Economia

Italia contro UE: economia, ambiente e il futuro che ci attende

21 ottobre 2008

Dietro i contrasti tra Unione europea e Italia in materia di ambiente ci sono interessi corposi da difendere e visioni diverse sul futuro dello sviluppo economico. Con un convitato di pietra: i nostri figli e i nostri nipoti.

L’Italia è ai ferri corti con la Ue riguardo al varo del pianoAzione per il clima: energia per un mondo che cambia», un insieme di proposte in materia di emissione di gas serra, energia e cambiamenti climatici”. Tutto è cominciato con la levata di scudi di Emma Marcegaglia, che ha chiesto addirittura al Governo di porre il veto all’approvazione del piano concordato da tempo che prevede il raggiungimento del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili, il miglioramento del 20% dell’efficienza e un taglio del 20% nelle emissioni di anidride carbonica. Traguardi da raggiungere tutti entro la data del 2020.

IL PIANO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI – Il governo si è prontamente accodato, ed è esplosa la polemica con il commissario europeo all’ambiente, Stavros Dimas dopo la conclusione del Consiglio europeo: sono volate parole grosse, da una parte e dall’altra. E’ senz’altro vero che per raggiungere gli obiettivi del Piano europeo ci vorranno investimenti elevati e grossi sforzi, a cui tutti i paesi devono concorrere. Ma, mentre per la stragrande maggioranza dei paesi e delle imprese europee non sembrano esserci problemi, la Confindustria e il Governo italiano si sono messi di traverso. Con tre obiezioni.

IL PESO DELLA CRISI ECONOMICA - La prima obiezione è che con la grave crisi economica in atto l’ambiente va messo un po’ da parte: le esigenze dell’economia e delle imprese vengono prima di tutto. L’opinione di Confindustria e Governo è stata poi autorevolmente confermata anche da un “famoso” esperto in materia: Renato Schifani, il presidente del Senato. La crisi ovviamente c’è, ma mentre la Marcegaglia minaccia veti, quasi fosse il Ministro competente, il Gruppo europeo dei dirigenti di impresa, cioè i vertici di società come Phillips, Shell, Tesco e Vodafone, ha inviato recentemente agli europarlamentari una lettera in cui si esprimeva il proprio favore alle misure proposte, perché “i benefici di un intervento deciso e tempestivo sul cambiamento climatico saranno superiori ai costi del non fare. Anche se le questioni legate alla competitività europea e le preoccupazioni riguardo alla recessione economica globale influenzeranno il dibattito, siamo certi che l’adozione di un pacchetto legislativo deciso ed efficace alla fine avrà effetto positivo sulle imprese europee” . L’obiezione quindi non regge, a meno di non ammettere che il sistema delle imprese italiano sia più arretrato di quello del resto d’Europa.

IL COSTO ECCESSIVO PER L’ITALIA – La seconda obiezione, è che il piano costi troppo per il nostro paese. Gli obiettivi per l’Italia sono il taglio del 13% di emissioni di CO2 nei settori non inclusi nel sistema di scambio di emissioni (Ets) e un aumento del 17% dei consumi energetici da fonti rinnovabili entro il 2020,rispetto ai livelli del 2005. Qui bisogna intendersi. Secondo l’analisi di impatto del pacchetto “Model-based Analysis of the 2008 EU Policy Package on climate change and renewables”, ci sono vari scenari. Quello più sfavorevole per l’Italia dice che “avvicinarsi” agli obiettivi costerebbe in dieci anni 181,5 miliardi di euro, quindi circa 18,2 miliardi all’anno. In termini assoluti, come spiega il Sole 24 ore, organo ufficiale della campagna anti ambiente, sarebbe il costo più alto tra i 27 Paesi Membri; in termini di peso percentuale sul Pil nell’anno 2020: l’Italia sopporterebbe il 20% dei costi complessivi europei a fronte di un peso nella Ue di poco superiore al 10% in termini di Pil. Per Bruxelles però, “la stima dei costi aggiuntivi è pari al massimo allo 0,66% del Pil, prendendo in considerazione non solo gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra e per lo sviluppo delle rinnovabili, ma anche i meccanismi flessibili che si possono utilizzare per raggiungerli“. Si tratta del commercio dei cosiddetti Ets, Emission trading scheme, una specie di “Borsa”che permette agli operatori virtuosi (coloro che hanno ridotto le proprie emissioni) di vendere i tagli in eccesso alle imprese rimaste invece indietro.

