentato di questo. Sarebbe mera utopia, quindi, pensare di poter ostacolare la diffusione di videogiochi come Metal Of Honor e anzi si corre il rischio di renderli più appetibili e ricercati proprio perché proibiti. In realtà siamo di fronte a un problema di cultura e di società: troppo spesso i genitori non hanno tempo da dedicare ai figli, e sono ben felici che essi se ne stiano buoni buoni davanti al PC per qualche ora. Arrivati a quel punto, poco importa se quando giocano fanno strage di tabelani o di nazisti o di non meglio precisati nemici in tuta rossa.