In memoria di Rosichello

28/05/2008 - Roberto Mancini se ne va. “Rosichello”, come lo chiamavano affettuosamente i romani per la sua tendenza a non accettare le sconfitte, lascia l’Italia. E difficilmente ci ritornerà in tempi brevi. Per fortuna. E così, se n’è andato. Roberto Mancini ha

     
 

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Roberto Mancini se ne va. “Rosichello”, come lo chiamavano affettuosamente i romani per la sua tendenza a non accettare le sconfitte, lascia l’Italia. E difficilmente ci ritornerà in tempi brevi. Per fortuna.

E così, se n’è andato. Roberto Mancini ha lasciato l’Inter e, probabilmente, per qualche tempo l’intero calcio italiano. Perché il ragazzo è ambiziosetto, e non accetterebbe una panchina di secondo piano – anche per ragioni di stipendio. Ma, d’altro canto, al Milan le porte per lui sono chiuse a causa del famoso litigio avuto con Galliani all’epoca di Milan-Lazio negli spogliatoi di San Siro, e alla Juventus la piazza lincerebbe chi pensasse soltanto di proporre il nome in caso di addio di Ranieri. Roma, Fiorentina? Non ne parliamo neppure. Resterebbe la Sampdoria, ma i Garrone non possono permetterselo. Almeno per ora

CALCIATORE - Di lui rimane la storia. Quella di calciatore, già mitica dai tempi del Bologna dove appena sedicenne veniva paragonato a Gianni Rivera (e non senza qualche ragione). Poi l’arrivo alla Samp dei gemelli del goal con Gianluca Vialli, e la definitiva consacrazione con la vittoria dello scudetto e la sfortunata finale di Coppa Campioni. La fuga tentata, ma non riuscita all’Inter di Moratti, e quella andata in porto alla Lazio, dove vince scudetto e coppa Uefa da uomo-squadra e allenatore in campo, trovando un coach (Eriksson) che gli fa fare come gli pare come lo “zingaroBoskov. Il gol di tacco al Parma ce l’abbiamo tutti negli occhi, quello a Napoli che suggellò l’1 a 4 per la Samp e lo scudetto ai blucerchiati, al volo da cross di Vialli, era roba da urlo. Così come un sacco di sceneggiate con gli arbitri, davvero di cattivo gusto. E anche una marea di “non pervenuto” durante le partite della Nazionale, dove però – c’è da dire – è stato anche sfigato, visto che ci è arrivato nello stesso periodo di Baggio, Del Piero e Totti, e con Mister che non prevedevano nei loro moduli la mezza punta (e probabilmente nemmeno il rompicoglioni negli spogliatoi).

ALLENATORE - Ma è la figura di allenatore quella che ha generato le maggiori polemiche. Alla Fiorentina prima e alla Lazio poi si è caratterizzato come litigioso e – con rispetto parlando – stronzetto. Sempre pronto a magnificare le proprie vittorie, e a inventare scuse per le sconfitte. Memorabili quelle nel derby di Roma, quando dopo il goal di tacco del suo omonimo brasiliano se ne uscì con un “è stata una rete casuale, una botta di fortuna“. Dimenticando tutti gli elogi presi quando i goal di tacco li faceva lui. Il “ciuffo di Dio” raramente è uscito dal campo quando le aveva prese dicendo che le aveva meritate. Di volta in volta la sconfitta era colpa di altri: dell’arbitro, del destino cinico e baro, della scalogna che si accaniva su di lui così bravo bello e buono. E i tifosi, c’è da dire, lo adoravano. Mitico il coro dei tifosi romanisti ogni volta che le prendeva dalla prima squadra della Capitale: “Mettete a sede Mancini Mettete a sede” urlato da tutta la curva a risultato ormai acquisito per sfottere la sua simpatica abitudine di stare in piedi a sbraitari contro chiunque gli capitasse a tiro. Così come è stata tristissima l’ultima sceneggiata alla Mario Merola dopo l’eliminazione in Champions League con il Liverpool. L’annuncio di dimissioni a caldo, per cercare di sviare l’attenzione dal fatto che i giocatori, durante la partita, lo avevano palesemente mandato a quel paese sia in campo sia in occasione delle sostituzioni. In un mondo serio, professionale, etc, uno come Mancini non avrebbe dovuto più allenare dopo quella figura da bambino (“lascio l’Inter, me ne vado non mi ascoltano sigh sigh“: ci mancava solo un bel “puffnghé” alla fine)