33 commenti a Italia contro UE: economia, ambiente e il futuro che ci attende

  1. chissà come mai tutto ciò non mi stupisce :D

  2. Franco

    Non capite, sono state semplicemente cambiate le famose tre I. Ora sono ignoranza, intolleranza e inquinamento.

  3. cordapazza

    Aggiungo: Irresponsabilità. E’ una cosa, forse la più grave ai miei occhi, che conferma l’anarchico spadroneggiare del governo, un allegro “del doman non v’è certezza” paludato da strumentali richiami ad una autarchica italianità. Hanno reclutato anche Zichichi a sostenere il coro vittimista contro la Ue cattivona!

  4. pensa come stanno ridotti.

  5. Calvin

    Concordo sull’impostazione generale dell’artiocolo, ma ho due GROSSE riserve: la prima riguarda l’analisi costi/benefici. A me piacciono i numeri, affermazioni come “se non si fa qualcosa moriremo tuttiiiii” o “i bambini qualcuno pensi ai bambiniii” (tipo i Simpson) mi lasciano abbastanza indifferente. Non ho ancora trovato in giro un’analisi fatta bene che sintetizzi i costi pesati per le probabilità dei diversi scenari (o almeno io il conto a spanne lo farei così, ma non sono un esperto). L’affermazione “domani potrei morire colpito da un fulmine” è statisticamente corretta, ma non per questo domani uscirò con un parafulmine sulla testa. La seconda riguarda il passaggio “il miglior modo per convincere i paesi emergenti recalcitranti (Cina, India e Brasile) è dimostrare che chi sino ad oggi ha fatto i danni maggiori (ovvero l’occidente) sia credibile nel dare il buon esempio”; non so se Merkel sia un’esperta di teoria dei giochi, io da quelle due cose che mi ricordo direi che l’affermazione è quanto meno dubbia. “Dare il buon esempio” potrebbe solo scatenare il moral hazard di cinesi e indiani; ma qui entriamo nel campo delle relazioni internazionali, quindi non vado oltre.

  6. Intanto Sarkozy ci viene “contro” parzialmente e minaccia se non accettiamo di inviare a tutti gli italiani l’ultimo cd di carla bruni.

  7. @loska:
    :-)

    @Franco:
    Oh, adesso ho capito! Grazie! ;-)

    @cordapazza:
    L’irresponsabilità purtroppo è di gran moda. E il conto è a carico di tutti.

    @:calvin

    L’anialsi costi benefici la conosco bene, l’ho fatta per anni nel quadro della valutazione dei progetti d’investimento: credimi, non è il metodo migliore. Oltre che per i soliti motivi noti in letteratura (non presa in carico di intangibili e incommensurabili, difficoltà nel trovare il tasso di sconto “giusto”, arbitrarietà nella determinazione dei prezzi ombra) non funziona perchè parte dal principio che sia possibili applicare meccanismi di mercato a materie dove si è già manifestato il fallimento del mercato. Meglio una seria analisi multicriteria, che inglobi le cose buone che l’ACB ha con altri metri di giudizio, più adatti quando si parla di ambiente.

    Per il discorso moral hazard. La merkel non so se è esperta in teoria dei giochi. Io di quella mi ricordo il dilemma del prigioniero, dove la scelta che sembrava migliore per l’individuo era quella che metteva tutti in galera. Tutto può essere, forse sarà come dici tu. Io penso che pretendere che comincino loro mi sembra chiedere un po’ troppo. E tra l’altro, comunque, loro degli obiettivi di riduzione delle emissioni se li cominciano a porre, e anche piuttosto forti. Tocca anche a noi, adesso.
    Ciao!

