Applausi a scena aperta per il nuovo corso interventista dei governi impegnati a salvare il mondo dall’armageddon finanziario. La politica – pensano in molti – torna a fare il suo mestiere a difesa del benessere dei cittadini. Ma siamo sicuri che lo faccia gratis?
VE L’AVEVANO DETTO – Come magistralmente descritto da Jouvenel nella sua monografia “Del potere“,
il potere politico tende sistematicamente ad espandersi e ad accentrarsi, minimizzando la libertà e l’autonomia dei cittadini. Secondo Higgs (“Crisis and Leviathan“), il potere tende ad approfittare delle crisi – vere e presunte – per giustificare la sua espansione, raramente tornando sui suoi passi a crisi finita. La crisi finanziaria in corso è una perfetta esemplificazione di tutto ciò. È di pochi giorni fa la notizia che Sarkozy ha deciso di costruire una specie di “fondo sovrano“ – al momento solo un fondo d’emergenza – cosa che gli statalisti d’Europa, Tremonti incluso, hanno sempre criticato quando erano gli altri a farlo. L’allarme era di poco precedente: verremo comprati dai cinesi e dagli arabi? Prima di tutto, nessun paese può importare capitali senza esportare merci: il conto corrente – la differenza tra esportazioni e importazioni – deve necessariamente essere uguale al conto capitale – la differenza tra importazioni ed esportazioni di capitali. Inoltre, il livello di investimenti in un paese deve necessariamente essere pari al livello di risparmio del paese, meno il deficit pubblico, più le importazioni nette di capitali. Se ne deduce che un paese che risparmia, e che ha conti pubblici in ordine, può finanziare i propri investimenti senza aver bisogno di farsi comprare dal resto del mondo.
FORMICHE E CICALE – Solo un paese che non risparmia deve vendere i propri capitali per ottenere
finanziamenti dall’estero, come l’India, gli USA o la Spagna. Paesi come Giappone, Germania e – un po’ meno – Italia non possono essere “comprati”. La crisi finanziaria non può cambiare le regole della contabilità. L’Europa è in crisi economica. Questo cambia le carte in tavola? La crisi dell’azionario rende le aziende più appetibili, riducendo il costo di acquisizione, e ha anche un effetto indiretto sul risparmio aggregato: gli europei, per via della crisi economica, possono non voler risparmiare; mentre banche e imprese europee, alle prese con la crisi finanziaria, possono avere bisogno di vendersi agli stranieri per essere ricapitalizzate. L’istituzione di un fondo sovrano europeo non cambia le cose: se gli europei vorranno risparmiare, potranno finanziare le loro banche e le proprie aziende; se non vorranno risparmiare, dovranno scegliere tra la recessione e i capitali esteri. Ovviamente potrebbero non volere investire in aziende percepite come rischiose, ma se sono rischiose per loro saranno rischiose anche per i SWF esteri. Ci sono un manipolo di imprese “strategiche” che forse è necessario controllare: non più di un paio (reti ferroviarie ed autostradali, un paio di porti e aeroporti internazionali, eventualmente una qualche grossa banca). Per queste basterebbero dei tetti alle partecipazioni straniere, o dei vincoli contrattuali imposti al momento della vendita. Si noti, del resto, che un’infrastruttura non può essere esportata: è un bene non trasportabile. La “strategicità”, pur con qualche merito, giustifica ben poco, quindi. Un altro problema è la trasparenza: ma anche questo può essere imposta al momento della vendita. Un’azienda con sede in Italia è sotto la sovranità italiana, anche se di proprietà straniera. Non cambia se è un fondo sovrano.


