La favola raccontata dai Tea party americani piace tanto anche da questa parte dell’Atlantico e c’è chi agogna un’importazione immediata nella nostra destra (e come dargli torto, costretti a scegliere tra Berlusconi, Fini e Bossi). Verosimile, rassicurante e affascinante nella sua semplicità, ma come tutte le favole, anche quella vagheggiata dai nuovi rivoluzionari è sostanzialmente falsa.
Il cuore del messaggio dei Tea party è che gli enormi sforzi anticrisi messi in campo dai democratici più che essere inefficaci – naturalmente sono anche inefficaci – rappresentano un pericolo per la libertà futura dei cittadini. “Approfittando” delle difficoltà delle famiglie, Washington nazionalizza l’industria e rende pubblica la sanità; con la scusa di aiutare i poveri annulla le differenze. Quando la crisi sarà finita non sarà possibile tornare indietro perché Big Government non restituirà il potere rubato ai cittadini e alle comunità locali. Le tasse alte saranno il giogo attraverso il quale toglieranno libertà d’impresa, di movimento e di pensiero. In realtà, spiega qualche economista di parte, la crisi non finirà mai perché il ridondante settore pubblico creerà una spirale di bassa crescita “come succede ai regimi socialisti dell’Europa” (cioè tutti, vista l’estensione dei loro welfare).
Insomma si fa leva su quella diffidenza istintiva verso uno Stato sempre più opprimente e onnipresente che ha radici profonde nella storia statunitense. In particolare il partito repubblicano punta a questo rigurgito “libertario” per rinnovare la propria immagine. Agitare lo spauracchio dell’oppressione fiscale è più spendibile dell’alleanza tra il big business, l’aggressiva dottrina politica Neocon e il fondamentalismo cristiano che ha portato agli otto anni dell’era Bush. Gli animatori dei Tea Party criticano le scelte di spesa della precedente amministrazione tanto quanto quelle di Obama. La risposta popolare al movimento è consistente, ma è un fenomeno simile all’italiano popolo viola o ai vecchi girotondi, si tratta di una reazione alla politica del governo in carica (e di un mezzo per regolare i conti all’interno del partito sconfitto).
Basta per rendere difficilmente esportabile quel modello dove un’amministrazione conservatrice (Italia, Francia e Germania), seppur non troppo liberale, è già in sella. Ma il vero “oceano” di distanza tra le due realtà si misura nella difficoltà di convincere italiani, tedeschi e francesi che la politica non è la risposta alle difficoltà delle famiglie dei lavoratori e delle aziende. Da noi si scende in piazza per chiedere al governo di “fare di più”, non il contrario. Gli stessi imprenditori europei, categoria affamata di tagli fiscali, hanno l’approccio opposto ai loro colleghi a stelle e strisce. Insomma, gli epigoni nostrani saranno una minoranza e i nostri carichi della preziosa tisana rimarranno all’asciutto.



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Infatti il Tea Party vincerà nel 2012… Invece che la fine del mondo, forse vedremo la fine delle tasse?
http://www.youtube.com/watch?v=GK5hrKHrFzI