    @tutti:
    un sorriso semplice

  8. cordapazza

    apocalitticamente, non è che me ne freghi molto dei “bambini, i bambini, moriremo tutti” (sono le incognite della proliferazione della specie umana a scapito di altre, già) ma della morte del Pianeta, di ” questa bella famiglia d’erba e di animali” sì, moltissimo. Non ne abbiamo nessun diritto.

  9. @calvin e cordapazza:

    A me invece della morte dei bambini importa molto, molto, moltissimo, così come del futuro del pianeta.
    E non ho altro da dire su quest’argomento. :-(

  10. cordapazza

    oh, non è che mo mi fai pessare per Erode!:-)

  11. cordapazza

    passare…

  12. @cordapazza:
    No, tranquillo.. :-D
    E’ che sul tema dell’infanzia sono molto sensibile.
    Ciao!!! :-)

  13. cordapazza

    sono femmuinuccia, ma comincia a piacermi essere presa sempre per un uomo:-)

  14. Gateo

    I nostri figli, anzi, gli storici del futuro, si chiederanno come mai il mondo si lascio’ prendere dall’isteria collettiva sull’effetto serra.

    Gia’, perche’ tutta questa storia dell’effetto serra mi sembra una balla colossale.

    (Si’, ho deciso di farmi del male)

  15. @cordapazza:
    pardon. Un sorriso in a. :-)

    @gateo:
    Anche a me, ogni volta che guardo le statistiche sulla temperatura del pianeta, sul livello di precipitazioni annue, sul livello di desertificazione

    (ho deciso di farmi male anch’io…:-) )

  16. marblestone

    ieri sera ho sentito una intervista radiofonica al metereologo Mercalli sulla questione. Era piuttosto incazzato perchè diceva che a prescindere dalla sorte degli orsi polari per il cambiamento del clima c’era da considerare che le misure sono soprattutto di risparmio energetico: se devo ridurre le emissioni attraverso il risparmio ciò significa che dovrò (e avrò contributi per) coinbentare meglio la mia casa e i risparmi ce li ho innanzitutto sulla mia bolletta energetica.
    Senza considerare tutte le implicazioni del rendersi (più) indipendenti dai ricatti internazionali di chi l’energia ce l’ha (paesi arabi e/o russia).
    Io sto con quella minoranza di metereologi e scienziati che non crede al catastrofico mutare del clima ma anche senza questo è fondamentale risparmiare energia attraverso una maggiore efficienza. E’ anche una opportunità di business ma purtroppo i nostri industriali mancano proprio di quella i-impresa (in termini anche di rischio di impresa) che il nostro mercato protetto non gli ha mai fatto sviluppare

  17. Lkv

    A quanto pare ci piace la dipendenza energetica e il basso investimento. Intanto Eni ed Enel investono nei meccanismi di cattura della Co2 all’estero, proprio perche’ da noi non ci sono gli incentivi. Facciamo scappare i premi nobel perche’ non investiamo in fonti rinnovabili, ecc.

    Sembra che a molti sfugga il pieno concetto di competitivita’ e la intendono solo come minori costi. Intanto ci sono imprese in Italia che installano filtri, investono in nuove tecniche e tecnologie, e lo fanno non grazie allo Stato, ma malgrado lo Stato, e l’hanno fatto anche in vista del piano energetico europeo. Ora che facciamo per queste imprese virtuose? Puniamo i meritevoli e premiamo gli inetti.

