C’è la guerra e c’è la droga, c’è la dipendenza e la sregolatezza, ci sono le tette e tutto il melò cinematografico dell’Italia di inizio secolo. Marco Tullio Giordana presenta “Sangue Pazzo” a Milano, e lo fa in maniera divertita e passionale, raccontando la sua vita e quella dei suoi personaggi di sangue e celluloide.
Aveva sfondato con “I cento passi” al Festival di Venezia del 2000, per poi essere riconosciuto come “adulto” nel 2003, quando il suo lavoro “La meglio gioventù” aveva convinto la giuria di Cannes trionfando nella categoria “Un certain regard”;
ed oggi eccolo tornare, con il capo sempre più bianco ed il sorriso largo a promuovere nella sua cara Milano “Sangue pazzo”, ultima fatica dalle tematiche retrò.
UN SOGNO COSTOSO… - Sullo schermo un Luca Zingaretti più alto del solito (e di straordinaria bravura) ed una Monica Bellucci in salamoia (ma con un sacco di tette) a reinterpretare le vite al limite di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, star di un cinema e di un mondo lontanissimo: quello degli anni ‘30 e ‘40, anni del fascismo e dell’orrore mondiale. Così, dopo aver ricevuto in quel di Cannes il premio dedicato al critico Francois Chalais, Giordana approda al cinema Anteo e lascia che tutta Brera gli si stringa attorno: è un lunedì pomeriggio grigio (26 maggio, ndr), lento, ci si può lasciare andare ai ricordi e alle confidenze vagamente gossippare (“La Bellucci è una santa!”, “Anche Papa Pio IX era cocainomane, mica solo Valenti!”), e anche parlare del vile denaro. Del tanto, immenso vile denaro che serve a un film per essere plasmato, prima che questo cominci a respirare, a parlare e poi a divenire cosa del popolo; e se in generale la realizzazione dei sogni richiede molti zeri, quella del sogno che il regista italiano conservava da oltre vent’anni va oltre, “perché bloccare Milano in pieno giorno non è cosa da poco”, così le fiches sul piatto aumentano, e con loro i colori e gli ardori, fino a giungere alla modica cifra di 9,5 milioni di euro, tanto è stato investito per la produzione dell’opera.
…A MISURA DI TIVÙ - Un’opera titanica, abbozzata negli anni ‘80 e portata alla luce solo di recente grazie ai finanziamenti accordati al regista dopo il grande successo sul piccolo schermo de “I cento passi”. È infatti il piccolo schermo la chiave di tutto, l’avvilimento dei sogni e dei sani principi: se il lavoro di Giordana risulta buono, ricco di intuizioni e forte come un colpo di rivoltella in alcune scene, l’impronta televisiva permane, confermando il suo scontato futuro seriale nella prima serata di Rai1, dove le vecchie carampane si emozioneranno e i politicanti di provincia cominceranno ad odiare Giordana, qualunque sia la loro appartenenza. Sui piccoli schermi dei tinelli italiani, andrà infatti in scena la vita torbidamente glamour di Valenti e Ferida ai tempi della guerra, quella che avevano dentro; i due infatti, dopo una vita di successi cinematografici, feste, dipendenza da cocaina e sesso promiscuo e profonda solitudine si trovano a fare i conti con i propri fantasmi, con la propria crudele ingenuità che li porta all’autodistruzione alla corte della repubblica di Salò, pena la fucilazione.
IL CINEMA SECONDO GIORDANA - Una storia crudele e sincera quella narrata da Giordana, che nell’incontro con la grande platea milanese non fa segreto del suo amore per i due divi del cinema in bianco e nero, tanto da addentrarsi in prima persona nei loro vissuti e ricordi, per poi riportare sullo schermo una versione romanzata delle vicende, forte di un credo condiviso dalla platea: il cinema deve ispirarsi alla vita andando oltre, altrimenti non sarebbe cinema. A questo modo, ecco spuntare un sempre affascinate Alessio Boni nelle vesti di Golfiero, cineasta indipendente e omosessuale (che ricorda il grande Luchino Visconti), da sempre legato alla Ferida,
personificando il bene assoluto che non può intromettersi nella storia di Osvaldo e Luisa, ma può solo riprenderla e intitolarla, come Valenti suggerisce, “Sangue Pazzo”. A fare breccia e a disturbare il sonno dello spettatore le scene delle torture ai prigionieri partigiani, che mostrano poco destabilizzando l’anima, così come il bisogno disperato dei protagonisti di portare sempre con sé le “pizze” contenenti le proprie pellicole, mostrando tutto il poetico dolore dei sogni soffocati dalla crudeltà della vita.
Così, mentre Marco Tullio Giordana, l’uomo che fa film dolorosi, scherza con la platea e con Maurizio Porro (che per l’occasione sembra abbia dimenticato a casa gli occhi) sul cinema e su Milano (“Se Letizia Moratti mi fa riaprire il naviglio in via Senato faccio un film su Luchino Visconti!“) l’interrogativo su Zingaretti e la Bellucci sorge spontaneo, facendo pensare a quando il buon vecchio Montalbano sia diventato così alto e palestrato e quando la cara Malèna sia diventata un’attrice, ma la risposta in eurosoldoni sarebbe stata troppo scontata, facendoci ricominciare daccapo, così, ogni pensiero si è perso nell’aria come sangue dimenticato.

























Sangue pazzo a Milano: bello, sregolato, forse troppo televisivo…
C’è la guerra e c’è la droga, c’è la dipendenza e la sregolatezza, ci sono le tette e tutto il melò cinematografico dell’Italia di inizio secolo. Marco Tullio Giordana presenta “Sangue Pazzo” a Milano, e lo fa in maniera divertita e passional…
Sangue pazzo a Milano…
C’è la guerra e c’è la droga, c’è la dipendenza e la sregolatezza, ci sono le tette e tutto il melò cinematografico dell’Italia di inizio secolo. Marco Tullio Giordana presenta “Sangue Pazzo” a Milano, e lo fa in maniera divertita e passional…
Ma come, più alto? gli avranno raddrizato quelle fantastiche gambe storte da calciatore?:D
Sono d’accordo con te sulla spiccata televisità del cinema di Giordana (aspetto che non me lo fa amare), un po’ angusta rispetto a chi pensa che il cinema debba rivendicare un tipo di “visione” e di sguardo specificamente suoi, e che tutto il resto (anche i cosiddetti messaggi) ne sia una semplice conseguenza.