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I bambini-soldato dei cartelli della droga

I cartelli della droga messicani diventano sempre più spietati. Da almeno un decennio, ci informa Wired.com, addestrano bambini dagli 11 anni in su a diventare soldati nella loro eterna guerra. Costringendoli a stare in prima linea nei combattimenti con la polizia e le altre bande. Abbandonati e poveri, i ragazzini non hanno altra scelta che accettare, rischiando la vita ogni giorno per pochi dollari.

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L’ALLARME DELL’ICG – L’International Crisis Group, ONG che agisce in tutto il mondo per prevenire conflitti e guerre, afferma che nell’ultimo decennio “i cartelli della droga in Messico hanno reclutato migliaia di membri di gang, o persone che hanno abbandonato la scuola o che fanno lavori non qualificati. Molte di queste “reclute” hanno meno di 18 anni: considerate carne da macello, vengono mandate di proposito ad attaccare le forze militari messicane. Secondo ufficiali dell’esercito intervistati dall’ICG, “i boss dei cartelli trattano questi giovani assassini come carne da cannone e li spediscono a fare attacchi suicidi contro le forze dell’ordine”. “Andiamo in pattuglia” confida un colonnello “e ci troviamo improvvisamente in un’imboscata organizzata da questi ragazzi che non sanno neanche bene come si spara”. A quel punto i militari devono rispondere al fuoco, e loro, a differenza degli avversari, sono ben capaci di sparare e uccidere. Spesso attacchi di questo genere rappresentano un diversivo, per tenere impegnate le forze dell’esercito mentre i veri traffici vengono portati avanti da un’altra parte.

I PICCOLI SOLDATI – Per far sì che si uniscano ai cartelli della droga, i ragazzini vengono attirati con lusinghe, o drogati, e comunque manipolati finché sono pronti a compiere le azioni più spietate in nome dei loro capi. Sono rinchiusi in campi di addestramento paramilitare, che si trovano per lo più nella giungla al confine col Guatemala. Qui viene loro insegnato sommariamente a usare armi che vanno dalla pistola calibro 9 ai fucili agli UZI. In seguito i giovani, ormai abituati alla violenza, diventano parte di bande armate guidate da soldati più esperti, che in passato hanno militato nell’esercito o nella polizia regolare.

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EL PONCHIS – Emblematico il caso di Edgar Jimenez Lugo, detto “El Ponchis”: nel 2010, a 15 anni, fu processato con l’accusa di aver commesso una serie di omicidi al soldo del cartello Beltran Leyva. Dal processo emerse che il ragazzo aveva cominciato a uccidere ad appena 11 anni. La pena comminata e scontata, a causa della sua minore età, fu di soli tre anni, trascorsi in un penitenziario minorile; il caso servì a portare all’attenzione dei media internazionali il problema dei baby-soldati in Messico.

NESSUNA ALTERNATIVA – Un omicidio frutta a uno di questi ragazzini perduti appena 78 dollari. Ma, se sopravvivono e diventano assassini di professione, possono guadagnarne fino a 1000 al mese: una somma ben più elevata dello stipendio medio messicano per un lavoro onesto, che spesso non raggiunge i 300. Il problema, spiegano i rappresentanti delle ONG locali, è che spesso per i giovani, nel Messico devastato dalle guerre di droga, non esiste alternativa. Le scuole sono chiuse, le famiglie disperse, non esiste formazione per il lavoro, non si vedono opportunità di nessun tipo. In questo scenario desolato, arrivano i criminali e dicono ai ragazzi “Venite, vi diamo un lavoro”. Che poi il lavoro consista nell’uccidere, nel brutalizzare, nel fare violenza è un fattore secondario. In fin dei conti, spesso, questi giovani non conoscono altro.

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LA DROGA PROIBITA – Anche questi sono i danni della droga proibita. La politica della “War on Drugs”, perseguita dalle Nazioni Unite su spinta USA negli ultimi cinquant’anni, non ha ottenuto nulla o quasi sul fronte della salute pubblica mondiale: la droga continua a circolare, ad essere comprata e venduta per cifre esorbitanti, a uccidere. Lasciare il mercato degli stupefacenti in mano a mafie e cartelli vari è servito soltanto ad arricchire spietati criminali, a riempire le carceri e a far salire alle stelle il conto delle vittime di una guerra tanto sanguinosa quanto inutile e insensata. Nonostante le politiche pragmatiche di prevenzione e riduzione del danno si dimostrino più efficaci, lì dove vengono applicate, a livello globale si preferisce continuare a “fare la faccia feroce” contro un fenomeno che non si riesce a battere né tantomeno a sradicare. E, come spesso succede, a fare le spese di questo fallimento sono gli indifesi, i deboli, i derelitti: i ragazzini poveri di tutto il mondo, da Ciudad Juarez a Scampia, da Kabul a Cartagena.