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Il male è nel Dna?

Studiare il Dna e le eventuali mutazioni o anomalie del patrimonio genetico per capire cosa spinge killer e assassini a compiere gesti estremi e senza motivazioni apparenti. Sono stati alcuni ricercatori del Connecticut i primi a cercare di scovare “il male” tra i geni, analizzando il caso del giovane Adam Lanza: il giovane ventenne che sconvolse gli Stati Uniti, uccidendo 27 persone – tra cui 20 bambini – alla scuola Sandy Hook di Newtown. Non sono mancate le critiche: per molti scienziati non può esistere un fattore genetico comune tra gli autori di stragi, come spiega il Guardian.

IL MALE E I GENI – Mentre gli inquirenti proseguivano le indagini e i media riportavano gli “strani” comportamenti del ragazzo “solitario”, alcuni scienziati del dipartimento di genetica del Connecticut stava conducendo analisi sul DNA di Lanza. L’università ha rifiutato di fornire dettagli sulle indagini -probabilmente da cellule prelevate dai suoi capelli o dalla pistola che ha usato – o quello che speravano di poter rivelare dall’analisi. Ma la notizia ha comunque diviso la comunità scientifica E’ possibile che ci sia un gene che rende alcune persone più propense verso il “male”? Si possono individuare i potenziali assassini attraverso l’analisi del Dna? A questa ipotesi restano contrari gran parte degli scienziati, secondo cui non esistono fattori comuni. Altri, invece, continuano a sperare di rintracciare nei geni e nelle loro anomalie i “segni” dei killer del futuro.  “Già nel 1931 – spiega il quotidiano britannico – fu prelevato e analizzato il cervello del “Vampiro di Düsseldorf”, Peter Kürten: ma i risultati non furono mai resi noti”. Negli ultimi dieci anni, invece, è stato il dottor Kent Kiehl, un neuroscienziato dell’Università del New Mexico a visitare otto carceri di massima sicurezza in due stati americani per effettuare “scansioni” del cervello dei criminali per capire se chi viene definito come un “soggetto psicopatico” abbia strutture cerebrali diverse dal normale.

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GLI STUDI CRITICATI – Secondo Kiehl, la ricerca avrebbe mostrato che gli “psicopatici” avrebbero livelli molto bassi di densità nel sistema paralimbico, quello associato all’elaborazione delle emozioni. La conseguenza sarebbe la tendenza di questi soggetti a sviluppare personalità impulsive, senza essere vittime di sensi di colpa o rimorsi. Al contrario, per altri ricercatori, gli assassini avrebbero tendenze depressive, fino a soffrire di psicosi deliranti, accompagnate da allucinazioni. Oppure, come nel caso di Lanza, presentare cervelli fisiologicamente immaturi, che spingerebbe i killer a covare la volontà di vendicarsi sul mondo di ingiustizie. Sono però ricerche molto controverse: i risultati sono ritenuti privi di alcuna scientificità dalla maggior parte di ricercatori e scienziati. E c’è chi ricorda come questi studi possano ricondurre ai test e alle pericolose teorie naziste sull’eugenetica, con la volontà di ricreare un’umanità perfetta. Un ragionamento che stava alla base della vergogna della “soluzione finale”. Altri spiegano che – studiano una possibile correlazione tra geni e male, si perderebbe di vista l’importanza della sfera sociale e la sua influenza nei comportamenti criminali.