Il “giornale del Papa” si schiera decisamente contro il successo del musicista piceno, colpevole di scrivere troppo facile, abbassando il livello culturale. Ma non si accorge che le stesse accuse si potrebbero muovere a qualcun altro, osannato sulla stessa pagina.
“Provvisoriamente”, la rubrica che spulcia nei sacri altarini e dimostra che spesso di aulico e disinteressato c’è molto molto poco. Ad opera di Luigi Castaldi alias Malvino
C’è sempre stato un gran discutere su cosa faccia la differenza tra un artista e un artigiano, tra il genio e la maniera, tra il penetrare l’anima e il compiacerla, ma ogni volta si conclude poco, e il gran discutere si riduce a constatare un’immancabile divergenza di opinioni tra i dotti critici e l’incolto pubblico. L’Osservatore Romano di domenica 26 ottobre non ci dà un grande contributo al riguardo, anche perché, per stroncare “il
successo di una sedicente musica contemporanea” (Marcello Filotei su Giovanni Allevi), il “giornale del papa” usa lo stesso argomento che schiere di critici malevoli usarono per stroncare quello che, sulla stessa pagina, è definito “spirito anacronistico ma figlio naturale del [proprio] tempo” (Mariano Dell’Omo su Pietro Annigoni). In ragione dello stesso argomento che molti dotti critici usarono contro il pittore meneghino, oggi commemorato nel ventesimo anniversario della sua morte, e che viene duramente contestato nell’adorante articolo a lui dedicato, L’Osservatore Romano strappa l’alloro che l’incolto pubblico ha da qualche tempo posto sulla riccia chioma del giovane compositore piceno.
IL PARALLELO - A leggere la stroncatura riservata ad Allevi sembra di sentire l’eco delle stroncature che Annigoni ebbe in vita: “Sembra preoccupante che all’artista, almeno in musica, non si chieda più di leggere la realtà in modo autentico e originale, ma di confermarci nelle nostre convinzioni. È come sentirsi dire continuamente di sì, qualsiasi domanda si ponga. Dopo un po’ dovrebbe venire a noia. […] Il compositore è preoccupato principalmente di non scontentare chi lo ascolta. Non che si debba scrivere contro il pubblico, ma tentare di contemperare la necessità artistica con la fruibilità sarebbe gradito”. Fatte le dovute modifiche, è quello che si è sempre scritto su Annigoni, salvo eccezioni (anche d’un qualche rilievo). L’Osservatore Romano non se lo nasconde: “La fortuna critica di Annigoni è tra le più controverse del Novecento”. Ma sul fatto che la sua produzione artistica abbia sempre offerto altrettante e altrettali occasioni di critica, il “giornale del papa” liquida così: “[Annigoni] radica la sua moralità d’artista nello sguardo fermo sul passato […] La «grande illusione realistica» dell’antico […] diventava il respiro, lo spazio vitale, in un certo senso il segno di contraddizione del quale Annigoni si faceva insieme araldo, testimone e interprete, non senza sofferenze, incomprensioni ed esclusioni”.
QUALI DIFFERENZE? - Cos’è che fa la differenza? Non la leggibilità immediata, che anzi in certi artisti pare voler eludere ogni mediazione colta alla ricerca, sempre poi biasimata come ruffiana e disonesta, della più ampia comprensibilità: e infatti la fama di un artista è spesso postuma, come se aspettasse il suo miglior tempo. Non il successo di un largo pubblico, che anzi pare piegare la fama alla notorietà: e infatti solo la distanza consente di valutare quanto un’opera sia “contemporanea all’eternità”. Nemmeno i prestigiosi
riconoscimenti, che ovviamente sono tali perché trasmettono il prestigio di chi li assegna: e infatti seguono uguale sorte. E allora cos’è che fa la differenza tra Allevi e Annigoni? Se non in assoluto – che non è quanto oseremmo chiedere neanche a L’Osservatore Romano – in cosa sta la differenza relativa?



