di Vincenzo Ricchiuti
postato alle 17:24 del 31 ottobre 2008 in CulturaTorna alla home

Dall’ebraismo al cristianesimo senza passare dal via: storia di una conversione. La mia.

Dall’ebraismo non si esce. Mai. E’ una condizione ineludibile. Allora, mi son detto, forse sono ancora in tempo a fare un po’ come mi pare. Queste parole, l’outing impossibile e però più praticato da prima che inventassero i froci, fuori dall’ebraismo nunca mas come essere grassi o certi tatuaggi presi da piccoli, le ho sentite e lette da un rabbino “riformato”. Ma con la crisi che c’è manco gli ortodossi ne sarebbero scontenti. L’intera storia dei marrani in fondo poggia su questo entrare e uscire senza mai andare. Se il destino di un paese poggia sulla sua suburra, quello di un popolo è nel suo sopravvivere a costo di mendicare, a qualunque costo. Persino di arrangiarsi.

Roma, Maggio del 2008. Mi trovo fuori la Sinagoga di Roma, la Caput mundi del giudaismo de’ no’antri, del celodurismo di cervice di casa nostra. Che faccio? Vado, che faccio? Entro, se fosse possibile. Non lo è stato. E non lo sarà mai, anche perché manca, come nel coito interrotto, l’interazione. Lì non busserò più. A Napoli si radunano a Cappella Vecchia, che già il nome è tutto un programma che strizza l’occhio ai furbi, le vecchie volpi e ai convertiti. Che ci vado a fare, a chiedere di nonno. Ma Nonno lì s’è cancellato, lui e tutti i morti suoi. Quante fermate il pullman, quanta fatica inutile. Tanto ho la Chiesa giù da me a due passi, anzi a quattro se me ne voglio fare due. In un giorno. Già me l’immagino quanto costi poi ammettere a se stessi che sentire Adonai con l’accento di Forcella, come di Centocelle, fa tanto ridere. Come le belle donne vestite o meglio svestite alla francese, che ti fulminano la devozione ed il raccoglimento sbottando in marchiciano.

I marrani secondo Wikipedia so’ gente così, ambigua già nell’ambiguità. Pensate che ne sono tre di specie. Quelli convertiti all’agio. Ai soldi. Al successo sociale. Diciamola bene, alla libertà di movimento di un cristiano. E che, toh, non vi stupisca, quasi tutti poeti e “antisemiti” a penna. Sfottitori delle radici loro con pasquinate tutte da spanciarsi e rosicate. Il successo non è bello se non è litigarello. Lo sberleffo, il dito in culo al mondo, non è completo senza la materia prima dei traditi & beffati. Poi c’è il convertito ipocrita. Infine, il convertito falso. Tra l’ipocrita ed il falso passa la medesima sottigliezza che passa tra un’adultera silente ed una conclamata. Insomma, a parità di prestazioni, è solo questione di cattiva stampa.

Al matrimonio con la morte di mia nonna, si presentarono tutti i superstiti della gran svendita. Che stronzi. Se ne stavano tutti lì, con quei profili e quella miscredenza: il sorriso storto del sarto che ti lascia sfogare sul vestito, tanto prima o poi la pagherai. Che giudei, bisbigliarono guardandosi tra loro.

Che ci guadagno a ritornar tra loro? Tanto più che oggi tengon lontani pure i porci dal momento che non tagliano quasi più il pisello. Mentre io mi allenavo a pane azzimo per una maccheronica aliah senza sugo, mentre mi affannavo a cercare di comprar una menorah, molti di loro festeggiavano il Natale. In estate del corrente anno, ho visto una Croce (attenzione, sotto un campanile e non sopra una traversa, non mi scambiate per la commedia all’italiana). E ho deciso che ero stanco di aspettare. Più o meno come Paolo il romano, di cui, guarda la combinazione, proprio quest’anno i romani festeggiano nel bel modo loro, dando cioè qualcosa in cambio, il lieto evento. Paolo diceva, ma il dio è lo stesso, basta solo proclamare la fine della storia perché ‘sto Messia, amo’, pure doveva arrivare e, grazie grazie, è arrivato. Se so’ cristiano, è perché so’giudeo (e romano) tanto così.

Se semo rotti. Noi altri, i giovanotti di Gerusalemme bella. Che ci vuole, basta mettere Gesù dove l’ha messo Elia ( o Bob Dylan). E il resto della fede viene. Tanto è tutta roba nostra. Beati gli invitati alla Cena del Signore, ma se voi altri banchettate è tutto a spese mie, in conto a Giuda e la sua vecchia gente. Tutta la meglio gente del presepe, non crediate, gli apostoli, i profeti, le mistiche, le barbe, la pazienza, il vitello d’oro e quel paraculo del figliol prodigo, gli inquisitori, i capi dei nazi, Mamma e Papà. Persino, l’asinello e il bue. Tutti a rosolarvi in tavola il vostro pane quotidiano. Rotto per rotto, tanto vale aggiungiate un posto alla mia di tavola. Tanto ne sono indegno, di partecipare a mensa, come da regola. E in più, da giuda, mi sarei cotto anch’io.

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