di Alessandro D'Amato (Gregorj)
postato alle 12:45 del 28 maggio 2008 in SportTorna alla home

Roberto Mancini se ne va. “Rosichello”, come lo chiamavano affettuosamente i romani per la sua tendenza a non accettare le sconfitte, lascia l’Italia. E difficilmente ci ritornerà in tempi brevi. Per fortuna.

E così, se n’è andato. Roberto Mancini ha lasciato l’Inter e, probabilmente, per qualche tempo l’intero calcio italiano. Perché il ragazzo è ambiziosetto, e non accetterebbe una panchina di secondo piano - anche per ragioni di stipendio. Ma, d’altro canto, al Milan le porte per lui sono chiuse a causa del famoso litigio avuto con Galliani all’epoca di Milan-Lazio negli spogliatoi di San Siro, e alla Juventus la piazza lincerebbe chi pensasse soltanto di proporre il nome in caso di addio di Ranieri. Roma, Fiorentina? Non ne parliamo neppure. Resterebbe la Sampdoria, ma i Garrone non possono permetterselo. Almeno per ora

CALCIATORE - Di lui rimane la storia. Quella di calciatore, già mitica dai tempi del Bologna dove appena sedicenne veniva paragonato a Gianni Rivera (e non senza qualche ragione). Poi l’arrivo alla Samp dei gemelli del goal con Gianluca Vialli, e la definitiva consacrazione con la vittoria dello scudetto e la sfortunata finale di Coppa Campioni. La fuga tentata, ma non riuscita all’Inter di Moratti, e quella andata in porto alla Lazio, dove vince scudetto e coppa Uefa da uomo-squadra e allenatore in campo, trovando un coach (Eriksson) che gli fa fare come gli pare come lo “zingaroBoskov. Il gol di tacco al Parma ce l’abbiamo tutti negli occhi, quello a Napoli che suggellò l’1 a 4 per la Samp e lo scudetto ai blucerchiati, al volo da cross di Vialli, era roba da urlo. Così come un sacco di sceneggiate con gli arbitri, davvero di cattivo gusto. E anche una marea di “non pervenuto” durante le partite della Nazionale, dove però - c’è da dire - è stato anche sfigato, visto che ci è arrivato nello stesso periodo di Baggio, Del Piero e Totti, e con Mister che non prevedevano nei loro moduli la mezza punta (e probabilmente nemmeno il rompicoglioni negli spogliatoi).

ALLENATORE - Ma è la figura di allenatore quella che ha generato le maggiori polemiche. Alla Fiorentina prima e alla Lazio poi si è caratterizzato come litigioso e - con rispetto parlando - stronzetto. Sempre pronto a magnificare le proprie vittorie, e a inventare scuse per le sconfitte. Memorabili quelle nel derby di Roma, quando dopo il goal di tacco del suo omonimo brasiliano se ne uscì con un “è stata una rete casuale, una botta di fortuna“. Dimenticando tutti gli elogi presi quando i goal di tacco li faceva lui. Il “ciuffo di Dio” raramente è uscito dal campo quando le aveva prese dicendo che le aveva meritate. Di volta in volta la sconfitta era colpa di altri: dell’arbitro, del destino cinico e baro, della scalogna che si accaniva su di lui così bravo bello e buono. E i tifosi, c’è da dire, lo adoravano. Mitico il coro dei tifosi romanisti ogni volta che le prendeva dalla prima squadra della Capitale: “Mettete a sede Mancini Mettete a sede” urlato da tutta la curva a risultato ormai acquisito per sfottere la sua simpatica abitudine di stare in piedi a sbraitari contro chiunque gli capitasse a tiro. Così come è stata tristissima l’ultima sceneggiata alla Mario Merola dopo l’eliminazione in Champions League con il Liverpool. L’annuncio di dimissioni a caldo, per cercare di sviare l’attenzione dal fatto che i giocatori, durante la partita, lo avevano palesemente mandato a quel paese sia in campo sia in occasione delle sostituzioni. In un mondo serio, professionale, etc, uno come Mancini non avrebbe dovuto più allenare dopo quella figura da bambino (”lascio l’Inter, me ne vado non mi ascoltano sigh sigh“: ci mancava solo un bel “puffnghé” alla fine)

CHIUSURA - E che cosa dovevano fare, quei poveracci dei giocatori? Forse dargli retta? Dal punto di vista tecnico, l’Inter non è mai riuscita ad esprimere un gioco efficace. Si è sempre retta su una discreta organizzazione difensiva e sui lampi dei suoi fuoriclasse. Per il resto, dalla panchina non arrivavano mai indicazioni nel vero senso del termine. Lui stava lì, gesticolava, si incazzava con chi sbagliava i rigori o per chi andava a tirare le punizioni (sempre dopo che avevano tirato, però, non prima: lamentarsi prima è roba da gente di personalità). Non è un caso che i nerazzurri segnino soprattutto su palla inattiva (calci d’angolo, punizioni, rigori, etc): sintomo di una squadra che si affida alle doti dei singoli, perché il collettivo non esiste. Quando le cose non andavano bene, sostituiva. “Ci han bloccato in mezzo, ci vuole una variante“. Ed ecco Jimenez, oppure Figo. “Mister, che devo fare?“. “Salta l’uomo e vai in goal“. Così sono capace anche io a fare l’allenatore. Dicono in giro che Moratti, per sbarazzarsi di lui, dovrà spendere 130 milioni di euro tra liquidazione e ingaggio del nuovo tecnico. Trattandosi di uno che gli affari non li ha (quasi) mai saputi fare, non possiamo certo dire che son soldi spesi bene. Ma benino sì.

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