  18. Franco, ci fornissero almeno contestualmente la quarta I, quella di Imodium, per limitare i danni, anche olfattivi.

  19. @marblestone:
    Condivido, riga per riga. :-)

    @lkv:
    Condivido, riga per riga :-)

    @prostata:
    :-)

  20. icy

    Avevo già scritto in passato sul problema dell’inquinamento, e quello che usciva è la grande ipocrisia che sottostà alla preoccupazione per il mondo. A “nessuno” frega nulla del mondo, semplicemente ci si sente in pericolo, si ha paura che domani si possa non esserci più. Il mondo, la natura, non saranno annientati da quella virgolina nera che è la specie umana e il suo comportamento. Tanto per farvi capire, 65 milioni di anni fa un sassolino di 1 km (in realtà sembrerebbe siano stati di più, ma non divago) è caduto sul nostro pianetino ed ha spazzato via più del 76% delle forme di vita, eppure oggi il pianeta è più rigoglioso che mai (e ci sono stati altri eventi con estinzioni fino al 96% delle forme di vita).

    L’inquinamento che oggi l’uomo sta attuando, nella peggiore di tutte le ipotesi, sterminerà solo se stesso, la natura se ne frega altamente.

    Inoltre, l’analisi costi/benefici non può essere fatta per delle ragioni molto banali. Il clima non lo si può prevedere. Le nozioni che ancora oggi si usano sono di natura empirica (a parte le previsioni a breve periodo), si sa che un aumento dell’anidride carbonica ha sempre causato nelle ere geologiche passate un aumento della temperatura, con conseguente espansione delle zone desertiche e scioglimento delle calotte polari. Ma non si sanno valutare la tempistiche di tali accadimenti in modo preciso (intendo dire che i dati paleoclimatici si basano su intervalli lunghi millenni, noi parliamo di decenni), quello che possiamo fare è cercare di limitare il nostro contributo di gas serra e sperare che basti. Perché se è vero che è più o meno dimostrata l’azione antropica sul clima, non è nota l’inerzia dello stesso od i tempi tipici dei cambiamenti (tanto per farmi capire, il film “l’alba del giorno dopo” che ha fatto sorridere in molti è uno scenario reale, cambiamenti di quel genere potrebbero accadere nel giro di una settimana/un mese).

    L’attacco del governo su impegni presi in precedenza è semplicemente risibile, si è nicchiato fino ad oggi sull’attuazione del piano di riduzione (come tipico modus operandi italiano) ed ora ci si accorge che forse non si scherzava. Le industriettine italiane a forza di aiutini hanno una competitività a zero (ma ovviamente è colpa della rigidezza del mercato del lavoro), e stanno realizzando che per recepire le direttive anti-inquinamento dovrebbero aumentare di non poco la loro efficienza per non affossarsi.

    E’ comunque vero che lo sforzo dell’Unione europea varrà a poco se non entreranno in prima linea i grandi produttori di gas serra, come India, Cina e Brasile. Ma l’unico modo per convincere tali paesi è (come paventato dalla Cina) una partership tecnologica, dove i paesi all’avanguardia (e come al solito l’Italia arranca) potranno siglare accordi commerciali favorevoli corrispettivando anche tecnologia. Le sfide del futuro si giocheranno nell’ambito del riciclaggio delle materie prime e dell’approvvigionamento energetico, sono questi gli eventuali tasti da evidenziare. L’idea del dare il buon esempio della Merkel non conta nulla, ad un paese che è in crescita economica non frega nulla dei buoni esempi, interessano i legami commerciali a doppio filo.

  21. Stefano B.

    i nove paesi europei che concordavano con l’Italia sull’esigenza di rinviare l’applicazione delle misure anti-inquinamento sono Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Bulgaria, Slovacchia e sticazzi…

    Battute a parte, anche questa vicenda secondo me dimostra un’atteggiamento tipico (e bipartisan) della politica internazionale del nostro paese: quello ad essere capi-popolo dei peones, primi fra gli ultimi, piuttosto che cercare di fare del proprio meglio per essere uno fra i primi.

  22. John Watts

    I think the poster brings up some very valid points!

    Jiff
    http://www.privacy-center.be.tc

  23. Gateo

    @Comicomix:sono d’accordo con Marblestone anch’io, quindi per la proprieta’ transitiva siamo tutti d’accordo, no?
    Allora non c’e’ piu’ bisogno di farsi del male?

