Quando, pochi giorni fa, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi diceva che “forse due o tre banche oltre a Unicredit avranno dei vantaggi ad aumentare il proprio capitale, trovando naturalmente i mezzi sul mercato“, in pochi si aspettavano una reazione tanto immediata quanto compatta delle banche.
Intesa Sanpaolo per bocca di Corrado Passera ha gettato acqua sul fuoco facendo presente di avere “una struttura patrimoniale adeguata” e di star preparando un “piano d’impresa che [...] la rafforzerà
ulteriormente“. Il presidente dell’ABI, Corrado Faissola, si spinge oltre, parlando a nome di tutti dice di non sapere “assolutamente cosa significhi quello che ha detto Berlusconi“, “i banchieri nella riunione di oggi erano tutti tranquillissimi“. Insomma, qui tutto bene, e se stessimo male non lo diremmo in giro. Poi di seguito tutte le rassicurazioni, dal presidente di BPM Roberto Mazzotta, al presidente del consiglio gestione di UBI Banca Emilio Zanetti.
SEMBRA DI ESSERE DAL PEDIATRA - Sì, con i bambini che, intimoriti per ciò che potrebbero subire, assicurano di star benissimo. E c’è da registrare anche il “silenzio tombale” con cui una delle banche maggiormente in difficoltà con i ratios, ha accolto le dichiarazioni del premier: il Monte dei Paschi di Siena, che insieme a Intesa aveva mostrato di avere coefficienti di Core Tier 1 addirittura peggiori rispetto a Unicredit, ha “fatto l’indiana“, come se il dibattito non la riguardasse, salvo poi effettuare “per prova“, in coppia con Ca’ de Sass, gli swap che Bankitalia ha messo a disposizione per garantire maggiore liquidità agli istituti di credito. Così la settimana scorsa, nella prima operazione di questo tipo, Bankitalia ha messo a disposizione dieci miliardi, e Unicredit, MPS e Intesa Sanpaolo ne hanno utilizzati solo 1,9.
LA VERITÀ CI FA MALE - In ogni caso, la reazione dei “signori del credito” era prevedibile. Un po’ perché le parole di Berlusconi sono arrivate, tanto per cambiare, ancora una volta a Borsa aperta, rischiando di mettere sotto stress i titoli. Ma soprattutto, la motivazione è contenuta nei decreti salva-banche. La
possibilità dell’ingresso dello Stato nel capitale degli istituti di credito, sommato agli effetti dell’inevitabile “messa alla gogna” spaventano. Tutti d’accordo con la garanzia pubblica sui depositi, ma il ritorno del pubblico negli istituti di credito, questo proprio non piace. Ecco quindi l’ABI dichiarare che “per quanto riguarda la misura relativa al rafforzamento patrimoniale si ritiene che la solidità del sistema bancario italiano non renderà necessario sfruttare l’opportunità offerta dal provvedimento varato dal governo“. Nel frattempo Bankitalia continua il suo lavoro di monitoraggio della situazione patrimoniale delle banche, alla ricerca di quelle “cattive“, da punire (o salvare) attraverso l’acquisto di azioni privilegiate e addirittura il commissariamento. La paura è talmente forte che, come i bambini intimoriti dal medico, si ha paura persino di tossire. Così dopo la disponibilità della Banca d’Italia a prestare titoli italiani e tedeschi fino a dieci miliardi di euro attraverso un’operazione di swap, le banche hanno risposto “grazie, ma non ci serve“. Se una banca avesse deciso di sfruttare appieno questa possibilità, avrebbe subito concentrato su di se l’attenzione del mercato. In queste condizioni di panico non è certo un fatto positivo, lo si è visto e lo si vede con Unicredit. Nonostante lo swap non intacchi la governance della banca, il ricorso ad esso potrebbe scatenare il panico e portare in seguito all’intervento pubblico. Quindi le banche fanno sapere che “è uno strumento in più da tenere in considerazione in caso di necessità. Per ora questa necessità non c’è“.
CHI STA BENE, CHI STA MALE - Vista la situazione, molte banche europee mediante ricapitalizzazioni sono arrivate ad un Core Tier del 9%, la soglia minima è del 6%. Il Tier 1 è il rapporto tra patrimonio di base e le attività della banca (ponderate in base al rischio). Il Core Tier 1 è il Tier 1 al netto degli strumenti finanziari emessi dalle banche sotto forma di buoni fruttiferi, obbligazioni, certificati di deposito e altri titoli
ancora. Le banche italiane quindi potrebbero trovarsi costrette ad adeguarsi alla nuova soglia del 9%, che anche se non richiesta, diventa indispensabile per non subire gli attacchi del mercato. Secondo una simulazione degli analisti di Merrill Lynch, Unicredit ha un deficit di capitale di 7,4 miliardi, più severa la stima di Jp Morgan, secondo la quale a Unicredit servirebbero 8,1 miliardi per avere un Core Tier 1 ratio dell’8,4%, percentuale ritenuta adeguata dato l’attuale scenario del mercato. Le banche italiane hanno posizioni di rischio inferiori, hanno pochi asset di classe 3, Unicredit ne possiede il 2,5% del patrimonio di vigilanza, Intesa il 13%, la media europea arriva al 62%. Tuttavia il Tier 1 ratio medio in Italia è del 6,2% mentre in Europa è dell’8,9%, insomma, esistono dubbi sulla solidità delle banche italiane. Lo studio di R&S Mediobanca indica come i sei principali gruppi bancari italiani abbiano indici patrimoniali inferiori alla media dei grandi gruppi europei. Ad esempio Unicredit con l’aumento di capitale dovrebbe arrivare ad un Core Tier 1 del 6,7% (a giugno era del 5,7%), Intesa Sanpaolo a giugno aveva un Core Tier 1 del 5,7%, mentre Mps era al 5,1%. Sotto la soglia del 6% anche il Banco Popolare (5,9%), sopra la soglia indicata dalla Banca d’Italia invece BPM (6,3%) e UBI Banca (6,5%). Se però Bankitalia dovesse ritenere la soglia del 6% non più sufficiente, e ritenere preferibile (come Jp Morgan) una percentuale dell’8%, sarebbero molte le banche italiane a rischio intervento pubblico. Risulterebbe difficile infatti in questa situazione ricorrere al mercato per reperire i capitali necessari.























In Italia il problema dell’intervento statale è ulteriormente complicato dal mai risolto conflitto d’interessi del capo del governo. Ovvio che i banchieri non siano contenti di ridursi alle condizioni dei direttori della RAI.