Ecco perché, a dispetto delle teorie liberali e liberiste, la realtà impone i fondi sovrani come soluzione alla crisi protagonista di questi giorni
Mi spiace, da liberale, contraddire i liberali. Ma un fondo sovrano dell’Unione Europea ci vuole, e anche presto. La riconversione della Banca Europea degli Investimenti in tal senso, ad esempio, sarebbe una buona idea; molto meglio del proliferare dei fondi nazionali, infinitamente meglio della corrente tendenza
all’intervento pubblico asincrono e scoordinato dei singoli paesi. La crisi finanziaria c’è, la recessione c’è e ci sarà, che ci piaccia o meno gli Stati assumeranno un ruolo più cospicuo nell’economia: tanto vale farlo bene.
ETIMOLOGIA - Facciamo un passo indietro per chiarire qualche termine, forse non spiegato abbastanza in queste giornate confuse. Un fondo sovrano (sovereign wealth fund) è un fondo d’investimento di proprietà pubblica, che combina le attività tipiche dei suoi omologhi privati con la difesa degli interessi strategici e della posizione competitiva di un paese. In altre parole, acquisisce attività finanziarie e immobiliari con un occhio alla redditività e un altro alla geopolitica; o almeno, lo fa se ben gestito. Il modello dei fondi sovrani ha origine nei paesi produttori di petrolio, che si ritrovarono fin dall’immediato dopoguerra con abbondanza di dollari e con infrastrutture finanziarie ereditate dai britannici. Il Kuwait aprì la strada nel 1953. Seguirono presto gli Emirati Arabi Uniti, in particolare l’Emirato di Abu Dhabi, che per questa via oggi si ritrova con circa ottocentocinquanta miliardi di dollari di attivo: più di metà del costo della crisi subprime così come stimato dal Fondo Monetario Internazionale.
NO AL GOVERNO - I fondi sovrani sbarcarono poi in Asia orientale, figli del surplus commerciale: Singapore, Malesia, Taiwan, Repubblica Popolare Cinese, Corea del Sud. A fine 2007 erano una trentina gli Stati con il proprio fondo d’investimento; quasi tutti in vicino, medio e lontano Oriente, con alcune eccezioni come la Norvegia e il Canada. Possiedono quote nelle maggiori banche statunitensi, sono pesantemente presenti nel mercato immobiliare inglese e continentale, partecipano
alla costruzione di infrastrutture, detengono quote di un po’ tutti i debiti pubblici del mondo. Chi ama il mercato vede, di norma, i fondi sovrani con diffidenza: roba da paesi autoritari, al limite non ancora maturi per lasciare tutta l’economia in mano ai privati. Non è giusto, si dice, che siano i governanti a gestire il risparmio d’un paese; troppo spazio per la corruzione, per l’inefficienza, per l’ipertrofia del potere. Già per questo, si dice, costituire un fondo europeo è cosa cattiva; che gli investimenti li facciano le aziende, li finanzino le banche. Se poi teniamo in conto il fatto che l’Europa non ha i tesori sauditi né l’economia di Taipei, dove andiamo a prendere i soldi? Aumentando il debito pubblico, visto che le tasse già sono al limite: non sia mai.
ARRIVANO I LIBICI - Tutto giusto, in linea di principio e in condizioni completamente diverse. Ora come ora, questi argomenti soffrono di un enorme difetto di realismo. È chiaro che le banche non stanno funzionando come al solito; prestano poco, hanno bisogno di capitali. Un esempio: il governo italiano si sarà pure impegnato a ricapitalizzare laddove necessario, ma intanto è stata la Banca Centrale della Libia ad annunciare una partecipazione del 3.025% nel capitale di Unicredit lo scorso 17 ottobre. Mettendo insieme questa quota con quella della Libyan Investment Authority, che è appunto un fondo sovrano, e quella della Libyan Foreign Bank, che è una banca semipubblica, il 4.23% dell’istituto di Piazza Cordusio è in sostanza di Gheddafi. Il quale ha annunciato pochi giorni fa, tramite il governatore del suo istituto d’emissione, che vuole salire fin oltre il 5%. Questa vicenda di casa nostra tutto sommato è ancora di dimensioni contenute; nell’ultimo anno i principali fondi sovrani hanno acquisito quote di banche americane per circa settanta miliardi di dollari. Emerge per particolare attivismo la China Investment Corporation, di cui tra l’altro nessuno conosce precisamente le dimensioni, visto che i fondi sovrani – in quanto appunto sovrani – sono trasparenti solo nei limiti dettati dalla percezione nazionale della buona educazione; facilmente avremo idee diverse da Ahmadinejad a questo proposito, ma non ci possiamo fare niente.






