  24. abr

    Gia’, perche’ farci del male? Semplice: perche’ nessun pasto e’ gratis.

    Le emissioni di Co2 in Italia sono primariamente dovute all’arretratezza del nostro sistema di produzione di energia: ergo, siamo pronti a convertirci pesantemente al nucleare, ammesso e non concesso sia possibile nel breve termine?
    Poi ci sono i trasporti: ci famo di Tav e Tac? nel giro di qualche anno?

    Secondariamente, forse non e’ chiaro che non si tratta solo di scucire soldi dalle tasche dei capitalisti sporcaccioni: qui ci va di mezzo la sopravvivenza di fette importanti di industria manifatturiera e correlati posti di lavoro. Poco inquinante, o perlomeno ordini di grandezza di meno delle corrispondenti aziende cinesi e indiane.

    Infine: “il miglior modo per convincere i paesi emergenti recalcitranti (Cina, India e Brasile) è dimostrare che chi sino ad oggi ha fatto i danni maggiori (ovvero l’occidente) sia credibile nel dare il buon esempio”.
    Non so perche’ , ma questa impostazione mi ricorda Sir Neville Chamberlain che sventola la firma di Hitler al congresso di Monaco dopo aver svenduto la Cecoslovacchia … UNILATERALISMO … Ma non eravate voi quelli del MULTILATERALISMO? :)
    Ho avuto il privilegio di trattare con cinesi, indiani e brasiliani nel tempo, e vi posso dire che di noi e della salute del Pianeta nun glie ne puo’ frega’ de meno.

    Il tutto senza nemmeno entrare nel merito del discusso e ancora molto discutibile tema delle teorie sul GW e sull’influsso del Co2 su di esso, qui dato per scontato; non si discute di tornare indietro; il fatto e’ che un Paese lievemente piu’ complesso delle Maldive o di Antigua non campa solo di musei, agriturismi, Asl e terziario – ogni riferimento a Regioni del Centro Italia e’ puramente casuale :)
    ciao, Abr

  25. @icy:
    Il tuo commento è molto articolato, e rispondo solo sulle cose che non mi convincono del tutto
    1. A “nessuno” frega nulla del mondo. Non so. io parlo per me: a me sì, frega.
    2.il “buon esempio” della Merkel, nell’accezione che ho inteso io, è legato alle convenienze economiche (giusto) ma anche alla credibilità politica. Che certo non può venire se i più grandi inquinatori “storici” continuano ad inquainre

    @stefano b.:
    e’ uno dei nostri peggiori vizi, il provincialismo, specie dei politici.

    @Gateo:
    :-) No, certo…io poi sono un tipo molto pacifico e “buonista”…:-D

    @abr:
    “Nessun pasto e’ gratis”.
    Sono d’accordo. Compreso il “pasto” dello sviluppo selvaggio e non rispettoso delle compatibilità ambientali ;-)

    “Le emissioni di Co2 in Italia sono primariamente dovute all’arretratezza del nostro sistema di produzione di energia”.
    Vero, per questo avremmo dovuto investire nel solare (la germania, come sai, con meno esposizione al sole di noi ha fette importanti del suo approvvigionamento energetico) e puntare sul risparmio energetico, l’efficenza energetica, ecc…

    “La sopravvivenza di fette importanti di industria manifatturiera e correlati posti di lavoro”.
    Ne sono perfettamente consapevole. Ma messa così sembra che la salvezza dell’industria manifatturiera dipenda solo dal pacchetto ambiente, mentre invece la questione mi sembra un po’ più complessa. E credo che tu non possa sottovalutare le OPPORTUNITA’ che il pacchetto ambiente potrebbe offrire.

    “Vi posso dire che di noi e della salute del Pianeta nun glie ne puo’ frega’ de meno”.
    Non ne dubito, anche perchè a noi di loro non è mai fregato nulla. Io credo che – pur se il tema è ovviamente gloabale, vedi il commento di icy e di altri – questo non ci giustificherebbe dalla non azione.

