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Sudafrica, la lotta delle donne contro la crisi

Il Sudafrica ha leggi avanzate e formalmente apprezzabili che tutelano l’uguaglianza tra uomini e donne, ma la condizione femminile slitta all’indietro.

UN PAESE ANCORA GIOVANE – Il Sudafrica è uno straordinario laboratorio politico, non solo per la sua originale storia o per  l’essere una delle più accreditate potenze continentali anche nel prossimo futuro. Il Sudafrica uscito dall’apartheid è un paese effettivamente democratico dove molte delle tensioni tra bianchi e neri sono evaporate e una volta sparite le differenze di razza sono rimaste evidenti solo le differenze di classe, che non risparmiano nemmeno i bianchi, che hanno cominciato a finire nelle bidonville come i neri quando sono rimasti senza reddito. Differenze feroci, tanto che il paese è nella top ten  dei paesi più economicamente diseguali del mondo e ricchi e poveri continuano ad aumentare e ad allontanarsi.

CON DIFETTI ANTICHI – In compenso le differenze di classe sono rampanti e il fatto che l’ANC, al potere dagli anni ’90, conservi ancora la maggioranza ha contribuito a farne un partito corrotto che vive di un’antica storia al riparo dell’icona di Mandela, benedetto da bianchi e neri come santo protettore dell’unità sociale di un paese che alla sua morte sarà costretto a diventare altro. L’arrivo della crisi ha impattato pesantemente su un sistema economico lanciato verso la crescita infinita, che ha frenato bruscamente con gli inevitabili scompensi mettendo a nudo le inadeguatezze della classe dirigente selezionata dall’ANC e i limiti di alcune scelte scellerate.

UNA GESTIONE FALLIMENTARE – La tassa pagata alla corruzione e al clientelismo è stata pesantissima e ha piegato tra l’altro anche la polizia,  scesa moltissimo nella considerazione dei sudafricani a causa di una sfortunata successione di governi che hanno gonfiato i ranghi d’urgenza riducendo i criteri per la selezione e l’addestramento, pensando che bastasse aumentare i poliziotti per diminuire il crimine. E che poi, delusi dai risultati, hanno pensato bene di ordinare alla polizia l’aumento del livello di violenza contro i criminali. Così è finita con il raddoppio delle persone uccise dalla polizia ogni anno e con il corpo che è finito sotto accusa per aver fatto strage di minatori e di recente anche per aver ucciso brutalmente un povero tassista legandolo a un’auto e trascinandolo per strada.

UN PROBLEMA E NON UNA RISORSA – La polizia non può quindi aiutare molto nell’applicazione delle leggi contro la discriminazione femminile e nemmeno contro gli stupri. L’esperienza sudafricana sembra rendere evidente che al di là di variabili culturali come l’ipermachismo, sia quindi il variare delle condizioni sociali ed economiche ad influenzare in buona parte la dimensione del fenomeno. In Sudafrica infatti oltre alla promulgazione di moderne leggi per promuovere la parità di genere, c’è anche un fenomeno positivo d’emancipazione che vede le donne sudafricane sopravanzare i concittadini di slancio nella resa scolastica e a scegliere in numero sempre superiore di evadere dal modello patriarcale classico, ma nonostante queste positività la violenza sulle donne aumenta, il che è decisamente impressionante nel paese che compete per i non invidiabili record mondiali di stupri e omicidi.

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LA CRISI PICCHIA – Purtroppo, a livello di status complessivo le donne sudafricane stanno perdendo terreno e la crisi si è rivelata un potente detonatore della violenza sulle donne, che è l’unico crimine violento a non essere calato negli ultimi anni. Anche in Sudafrica la famiglia è l’unico ammortizzatore sociale in tempo di crisi e anche in Sudafrica gli stupri sono prima di tutto una faccenda tra conoscenti e quasi tutti avvengono vicino a casa delle vittime o di luoghi che frequentano abitualmente. In Sudafrica per lo più gli stupri non vengono denunciati dalle vittime, che desistono anche per la scarsa probabilità di avere giustizia o perché impaurite, essendo per la maggior parte molto giovani e negli ultimi anni non ci sono segnali di una maggiore propensione alla denuncia. Nonostante secondo le stime si denunci solo uno stupro su nove, il paese registra comunque numeri impressionanti.

LE DONNE CAMBIANO – Il progresso dell’emancipazione femminile però è evidente e sempre più donne chiedono il divorzio e più donne rifiutano o rimandano matrimonio e maternità, anche se la crisi riempie le case di lavoratori e lavoratrici insoddisfatti e impoveriti, ancora di più gli uomini che s’assumono idealmente il ruolo patriarcale e che si ritrovano disoccupati o sottopagati, incapaci di mantenere la famiglia. Una caduta dell’autostima che quando vira sulla reazione violenta si sfoga prima di tutto tra le mura domestiche con effetti devastanti e scarse possibilità di essere punita o limitata.

QUELLO CHE SI SA – Esistono robuste statistiche che dimostrano come l’esposizione delle donne allo stupro decresca con il crescere del loro status complessivo, misurato sul reddito medio, i risultati scolastici, il numero delle occupate e l’accesso a occupazioni di prestigio. Una crescita solo parziale di status comporta invece il rischio di un amplificarsi della violenza verso la donna che occupa ruoli non tradizionali e può essere vista come una sfrontata offesa a uno status che non le compete. Il che in un paese nel quale un maschio su 4 ammette di aver commesso uno stupro e la metà di questi più d’uno, ha effetti immediatamente sensibili. La cultura dell’impunità è peraltro molto diffusa, tanto che buona parte degli stupratori non considera neppure di commettere un reato, meno che mai quelli che si accaniscono su mogli o altre parenti e conoscenti.

LA TRAPPOLA – La famiglia e il vicinato così si trasformano da oasi di conforto in incubatore di tensioni, in particolare la famiglia che è il principale ammortizzatore sociale della crisi capitalistica, proprio nel momento in cui i tagli si accaniscono sui servizi sociali e tra le conseguenze della crisi è evidente l’aumento della violenza domestica e di quella sessuale, proprio mentre le donne portano il peso della crisi sotto forma di aumento del lavoro domestico e diminuzione delle occasioni d’impiego e dei salari. Alla spinta positiva dell’emancipazione femminile si oppone  l’influenza negativa di una società nella quale aumenta il numero dei marginalizzati e depressi. Nell’analisi degli stupratori per censo emerge che il gruppo più propenso non è quello super-povero e rurale, ma quello che ha raggiunto un minimo progresso economico e l’accesso agli strumenti della modernità e che quindi è anche il più esposto alla crisi.

UNA SFIDA TITANICA – Dinamiche contro le quali poco possono anche le leggi ben scritte, se poi non sono sostenute da investimenti nell’educazione, nel welfare e nella prevenzione dei delitti. E in questo caso non lo sono, anche perché la tentazione per i governi di lasciare che il paese s’appoggi sulle famiglie è grande in tempi di deficit che piangono. Tutte sfortune che non sembrano in grado di arrestare un cammino d’emancipazione femminile, che procede con decisione in tutta l’Africa sub-sahariana, dove in molti paesi alla crisi del modello maschile tradizionale risponde un’intraprendenza femminile che sta modificando profondamente la cultura africana a partire dalle grandi metropoli, pur tra le resistenze di governi corrotti e leader religiosi ben lieti di ribadire una superiorità maschile che non perdono occasione di smentire.