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I dipendenti del Parlamento e quegli stipendi da casta

L’altra faccia di Montecitorio si nasconde dietro un “Prego”, una fotocopia data, un “Buongiorno”. E’ raccontata nelle pagine del Giornale di ieri, prontamente aperto in Sala Stampa e rimasto lì, sui tavoli, in quelle pagine che “regalano” uno schiaffo ai dipendenti di Camera e Senato. La “Casta” dei lavoratori è descritta in un documento riservato del Senato e datato fine 2012, con cifre vertiginose e salari che salgono di anno in anno, al ritmo di membri del Cda di una multinazionale.

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CHI SONO – Sono oltre duemila i dipendenti del Parlamento. Un esercito di commessi, uscieri, stenografi, segretarie, assistenti e dirigenti dal salario salatissimo. Si va dai 27mila a 21mila euro per fine carriera. Difesi a spada tratta dalle tredici sigle sindacali. Il Giornale parte dalla scala più bassa, commessi e barbieri.

Appena arrivati hanno un lordo di 2.482 euro al Senato e 2.338 euro alla Camera. Ma dopo soltanto 12 mesi,per contratto, scattano rispettivamente a 2.659 euro e 3.199,e ogni anno guadagnano di più, inesorabilmente, recessione o non recessione, crisi o non crisi. Con 40 anni di anzianità l’ultimo stipendio dell’usciere è di 10.477 euro lordi mensili(aumentato del 400% rispetto inizio carriera), che moltiplicati per 15 mesi fanno 157.500 euro all’anno, come un dirigente di una grossa azienda.

FACCE SCURE – Attorno al Transatlantico i musi storti ieri mattina erano tanti. “Di queste cose non so deve contattare l’ufficio stampa” risponde una segretaria. Ma percorrendo i corridoi le cose sembrano differenziarsi. Al bar dei comuni mortali, raggiungibile se si attraversa l’ingresso otto, quello del “garage”, si lavora forsennatamente nell’ora di punta. I caffè escono dalla macchinetta alla velocità della luce. Non c’è tempo di fermarsi a parlare. Calmata però l’affluenza, il personale dietro il bancone è esterno. Non ha letto il quotidiano. Qualcuno sorride sulle cifre, ammettendo le colpe. “Ma io con tutto questo non c’entro” racconta un addetto. A Piazza Montecitorio bisogna distinguere tra “precari” e chi invece è un embedded vero e puro. Quello che per dire, si ferma a chiacchierare giù all’una, parla di organizzare le ferie, saluta tutti con un sorriso e poi risale su “ai piani alti”.

E ANCORA – Nel caso della Camera le retribuzioni sono stabilite in apposite tabelle, deliberate dall’Ufficio di Presidenza. I trattamenti sono onnicomprensivi, ovvero niente prestazioni lavorative straordinarie o aggiuntive. E il lavoro è solo quello. Non sono accetti secondi impieghi, cariche di amministratore, consigliere, commissario, sindaco o simili se a fini di lucro. Qui si possono trovare gli stipendi iniziali. Si va dall’operatore tecnico (I livello) con 1.491,16 euro mensili al Consigliere parlamentare della professionalità generale con 2.920,44 euro al V livello. La pensione sembra giovane. Secondo il quotidiano fondato da Montanelli si va per i 51 anni in media. Tant’è che il più vecchio, che ha chiesto lo scorso anno la pensione, ha 61 anni. Le uscite correnti della Camera, tralasciando le pensioni, sono state nel 2010 pari a 762 milioni. Una cifra differente rispetto alla tedesca Bundestag, e i 498 milioni dell’inglese House of Commons. E la storia puzza di vecchio. Era il dicembre 2011 quando Primo Di Nicola, su L’Espresso, scardinava le tabelle retributive dei dipendenti di Camera e Senato. In quelle righe parlò del salario di uno stenografo che prendeva più del Presidente Napolitano.