    “il fatto e’ che un Paese lievemente piu’ complesso delle Maldive o di Antigua non campa solo di musei, agriturismi, Asl e terziario – ogni riferimento a Regioni del Centro Italia e’ puramente casuale”
    Anche di questo sono conscio, come sai è il mio lavoro occuparmi ( malissimo :-) )di politica economica. E ti dico un’altra cosa: il peso dell’industria in Umbria – la mia regione ;-) – è più alto della media nazionale, grazie alla presenza della Tyssen Krupp a Terni, della Nestlè a Perugia, e di una miriade di micro e medie imprese. E soprattutto delle presenza di diverse grani imprese nel settore delle costruzioni.
    proprio perchè è complesso, non farei semplicistiche equazioni sul fatto che gli investimenti in sviluppo sostenibile sono solo costi e non anche opporutnità.

    E’ sempre un piacere ricevere i tuoi commenti, spero di vederti, prestissimo, a Milano. :-D

    @tutti:
    Un sorriso logorroico (vero, gregorj?)

  26. “Un sorriso logorroico (vero, gregorj?)”

    :P

  27. Calvin

    icy+carlo: l’indeterminatezza degli esiti non ha mai fermato l’analisi economica. Tutti i fenomeni economici sono indeterminati, non è che se devo decidere di espandere il capannone la variazione del fatturato sia un processo deterministico. per far capire meglio quello che intendo suggerisco di guardarsi l’articole de LaVoce sull’analisi di “economicità” della TAV Roma-Napoli, è ipersemplificata ma dà un’idea di come si può ovviare a certi problemi metodologici. In ogni caso il mio discorso è piu’ generale: è meglio provare a misurare gli effetti di quello che stiamo facendo o è meglio basarsi su slogan? Io preferisco un’analisi – con tutte le sue limitazioni – fatta da un ufficio di “contabili” che una che sembra uscita da un ufficio marketing. Perché 20/20/20 quello è, una formula di marketing pensata per essere “venduta” meglio al pubblico. Vogliamo affrontare problemi a detta di tutti “epocali” con formule di marketing? We can do better than that!
    Sulla parte game theory, sono tutto meno che un esperto, ma il dilemma del prigionerio/guerra dei sessi ecc. sono giochi statici, questo sarebbe un gioco dinamico a turni (come gli scacchi). Non voglio assolutamente dire che “dovrebbero cominciare loro”, ma la “dottrina Merkel” (cominciamo noi per vincolare moralmente i PVS) è puro wishful thinking, a meno che sotto banco non ci attacchino qualcosa – tipo minacce di sanzioni. Per quello non ho approfondito il discorso, mi pare che la strategia dipenda soprattutto dai rapporti di forze tra UE e PVS.

  28. icy

    @comicomix
    Quando ho scritto che a nessuno frega nulla del mondo, ho virgolettato il nessuno proprio perché sapevo di fare una forzatura (per mettere di fronte le persone davanti alla loro posizione). Ci sono persone a cui interessa _anche_ lo stato del mondo e una sua preservazione (nonostante sia pure questa, la preservazione, una posizione discutibile), il problema è che alla maggioranza delle persone interessa che faccia bel tempo d’estate, nevichi d’inverno e non piova nei fine settimana. Se poi in Messico ci sono alluvioni o in Australia non piova da due mesi o ancora il passaggio ad occidente sia libero, interessa loro relativamente poco (per controprova, chiedi in giro come sta il buco nell’ozono ora, dopo anni di “sensibilizzazione” da parte dei media).

