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I bambini decapitati in Birmania

In Birmania tra le vittime dello scontro tra buddisti – di etnia rakhine – e musulmani ci sono anche bambini e minori, vittime di assalti, anche dentro le scuole. La denuncia arriva da sei  associazioni europee e nordamericane dei Rohingya: Burmese Rohingya Associa3on of North America (BRANA), Burma Task Force USA (BTF-USA), il Myanmar Muslim Civil Right Movement (MMCRM), Free Rohingya Campaign (FRC) e lo European Rohingya Council (ERC): in un comunicato hanno mostrato al mondo in quali condizioni si trova la minoranza musulmana alla quale da anni sono negati diritti e cittadinanza. E che resta oggetto di persecuzioni e pogrom: come denuncia anche Rohingya.org da mercoledì 20 marzo sono ripresi gli scontri, che hanno causato almeno una ventina di morti nella città di Meikhtila, dove è stato proclamato lo stato di emergenza: “Molti musulmani sono stati uccisi, almeno 14 moschee e centinaia di case musulmane sono state distrutte, i negozi danneggiati e saccheggiati. Mentre restano più di 20 mila gli sfollati”, si denuncia. Un dramma che non risparmia nemmeno i bambini: 24 sarebbero stati decapitati dai buddisti.

I BAMBINI LAPIDATI – Sono state le associazioni occidentali dei Rohingya a lanciare un appello alle Nazioni Unite: il clima in Birmania è quello della guerra civile e a farne le spese sono soprattutto i minori della comunità musulmana. Secondo quanto riportato, 24 minori sono stati decapitati mentre si trovavano a scuola. “Condanniamo questa strage troppo spesso silenziosa e senza senso, che continua in questi giorni con i disordini di Meikhtila e altre decine di morti”. Secondo le accuse la furia dei buddisti non ha risparmiato i minori: già lo scorso novembre il Times aveva raccontato la strage di diversi bambini, sgozzati senza pietà nello stato birmano di Rakhine, che si trova al confine con il Bangladesh. Un’area dove gli scontri tra le due fazioni hanno già causato circa 200 morti e lasciato 110mila persone sfollate, negli ultimi mesi. Le vittime sono per lo più islamiche. E il sangue è tornato protagonista tra le strade della Birmania, come denunciato dalle associazioni che all’estero si battono per i diritti della minoranza. “Soltanto un intervento delle Nazioni Unite può salvare i Rohingya dal massacro: centinaia di bambini continuano a perdere la vita, tra l’indifferenza generale”, si accusa. Per questo la richiesta all’Onu è di costringere il governo birmano ad aumentare le misure di sicurezza nei confronti della minoranza, e di salvaguardare soprattutto i minori.

VIOLENZE CONTINUE – Quella nei confronti dei Rohinya è una persecuzione che ormai va avanti da tempo: in Birmania si pratica la “caccia al musulmano”, con il governo incapace di difendere la vita di persone al quale non sono riconosciuti diritti elementari. In particolare, nello Stato del Rakhine vivono più di 800 mila rohingya,  su una popolazione complessiva di circa quattro milioni di persone. Eppure la minoranza musulmana non è considerata spesso come “birmana” dalla gente: diverse organizzazioni umanitarie, compreso l’Acnur, hanno spiegato come la popolazione li discrimini e come i Rohingya siano oggetto di violenze. Un pogrom: è negata la stessa cittadinanza, mentre la minoranza non è nemmeno libera di spostarsi nel territorio birmano, sposarsi o avere accesso alle cure sanitarie e all’istruzione. Eppure la maggior parte dei Rohingya – in totale un milione in tutto il paese, ndr – appartengono a famiglie che risiedono nella regione fin dall’800, quando furono importate dagli inglesi come manodopera agraria. Negli ultimi scontri sono state distrutte numerose case dei Rohingya e un paio di moschee, parzialmente date alle fiamme e decine sono stati i morti.

SILENZIO – Il massacro rischia di pagare il silenzio della comunità internazionale. Per questo l’appello alle Nazioni Unite per un intervento rapido, in modo da sollecitare il governo a prendere misure adeguate alla loro tutela. Ma la questione dei Rohingya, che già vivono da clandestini in patria, non sembra interessare molto le potenze che hanno accolto il Myanmar di nuovo tra la comunità civile dopo le riforme che hanno restituito al paese una parvenza di democrazia. Il regime continua ad essere lodato nonostante i militari abbiano la maggioranza in parlamento e non ci sia stata una vera discontinuità con la vecchia politica del regime. L’unica misura adottato dalle autorità birmane è stata la proclamazione dello stato di emergenza nella città di Meikhtila, nel centro del Paese, dove da mercoledì sera continuano gli scontri e i morti. Gli ultimi sarebbero scattati dopo una lite in una oreficeria, terminata con l’uccisione di un monaco.