Quando la prostituzione minorile diventa un dovere religioso

Un documentario inglese svela come in una regione del paese asiatico la vendita del corpo da parte di giovanissime sia...

Un documentario inglese svela come in una regione del paese asiatico la vendita del corpo da parte di giovanissime sia mossa dalla loro fede. Un’amara storia di degrado, povertà e sopraffazione.


In una remota regione dell’India, la giornalista inglese Sarah Harris ha realizzato un documentario sulle bambine prostitute che vivono nel tempio dedicato alla dea indù Yellamma. Un intreccio perverso tra religione, miserie e sesso a pagamento.

PROSTITUIRSI È UN DOVERE – Nella sola Bombay oggi ribattezzata Mumbay, la più grande città dell’india e capitale dello stato di Maharashtra, il 30% delle ragazze si prostituisce per “rispondere” ad un dovere religioso. Di queste, oltre il 70% comincia a fare sesso a pagamento sotto i 14 anni di età.Sarah Harris, ex giornalista dell’Independent, ha voluto descrivere questa sconcertante realtà in un documentario di quattro puntate, di cui la prima va in onda oggi sull’emittente web VBS.tv. “Sono arrivata in India tre anni faspiega la Harris – ho lasciato l’Inghilterra per fare qualcosa di veramente diverso, così scelsi di fare volontariato nel sud dell’India, in un’organizzazione che si occupa del riscatto delle vittime della tratta del sesso. Il mio primo giorno mi sono imbattuta in una riunione di prostitute devadasi. Mi è stato detto che erano prostitute del tempio, ma non comprendevo che cosa significasse“. Le giovani devadasi, provengono per lo più dalla casta degli Intoccabili, i Madiga – la casta più diseredata dell’India – e sono consacrate alla dea Yellamma o Yellardamma, un’antica divinità femminile che rappresenta la fertilità. Il termine devadasi significa più o meno “schiave di Dio“. Un occidentale non saprebbe riconoscere le ragazze devadasi, ma gli indiani sanno a vista chi sono e cosa fanno.

UNA PRIGIONE TERRIBILE – “Ho cominciato la ricerca e nel febbraio del 2008 – prosegue Sarah Harris – a Karnatakar, che è il centro di questa tradizione in India. Ho intervistato diverse donne e scrissi un articolo per un magazine. Decisi poi di rimanere lì, volevo saperne di più di questa storia. Non è facile avvicinare una ragazza devadasi per un colloquio. Fosse una prostituta “benestante” di un bordello di Mumbai, sarebbe molto orgogliosa di parlare di sé e di quello che fa. Ma nelle comunità rurali molto povere, come quella di Karnatakar, è molto più difficili trovarne una con cui parlare. Queste giovani donne sono emarginate e sfruttate e si vergognano di quello che fanno. Vorrebbero lasciare tutto, rifarsi una vita, magari sposarsi, ma non possono e restano in questa prigione terribile“. Nel 1996, il governo della regione ha istituito una legge che proibisce questa pratica ed ha previsto pene fino a tre anni di carcere. Purtroppo, tutto è rimasto sulla carta perché chi ha tratto beneficio da questo sfruttamento si è opposto in tutti i modi al provvedimento. Già in precedenza, nel 1988, il governo di Delhi aveva proibito la pratica della prostituzione nei templi. Le “cerimonie” sono state così trasferite nei sotterranei o in case di privati cittadini.

POI VENNERO I MISSIONARI CRISTIANI – Eppure, non è stato sempre così. Nei secoli passati le devadasi provenivano da famiglie di caste nobili ed agiate. Avevano specifici ruoli religiosi da svolgere nel tempio durante vari riti sacri. “Erano quasi delle suore e non avevano niente a che fare con il sesso. La tradizione si è deteriorata durante i secoli“, spiega la giornalista britannica. In particolare nel 19esimo secolo, quando sono arrivati i missionari cristiani. Le giovani di casta più agiata si avvicinarono al cristianesimo, così nei templi indù finirono le giovani di casta inferiore, quelle più povere. Per poter sopravvivere – visto che alle spalle non avevano famiglie agiate – cominciarono a prostituirsi nel tempio. In breve tempo divenne una pratica assai diffusa, anche perché capirono che poteva essere molto redditizia, specie se abbinata ad una sorta di precetto religioso. Oggi, come detto, è una squallida tradizione assai dura a morire. Alcune ragazze entrano nel tempi all’età di 2 o 3 anni. Queste, però, non entrano effettivamente in “attività” fino a quando raggiungono la pubertà, intorno ai dodici anni. Nel tempio vige una ferrea comunità matriarcale. Non ci sono uomini. Le ragazzine non hanno padri. “Probabilmente non hanno una reale comprensione della loro futura attività fino a quando non giungerà quella che chiamano la loro ‘prima notte’, ossia quando la loro verginità verrà venduta ad un uomo del posto, di norma il miglior offerente. Si tratta, in genere, di un contadino del posto, di un proprietario terriero o di un uomo d’affari”. La Harris sostiene che alcune ragazze le hanno confessato che sapevano di essere state dedicate alla dea, ma non di questo triste rituale.