CHIUSURA – E che cosa dovevano fare, quei poveracci dei giocatori? Forse dargli retta? Dal punto di vista tecnico, l’Inter non è mai riuscita ad esprimere un gioco efficace. Si è sempre retta su una discreta organizzazione difensiva e sui lampi dei suoi fuoriclasse. Per il resto, dalla panchina non arrivavano mai indicazioni nel vero senso del termine. Lui stava lì, gesticolava, si incazzava con chi sbagliava i rigori o per chi andava a tirare le punizioni (sempre dopo che avevano tirato, però, non prima: lamentarsi prima è roba da gente di personalità). Non è un caso che i nerazzurri segnino soprattutto su palla inattiva (calci d’angolo, punizioni, rigori, etc): sintomo di una squadra che si affida alle doti dei singoli, perché il collettivo non esiste. Quando le cose non andavano bene, sostituiva. “Ci han bloccato in mezzo, ci vuole una variante“. Ed ecco Jimenez, oppure Figo. “Mister, che devo fare?“. “Salta l’uomo e vai in goal“. Così sono capace anche io a fare l’allenatore. Dicono in giro che Moratti, per sbarazzarsi di lui, dovrà spendere 130 milioni di euro tra liquidazione e ingaggio del nuovo tecnico. Trattandosi di uno che gli affari non li ha (quasi) mai saputi fare, non possiamo certo dire che son soldi spesi bene. Ma benino sì.

     
 

43 Commenti

  1. ilegal scrive:

    Moratti, la (sua) giusta causa
    A Parigi incontra Mourinho. Al telefono spiega che Mancini…
    Clicca!

    di Roberto Omini

    La giusta causa di Massimo Moratti, finalmente, non è più l’arido e desolante comunicato di giovedì sera. La giusta causa del presidente -sui perché dell’esonero di Mancini- è un dato correlato alle interviste concesse al Corriere della Sera e alla Stampa. Il senso è molto in linea con la lunga marcia del presidente e le sue avventure/disavventure coi tanti allenatori: ha annusato l’aria, non l’ultimo giorno bensì gli ultimi tre mesi, ha lavorato e parlato e riflettuto, dopodiché ha concluso che l’orchestra-Inter diretta da Mancini avesse chiuso il suo formidabile ciclo vincente, come se si fosse spento il sacro fuoco del successo, non per i capricci di Figo o le rimostranze del medico o altre faccende domestiche; piuttosto come fonte di certezze, convinzioni, prospettive. Con 3 scudetti, 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe italiane e un quadriennio che -nei cento anni interisti- è secondo solo ai fasti di Helenio Herrera.

    Messa così, letti -dalle parole di Moratti- gli elogi che Mancini si merita, scorrendo la serenità dei giudizi e scrutando -in altra parte- le istantanee che ritraggono il presidente e Mourinho, faccia a faccia in campo neutro (Parigi), la scelta del ribaltone ha persino una sua logica. Il cambio di rotta e di prospettiva, o come si dice: la scelta tecnica, è prassi del calcio quotidiano, non solo prerogativa interista e morattiana. Ma allora perché non vestire subito così, fin dal primo difficile momento, un esonero impopolare e inatteso? Perché impegnarsi nella “giusta causa”, imputando a Mancini colpe o insinuazioni che non esistono, con comunicati oltre i quali lo stile-Moratti non lo si riconosce più, e anzi scompare? Perché oscurare gli scudetti e i trionfi con minacce di ricorso ai tribunali sportivi e non solo?

    Quattro giorni dopo, la ricerca della normalità è il minimo che ci si potesse attendere. Non sarà facile, ma bisogna pur cominciare. Nell’attesa che Mourinho vesta ufficialmente la maglia nerazzurra e che Mancini -dicono da Londra- comprenda cosa c’è di vero per lui nel Chelsea. E nell’attesa che questa (morattiana) giusta causa -spiegata dal presidente- cominci a chiudere la ferita di quel comunicato del giovedì sera: che è roba dell’altro mondo.

    31 maggio 2008

  2. zenzero scrive:

    ma chi l ha scritto questo articolo..paperino?che invidia che provate….fate sorridere..al peggio nn c e’ mai fine…

  3. Gregorj scrive:

    esatto, proprio paperino. E’ una nostra firma di prima grandezza.

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