IL SINDACATO RINGHIA – Fuori dal bar, una bacheca riporta le istanze e le segnalazioni dei sindacati e dei lavoratori. Tra i fogli spicca quello dell’ Aspa, associazione sindacale parlamentari, una delle tante sigle che “difendono” i dipendenti. Parla del “clamore intorno alle retribuzione del personale” che non accenna “a placarsi”. Poi attacca. Parla dei “dipendenti della Camera”, le cui figure professionali “non sono affatto assimilabili a quelle apparentemente analoghe, operanti nel settore pubblico”. Persone che lavorano h 24 “feste comandate come spesso accade incluse”, con decine di “migliaia di ore eccedenti accumulate e ferie non godute”. “Se questa è la realtà sulle retribuzioni- prosegue – altre considerevoli limitazioni si evidenziano sul versanti dei diritti”. Il sindacato parla di diritto allo sciopero “neutralizzato” e ricorso al giudice naturale per le controversie di lavoro “inibito”. Una dipendente si ferma a leggerlo. A fianco a lei c’è una sua collega. Perplesse davanti alle righe. Non sanno dove è la sede del sindacato, né i suoi referenti dentro la Camera. Non conoscevano l’articolo in questione. Davanti alla domanda sugli stipendi da Emirati Arabi sorride ma non smentisce. “Non è proprio così – aggiunge – ci sarebbero tante cose da dire. Qui si lavora sempre e di continuo”. A Montecitorio non si parla di cifre. Quelle che sarebbero nero su bianco nelle tabelle del documento: prezzo della “massima reperibilità” e “disponibilità” verso i palazzoni del potere.

BUGIE E BUGIE – “Hanno chiamato i miei colleghi distributori di pizzette, se ne rende conto?” spiega un assistente parlamentare. Lui difende chi sta dietro il bancone a servire i deputati e i giornalisti. “Un bar a cui noi non abbiamo accesso come dipendenti” spiega. Figure che agli occhi del vicino d’ufficio sono “inattaccabili”. “Siamo entrati per concorso pubblico e con referenze dimostrate e molto valide”. L’addetto prosegue: “Qui c’è gente che viene dallo Sheraton, da catene di lusso, dopo aver lavorato anni ed anni, alimentare questo circolo mediatico non è bello”. Un suo collega è basito: “Io ho letto il pezzo, i miei parenti sono rimasti di stucco. Pensano che sia milionario. Guardi si sbagliano proprio. Magari avessi 10 mila euro al mese”. Montecitorio e Palazzo Madama sono come delle piccole micro città. Se però si pensa a chi lavora sotto il sole dodici ore per mille euro al mese o agli esodati che protestano fuori, dall’altra parte della piazza, è normale che corra un brivido lungo la schiena.

CONTRADDIZIONI – C’è chi ci ha provato a indicare gli sprechi, come ha fatto Alberto Filippi, ex leghista, diventato il “terrore” del palazzone. A scatenare la sua ricerca contro gli spendaccioni è stata una scintilla nel 2008. “Tra le varie voci che mi avevano colpito – ricorda – c’era il noleggio di una Apecar. Il Senato aveva affittato un mezzo per un importo superiore persino al costo della vettura nuova”. Un suo collega di corrente, il questore del Senato, il leghista (non ricandidato) Paolo Franco, si vantò a Febbraio su Facebook: “Resterò nella storia, almeno per questo”. La cosa, simbolica, fu eliminare il servizio barberia al Senato. Peccato che i tre dipendenti furono tutti riassunti come uscieri o commessi. Senza ritocco allo stipendio. C’è chi tra i corridoi suggerisce: “Andate a vedere i benefit dei questori”. Ovvero quelle sei persone, tra Camera e Senato, che firmano i bilanci dei palazzoni. Stipendi che non si trovano facilmente. “Ora – raccontano – non parliamo dei nuovi appena insediati. Ma quelli della scorsa legislatura, potevano disporre di appartamento pagato, auto blu, cinquemila euro di stipendio circa maggiorato, uno stuolo di assistenti, dotazioni natalizie dalle cravatte ai foulard”. Una serie di gadget che fa sorridere il popolo del Transatlantico. Leggende narrano di uffici simili a “suq”. La busta paga del questore si compone del normale stipendio più un’indennità pari a circa 3 mila euro al mese. Il tutto per un totale di 60 mila euro. Il rimborso spese per la Capitale (diaria) è di 3.503,11 euro mensili. Poi ci sono spese del rapporto con gli elettori circa 1.800 euro, rimborso per collaboratore 1.845 euro e indennità di carica 3 mila euro. Oltre agli accessori e tanti soldini, la casetta gratis si trova al settimo e ultimo piano di Palazzo Marini, con un affitto che ha gravato alcuni milioni di euro l’anno. Paradosso all’italiana. Gli stalli ci sono. Ieri sera Laura Boldrini, presidente della Camera ha twittato: “#ottoemezzo Tagli degli stipendi ai dipendenti della Camera? Sentiremo i sindacati,non vogliamo ridurre la qualità della vita dei lavoratori”. Adesso però ci sono nuove facce. Tra queste anche la pentastellata Laura Bottici. Speriamo che sull’onda della trasparenza diano tutti, controllori e non, il buon esempio.