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Report e il prete che cercava petrolio in Congo

Utilizzava le casse dell’Idi come un bancomat personale, distraendo 4 milioni di euro del gruppo sanitario ora immerso in 600 milioni di debiti. Padre Franco Decaminada, consigliere delegato fino al dicembre del 2011 del noto istituto dermopatico romano dell’Immacolata San Carlo di Nancy, è finito agli arresti domiciliari, come ha spiegato ieri Emanuele Bellano su Report. Il centro, di proprietà della “Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione”, si trova sull’orlo del fallimento, commissariato da Ratzinger prima delle sue dimissioni.

PRELIEVI SOSPETTI – Nella puntata dedicata allo “Stato fallimentare”, l’inviato di Report indaga sull’istituto religioso a rischio crac finanziario. “Secondo gli inquirenti, Padre Decaminaca prelevava grosse somme di denaro dell’incasso giornaliero, in contanti, fino a 200 mila euro”, spiega Bellano. Tutto normale per Aleandro Paritanti, ex presidente Idi: “Lo faccio anche io, quando il superiore ci chiede dei soldi cash, l’unico modo è prelevare l’incasso giornaliero”, spiega, difendendo il prelato dalle accuse. Ma i numeri dei prelievi non sono irrilevanti, come sottolineano alcuni dipendenti, protetti dall’anonimato: “Nell’ultimo mese è stato prelevato un milione circa, in pezzi da cinquanta: c’erano anche delle mazzette”. Ovvero, si denuncia anche una scarpa piena di denaro dell’incasso giornaliero. Tutto mentre non ci sono “i soldi per comprare i farmaci per i pazienti”, svelano alcuni dipendenti. Secondo l’accusa, 4 milioni sarebbero finiti nelle tasche di Padre Franco Decaminada, che – si spiega – nonostante il voto di povertà, avrebbe acquistato un casolare in Toscana. Nella vicenda sono rimasti coinvolti insieme al religioso anche due imprenditori, Domenico Temperini – ex direttore generale Idi – e Antonio Nicolella, che hanno gestito il gruppo negli ultimi anni. Personaggio controverso il secondo, secondo Bellano: “Formalmente consulente, ma con un passato tra i servizi segreti”. Era infatti un ex agente Sismi, membro della struttura segreta Gladio. Per tutti, l’accusa di fatture false, bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita dalle casse del gruppo: in tutto 14 milioni di euro circa, secondo i magistrati.

RISCHIO FALLIMENTO E IL PETROLIO CONGOLESE – Pur incassando 80 milioni di euro l’anno di convenzioni, l’Idi – un’eccellenza sanitaria del nostro paese – è finita sull’orlo del fallimento, con 1500 tra medici e infermieri che non prendono lo stipendio da mesi. Mentre all’ospedale non si riescono a comprare le medicine, altri avrebbero speculato a proprio vantaggio. Bellano prova a spiegare perché: “Oltre a casolari e centri benessere, i tre provavano a fare affari in Congo con il petrolio“.  Secondo quanto si spiega nelle indagini,avrebbero intascato nel corso della loro gestione 14 milioni di euro, prelevando denaro contante dalle casse degli ospedali e spostando soldi in alcune società create in Italia e all’estero. Come la società di ricerca per l’estrazione del petrolio fondata nel 2010 dallo stesso Nicolella: la Ibos II, a Kinshasa. Nicolella era molto di più, all’Idi, che un semplice consulente. Insieme a Decaminada e Temperini gestiva le risorse del gruppo, in parte investite anche nella strana società congolese. Un anno fa se n’era occupata al stessa Report, ma all’indirizzo non c’era nessuno, nonostante Ibos II alla camera di commercio risulti ancora attiva (con 12 dipendenti e un capitale di 50 mila di dollari): “Perché una società religiosa pensa di aprire una società per l’estrazione del petrolio?”, chiede Bellano a Mario Braga, attuale direttore generale Idi. “Già gestire la sanità è complicato: francamente sono perplesso”, spiega. La società aveva stipulato con il governo congolese 3 protocolli per ricerche sulla presenza di petrolio. “Più che estrazione, fanno business”, si spiega. Un altro consulente, Tommaso Longhi, spiega che le concessioni petrolifere dovevano servire a costruire un ospedale da 200 posti letto. Si parla di un coinvolgimento dell’Eni con la congregazione, negato poi dalla stessa Eni. Un ex direttore come Giuseppe Incarnato spiega: “Sapevo di queste attività, ma non mi coinvolgevano”, aggiunge.

SOCIETA’ SOSPETTE – Il 22 settembre 2011 arrivano a Roma anche 5 funzionari governativi del Congo, tutto a spesa della Congregazione, così come svela un ex dirigente. Poi incontrano la Sicim spa, per la costruzione di condutture per l’estrazione del petrolio. Intanto, la Idi è andata sull’orlo del fallimento, con la decisione di Ratzinger, prima di dimettersi,di mandare 3 commissari per gestire il centro quasi fallito. Si mostra la vicenda di Elea Fp, altra società creata dall’Idi e alle quale dalle casse del centro sarebbero arrivati 2 milioni e 700 mila euro. Una decina di fatture, con un corso sulle nanotecnologie del quale però Braga non sa nulla. E che non sarebbe mai stato realizzato. Nello stesso periodo arrivano 800 mila euro in Congo per la questione del petrolio. Un’altra fattura generica. Temperini si rifiuta di incontrare Report, ma nega che ci siano stati accordi tra l’Eni e la Congregazione. Anche l’Eni ha smentito: “Si sarebbero mossi a loro nome per ottenere contatti e avere vantaggi”, si spiega. Ma intanto Temperini è finito in carcere, insieme a Decaminada e Nicolella. I soldi viaggiavano da Roma al Congo, passando per Lussemburgo, dato che c’era anche una Ibos II Lux, sempre gestita da Nicolella. Adesso sarà la Procura che cercherà di scoprire che fine abbiano fatto i 600 milioni di euro spariti dalle casse dell’Idi.