di Simone Bressan
postato alle 12:31 del 3 giugno 2008 in InterniTorna alla home

Erano tutti impegnati a festeggiare una grande vittoria. Tutti ma non lui. Giancarlo Galan è uno che di elezioni se ne intende, e non poco. E dopo aver guardato per ore i dati elettorali del suo Veneto e ha capito una cosa: così non va.

Il Popolo della Libertà, nato dalla fusione a freddo tra An e Forza Italia, prendeva almeno il 5% in meno Nessuno ci aveva riflettuto perché la vittoria fa dimenticare ogni cosa. Ma chi Forza Italia in Veneto l’ha fatta nascere, l’ha cresciuta, accudita, protetta non poteva starci a consegnare quel patrimonio di voti e diGiancarlo Galan interessi alla in ogni provincia del Veneto e, cosa ben più grave, lasciava la palma del primo partito alla Lega in moltissime zone.Lega. Perché il vero partito delle Partite Iva deve continuare ad essere quello di Silvio Berlusconi.

“GHE PENSI MI!” - Organizzare convegni per far presente il problema o lanciarsi in lunghe lettere aperte ai giornali non è nel suo stile e così il Presidentissimo della Regione Veneto ha affidato la sua provocazione ad un libro dal titolo più che eloquente: “Il Nordest sono Io”. Una sorta di intervista in cui Galan spara a zero su tutti: ex dc, ex psi, maggiorenti di Forza Italia, sistema elettorale. Su tutto meno che sul suo Veneto. Quello va difeso, sempre, anche quando sa risultare antipatico, anche quando sembra che, insomma, c’ha sempre un motivo per lamentarsi. Invece no, Giancarlo Galan rilancia il Veneto; secondo lui bistrattato nonostante i tre ministri. Perché se quei ministri si chiamano Renato Brunetta, Luca Zaia e Maurizio Sacconi allora no, non va bene per niente.

QUEI TRE SULLO STOMACO - Andiamo con ordine: Luca Zaia (Lega Nord) è l’ingombrante vice di Galan inSacconi Brunetta Zaia Regione. I due si sopportano appena, si evitano quando possono evitarsi e si parlano quando le incombenze amministrative lo rendono necessario. Di lui Galan non ha mai sopportato il fatto che gliel’abbiano imposto come vice e che, in fondo, rappresenta quella Lega di governo capace di mettere in discussione la sua egemonia sul nordest. Maurizio Sacconi è,invece, quello che con chiarezza ha puntato a succedergli. Ogni tanto lo ha nascosto poco e questo ha infastidito il governatore, convinto di potersi (e doversi) scegliere il successore sul trono di Palazzo Balbi. Il terzo, Renato Brunetta, non gli è mai stato particolarmente simpatico. Un po’ perché i due hanno caratteri del tutto particolari, un po’ perché Galan lo considera un professorino bravo a disegnare teorie e pessimo nel realizzare cose concrete. Il suo esatto opposto, autentico campione, o almeno così si considera, della politica “del fare”.

PERCHÉ FIDARSI DI LUI? - Galan capisce una cosa che gli altri non colgono: tre ministri non servono se non sono scelti in Veneto, così come non serve una truppa parlamentare consistente se non è espressione del territorio ma solo la risultante di scelte calate dall’alto. E allora, per riportare il boccino in mano ai Veneti, serve una scelta drastica e radicale: un partito federato con il Pdl e un Pdl che lascia spazio a questo nuovo soggetto, sul modello Cdu-Csu adottato in Baviera. A Galan l’idea piace così tanto che si è spinto fino ad Arcore per parlarne con Berlusconi. Il Presidente del Consiglio e lider maximo del centrodestra avrebbe potuto offendersi per quella vagonata di fango gettata sui suoi fidatissimi uomiBossi Berlusconini, da Cicchitto a Brancher, da Brunetta a Carollo. Invece no. Berlusconi si fida di Galan perché si ricorda di quel Giancarlo giovanissimo manager di Publitalia, capace di intuizioni geniali e autentico motore della primissima Forza Italia, quella del ‘94, quella di cui anche il buon Silvio resta innamorato.

NÉ ROMA, NÉ LEGA - Galan lo ha convinto che solo un partito federale con potere amplissimo dato al territorio in ordine a scelta di parlamentari, ministri, classe dirigente può riportare le lancette indietro all’origine del movimento azzurro e far tornare centrale l’entusiasmo delle prime ore. Per non consegnare il Nord alla Lega e per scrollarsi di dosso quell’idea che tutto venga deciso a Roma. Berlusconi, lombardo nel dna, al solo sentir accostare l’aggettivo “romanocentrico” al Popolo della Libertà ha capito che Galan aveva ragione e ha acconsentito alla nascita di un partito autenticamente federale. La Rivoluzione, silenziosa, del centrodestra italiano potrebbe essere racchiusa in quella lunga serie di “j’accuse” del Presidente della Regione Veneto. Se l’azzardo gli riesce, se Berlusconi gli crede davvero, gli equilibri cambieranno per sempre. E sarà davvero una nuova stagione.

(Simone Bressan è autore del blog Freedomland)

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