La strategia di Silvio: far cadere il suo governo per andare al voto
07/09/2010 - L’imperativo del Cavaliere è quello di uscire dal logoramento finiano. Se non si va al voto lo spettro di governi trasversali per mandarlo in pensione aleggerà per l’intera legislatura. Ma i finiani non mollano. E allora la soluzione è una.
L’imperativo del Cavaliere è quello di uscire dal logoramento finiano. Se non si va al voto lo spettro di governi trasversali per mandarlo in pensione aleggerà per l’intera legislatura. Ma i finiani non mollano. E allora la soluzione è una.
Il “vediamo come si comportano in parlamento“, strategia della prima ora post-
Mirabello avrebbe dato il via un un lento ed inesorabile logoramento della maggioranza e del PdL berlusconiano, che si sarebbero ritrovati a fare i conti con le istanze finiane su ogni provvedimento giunto all’ordine del giorno alla Camera e al Senato, ed ovviamente del Consiglio dei Ministri, da quelli economici fino al federalismo caro al fedele alleato leghista. Per questo la richiesta di dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera vale tanto quanto un invito a marcare sempre più le differenze con quel gruppo, Futuro e Libertà, che, in realtà, non ha mai manifestato l’intenzione di rompere definitivamente col centrodestra.
LA PAURA DEL LOGORAMENTO – E’ questa la sfida che deve affrontare oggi Silvio Berlusconi. I finiani si sono sempre posti come promotori di una nuova destra, laica, liberale, moderna, che chiede maggiore collegialità nelle scelte della maggioranza di governo: da qui le accuse al Cavaliere di non essere disposto ad accettare il dissenso. Lo hanno fatto in diversi modi. Ma senza spingersi mai fino al limite della rottura. Hanno atteso che fosse il presidente del partito e capo del governo a decretare l’espulsione del partito. Preso atto della decisione del premier, hanno poi deciso di andare alla conta e formare nuovi gruppi parlamentari, denominati Futuro e Libertà per l’Italia. Hanno proseguito con Mirabello, primo meeting della nuova compagine, durante il quale l’ex presidente di AN non ha scelto la via della separazione, ma, pur ricordando le diversità di vedute su molti punti del programma, ha chiesto al Cavaliere un nuovo patto
per la legislatura. Una revisione del programma, un invito a collaborare, la richiesta di un centrodestra più aperto. Prima di cominciare il discorso – non a caso – Fini aveva già annunciato, e lo ribadiva ai suoi uomini, la piena fiducia nell’esecutivo guidato da Berlusconi.
RISCHIO GOVERNO TRASVERSALE – “Le dichiarazioni dell’on. Gianfranco Fini sono state unanimemente giudicate inaccettabili. Le sue parole sono la chiara dimostrazione che svolge un ruolo di parte ostile alle forze di maggioranza e di governo, del tutto incompatibile con il ruolo super partes di presidente della Camera“, fanno sapere oggi con una nota congiunta Popolo della Libertà e Lega Nord nel vano tentativo di cacciare via l’alleato scomodo che non se ne va. Una chiamata anticipata alle urne, pensa il Cavaliere, non darebbe tempo all’opposizione per organizzarsi, una nuova legge elettorale aprirebbe scenari incerti e innescherebbe dinamiche che indebolirebbero il centrodestra o comunque quella Lega che è saldamente ferma sul Porcellum attualmente in vigore. Il proseguimento della legislatura, invece, farebbe aleggiare sul Parlamento lo spettro di esecutivi trasversali guidati da Tremonti, Draghi, Monti, Casini. Stroncare tutto sul nascere è l’imperativo di Silvio.
I FINIANI E LA PAURA DEL VOTO – I finiani lo sanno e remano in senso contrario, scongiurando quelle urne che, senza una corsa col centrodestra, li relegherebbero ai margini dello scacchiere politici. “Io penso che sia proprio il premier a non essere pronto al voto in caso di elezioni anticipate. Va ricordato che alle ultime elezioni in cui e’ andata da sola Forza Italia ha preso il 24%: il Partito democratico ha preso piu’ voti“, ha fatto sapere – non a caso - Flavia Perina, deputata finiana e direttrice del Secolo d’Italia.













Il Caimano è nelle mani di Bossi e Tremonti che lo sosterranno finché farà loro comodo.
Prima del discorso di Fini di Mirabello, nel quale l’unica vera novità è stata l’apertura all’ipotesi di modifica della legge elettorale (che ovviamente ha allarmato B&B ma ha anche provocato qualche fibrillazione tra i finiani affascinati dall’offerta del nano di garantire l’elezione), Tremonti mentendo sulla fine della crisi (che non ha mai ammesso prima né ha fatto nulla per scongiurare per non dar fastidio alle banche) ha smentito sé stesso ipotizzando un tavolo di lavoro con l’opposizione (che in realtà io considero minoranza nell’unico partito in Italia, la casta) per superare la crisi, appunto, e rilanciare il Paese. La Marcegaglia critica il governo del nano sostenendo che tra i 5 punti non c’è (ma guarda un po’, prima era distratta…) quello che riguarda l’economia del Paese.
Se non è uno scarico di B. questo!
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Non è un grande paese il nostro? Un paese dove il capo del governo vorrebbe far cadere il suo stesso governo. Dove l’unica opposizione che funzioni un tantino fa parte della maggioranza. Dove la minoranza preferisce fare lingua in bocca col governo piuttosto che dare ascolto alla sua base elettorale.
Se non è il paese del “bengodi”.
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