    Il problema del buon esempio della Merkel è che non ha convenienze economiche (i costi tecnologici non sono motivati da vantaggi di tipo economico, facendo un confronto schietto nel medio/breve termine uno sviluppo selvaggio è sempre favorito dal punto di vista economico, vedasi latte alla melamina, vino all’etanolo, peperoncino con sudan 1) . Una azione sul clima e i suoi cambiamenti, che pur influiscono su alcuni costi, è una necessità morale prima che economica. Ma come stiamo riscoprendo, la morale dell’attuale economia è un po’ lassa, non esattamente incentrata sul bene della società di persone.

    Vorrei in fine inserire una piccola nota a margine su un altro stralcio di commento. Quando scrivi che la salvezza dell’industria manifatturiera non dipende solo dal pacchetto ambiente credo invece sia esattamente il contrario. Il ragionamento fatto dalla compagine del governo è corretto, la già depressa italica competitività subirebbe un duro colpo dovendo scontare all’improvviso le sue manchevolezze (non che io concordi con le conclusioni tratte, per me il cambiamento va fatto ed a scapito degli effetti economici). Ma sarebbe ulteriormente corretto pensare che pur con il recepimento di queste direttive ambientali non si risolverebbe il “vero” problema della stragrande maggioranza delle aziende italiane (nanismo, poca efficienza, protezionismo, mancanza di rinvestimenti, etc. ). Le opportunità che si genererebbero aprirebbero nuove aree di competenza ed espansione economica, che potrebbe (e lo sottolineo) compensare la contrazione dovuta alle imprese meno virtuose (che hanno gozzovigliato fin oltre il consentito, sperando in ciò che il governo sta ora portando avanti).

  29. icy

    Mi sono dimenticato un link informativo.

    http://www.ncdc.noaa.gov/img/climate/research/2007/ann/significant-extremes2007.gif

    @Calvin: hai ragione, io intendevo dire che una analisi costi benefici in senso classico non può essere fatta (qui le opzioni climatiche sono andrà bene-andrà male, non ci sono quelle gradazioni che di solito si danno per delineare scenari possibili, cercando di ottenere una visuale più ampia), ma concordo assolutamente con il fatto che le decisioni vadano prese partendo da valutazioni reali e non “a sentimento”.

  30. @calvin:
    Il fatto è che gli scenari sono stati fatti, come è scritto nel pezzo. Ti linko una bella analisi fatta su La Voce di ieri che tratta l’argomento scenari e che trae conclusioni analoghe a quelle inserite qui:
    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000701.html

    Ovviamente, anch’io come icy concordo con te sull’idea di fare analisi di scenario serie. Che sono state fatte, alcune sono citate nell’articolo. Solo che non è l’ACB (in questo caso) lo strumento migliore. ^_^

    @icy:
    Sono d’accordo sul fatto che i problemi dell’industria italiana (quelli che hai citato, a cui aggiungerei anche una presenza più forte in settori “maturi” e più esposti alla concorrenza dei paesi emergenti) non si risolvono certo SOLO con il pacchetto clima. Ma il fatto è che la posizione di Confindustria e del Governo nazionale è anacronistica perchè ci fa ancora di più “uscire” dai business del futuro. In generale, ci vorrebbe una vera Politica industriale, che in Italia non c’è da tanto troppo tempo. Ma che svolga il ruolo di assecondare e favorire il cambiamento, non nel difendere semplicemente posizioni “di retroguardia” che hanno l’effetto di darci una brevissima boccata d’ossigeno facendoci perdere opportunità future molto più ghiotte.

    @Commento a latere:
    Vorrei che qualcuno mi spiegasse perchè gli investimenti (pubblici) in favore dell’eco business sarebbero un danno per l’economia, una perdita di tempo, ecc… mentre gli aiuti (pubblici) per sostenere il mercato dll’auto (quindi anche la Fiat, ma non solo) sarebbero soldi ben spesi per il suo rilancio. Io non lo riesco a capire.

    @tutti:
    Un sorriso per i vostri stimolanti interventi!

  31. Tetsuo

    Provocazione ma manco tanto:

    Se i paese aderenti al patto di chioto si inventassero una tassa sul clima da far pagare a chi non aderisce al patto?
    Noi ci facciamo il problema di rispettare il trattato di Kyoto, mentre Usa, Cina ed India se ne fregano… quindi noi spendiamo soldi per non inquinare e quelli non spendono una lira, ma combattono nel nostro stesso mercato.
    Quindi… si mette una tassa “doganale” sui prodotti provenienti dai paesi non kyoto e si usa questa tassa per interventi ambientali.
    Io dico pure una cosa simbolica, giusto per far capire agli altri, che il mondo è di tutti e non dobbiamo fare i virtuosi solo noi, ma che tutti devono contribuire.

    Che è? suona male?

  32. icy

    @Comicomix: Io penso più che altro che le attuali imprese, dovendo (ipoteticamente) attuare la riduzione di gas serra, si troverebbero ad avere una competitività ulteriormente depressa, non solo all’estero (dove contano poco) ma anche in Italia. L’unica cosa pensabile (secondo le corde di un qualsiasi governo degli ultimi sedici anni) è il classico “aiutino di stato”, ma non penso proprio che ci saranno modifiche così coraggiose ed impopolari dei piani economici/energetici italiani.

    Per il commento a latere, concordo con la tua visione, gli aiuti di stato sono ovviamente un palliativo protezionistico che impedisce alle imprese di puntare sulla competitività. Gli investimenti in eco-business da questo punto di vista sarebbero antieconomici (per le imprese attuali) perché fonti di spese senza ritorni diretti, le quali a loro volta deprimerebbero maggiormente il mercato italiano che già presenta comportamenti assai peculiari quanto a dinamicità.

    @Tetsuo: Il problema di una eventuale tassa sui prodotti di paesi che non attuino iniziative atte a salvaguardare il clima (il protocollo di kyoto non è l’unico che sia stato fatto, altre nazioni che non vi aderiscono puntano su piani differenti) è che andrebbe a toccare una eventuale valutazione dell’ “impegno” dei paesi, cosa che è di difficile valutazione. Ma il problema principale è che in un contesto commerciale internazionale imporre tasse aggiuntive incentiva i paesi colpiti a fare lo stesso, e Cina, Brasile, Usa e India cono paesi con potenzialità economiche ben oltre quelle sostenibili dall’Europa in un confronto/scontro dal punto di vista dei prezzi.

    Io penso che l’Europa debba sfruttare le sue conoscenze dal punto di vista tecnologico per allettare gli altri paesi, in modo da stipulare accordi commerciali e spronare l’utilizzo di tali tecnologie per combattere l’inquinamento. La speranza dei paesi industrializzati è sempre nella ricerca, perché i paesi emergenti sono sempre avvantaggiati nei terreni meno recenti (è un discorso accennato ma andrebbe trattato eglio, spero sia comunque comprensibile).

  33. ciufolo

    a distanza di due mesi, dalle polemiche (del governo e non solo) e dai dibattiti (questo per esempio) alla fine il governo ha firmato. Ha firmato l’accordo europeo dopo minacce durate mesi, lanciate sotto lo slogan “l’Italia no”. Le posizioni italiane sono state criticate da più parti e supportate da pochi. Sta di fatto che..ecco qua, alla fine l’Italia ha aderito al patto dopo che le innumerevoli pressioni esercitate hanno portato a vantaggi per il paese (o solo per il governo???) avete presente l’accordo per la CO2, firmato con Eni ed Enel??? Toh guarda, abbiamo firmato l’accordo Kyoto, solo dopo aver ottenuto altri finanziamenti dall’UE. Un ottimo esempio alla Merkel per gli altri Paesi…Almeno speriamo che lo stoccaggio di CO2 possa essere davvero uan delle soluzioni come suggerito da Broeckerhttp://cambiamenti-climatici.blogspot.com/2008/12/intervista-wallace-broecker.html

    @lkv
    Eni ed Enel non vanno all’estero per i progetti di CO2: hanno siglato un accordo col ministro dell’ambiente per sviluppare tecnologia del genere proprio in Italia,

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