di Carlo Cipiciani (Comicomix)
postato alle 11:24 del 30 Maggio 2008 in InterniTorna alla home

La nuova presidente di Confindustria, nella sua relazione se l’è presa con lo Stato inefficente e con la spesa improduttiva. Con ragione. Ma che ne pensa, la neo eletta Presidente, dei 5 miliardi di euro di aiuti e sussidi che lo Stato eroga ogni anno alle imprese italiane? Quella spesa è davvero necessaria?

Emma Marcegaglia, la neo presidente di Confindustria, nella sua relazione di insediamento le ha cantate forte e chiaro a tutti. Se l’è presa soprattutto con l’eccesso di burocrazia, il secondo debito pubblico in rapporto al PIL di tutti i paesi industrializzati, un livello insostenibile di pressione fiscale. Stato inefficiente, dipendenti fannulloni, una politica che parla anziché fare. Istituzioni politiche, economiche e sindacali che non si sono adeguate al mondo che cambia, corporazioni che hanno impedito di sciogliere i nodi che ci soffocano. E soprattutto una spesa pubblica improduttiva che cresce a dismisura e dissipa molte risorse, distribuendo solo posti di lavoro pubblico e sussidi.

Emma MarcegagliaIMPRESE VIRTUOSE, MA GRAZIE A CHI? - La battagliera Emma ha detto che la politica non deve interferire nell’attività delle aziende, creando un ambiente più favorevole al rischio, all’impresa, agli investimenti. Per fortuna, nonostante questo disastro le nostre imprese, secondo la Presidente di Confindustria, hanno fatto grandi progressi, ristrutturandosi e investendo sulla qualità e sull’innovazione, affrontando a viso aperto il confronto sui mercati internazionali. Tutto da sole? Lo Stato non ha fatto nulla per loro? L’Unione europea non la pensa così: lo Stato italiano è uno dei più generosi erogatori di soldi pubblici tra i 27 paesi della UE, preceduto solo da Germania e Francia. Il complesso degli strumenti di sostegno alle imprese, in gran parte di derivazione comunitaria, eroga circa 5 miliardi di euro all’anno. Anche se negli ultimi anni c’è stata una riduzione del 10 per cento, sono tanti, a cui andrebbe aggiunta la corposa partita delle commesse pubbliche. Ma anche fermandosi ai sussidi, si tratta di circa il 7 per cento degli investimenti complessivi delle imprese, con punte di oltre il 30 per cento in alcune regioni del sud. Una bella montagna di denaro pubblico. Ma a chi vanno questi soldi? E gli aiuti che il contribuente italiano versa alle imprese (per tramite di Stato e Regioni) servono a qualcosa?

LA GIUNGLA DEGLI AIUTI - Per rispondere partiamo da una constatazione contenuta nel Rapporto MET: ci sono troppi strumenti di agevolazione, spesso sovrapponibili tra loro, che hanno disperso in molti rivoli le risorse e creato procedure complesse. Il “federalismo de noantri” ha fatto il resto: ogni regione si è dotata dei suoi strumenti di agevolazione, che si sovrappongono tra di loro e con quelli nazionali. In totale fanno almeno 39 strumenti nazionali e 22 regionali. Una giungla. Ma soprattutto i soldi sono destinati male: quasi il 60 per cento dei fondi se ne va nel sussidio a investimenti ordinari e generici: in pratica, al finanziamento dell’attività “normale” dell’impresa. Al sostegno di investimenti finalizzati alla ricerca e innovazione va circa il 20 per cento degli aiuti, meno dell’8 per cento al sostegno per la creazione di nuove imprese, 4 per cento all’internazionalizzazione, solo il 2 per cento agli investimenti di riduzione dell’impatto ambientale, un misero 1 per cento agli incentivi per la crescita dimensionale, uno dei più grandi problemi del sistema industriale italiano. Anche in questo caso, purtroppo, le percentuali diventano peggiori nel sud. Su questo, sarebbe stato bello sentire l’opinione della battagliera Presidente di Confindustria.

Parlamento italianoCHI HA PRESO I SOLDI? Perché le imprese che hanno ricevuto finanziamenti pubblici nel corso degli anni sono state tante: secondo alcune stime, circa un quarto delle aziende italiane, dalle micro imprese dell’Umbria ai colossi delle multinazionali. E spulciando le note del Governo sull’utilizzo dei Contratti di programma, o scorrendo i bandi pubblicati in Gazzetta ufficiale, saltano fuori anche molti nomi illustri: Fiat, Eni, Natuzzi, Barilla, Texas instruments, la Saras dei petrolieri Moratti. L’elenco è infinito. E quindi tutti possiamo orgogliosamente affermare, andando in giro per l’Italia e trovando un nuovo stabilimento pastaio a Foggia, o una moderna raffineria in Sardegna: quello è un po’ anche mio! Presidente Marcegaglia, ammettiamolo: una mano ve l’abbiamo data anche noi. E saremmo felici che questi aiuti servissero a qualcosa: ad esempio nuovi posti di lavoro, o nuove imprese che altrimenti non avrebbero mai visto la luce. Ma pare che non sia sempre così: secondo un’indagine campionaria della Banca d’Italia, in assenza di tali aiuti, il 68 per cento delle imprese agevolate avrebbe effettuato lo stesso ammontare di investimenti, negli stessi progetti; solo un 26 per cento di imprese, in assenza di aiuti, avrebbe effettuato minori investimenti. E un altro studio sulla Legge 488 mostra che le imprese finanziate all’inizio investono di più di quelle non finanziate, ma poi negli anni seguenti riducono significativamente l’accumulazione di capitale rispetto a quelle non finanziate: l’effetto netto dell’incentivo sul volume complessivo di investimento delle imprese finanziate è dunque molto contenuto.

SERVONO GLI AIUTI? - Non significa che il sostegno alle imprese sia inutile. Anche paesi ultra liberisti, come gli Usa, destinano molti miliardi di dollari del budget federale per sostenere programmi di ricerca delle imprese, o la loro capitalizzazione, o altri obiettivi di politica industriale. Il problema è che le politiche di sostegno indifferenziate, tanto in voga in Italia, non servono: sono spesa improduttiva, un’elemosina a spese del contribuente, oltretutto elargita non sempre ai più bisognosi. Sarebbe invece utile favorire le imprese con le maggiori potenzialità di crescita, nei settori più dinamici (proprio dove la concorrenzaAiuti Imprese “morde”) e quegli investimenti immateriali che non trovano facile finanziamento né negli aiuti pubblici né negli strumenti della finanza privata e del credito. Magari usando meno strumenti, ognuno dedicato ad un preciso obiettivo (internazionalizzazione, innovazione, crescita dimensionale, ecc…). Altrimenti tanto vale destinare quei 5 miliardi di euro all’anno per sgravi fiscali per le famiglie o – al limite – ad una riduzione del prelievo fiscale sulle imprese stesse. Ma è ovvio che è preferibile una seria politica industriale, con strumenti mirati a pochi grandi obiettivi decisi dentro un quadro di strategia condiviso tra Governo e parti sociali. Come mai la Presidente Marcegaglia non ha dedicato al tema una sola parola della sua relazione? Distrazione? Può darsi. Oppure, come suggerisce qualcuno, dipende dal fatto che in questo dedalo di leggine, di mance, di favori, anche le Associazioni delle imprese si ritagliano un ruolo di “intermediazione”, con studi di consulenza che fanno affari d’oro, istruendo le domande, oppure “sponsorizzando” i progetti che diventano più “accattivanti” al momento della selezione delle domande presentate. Perché ci sono tassi di decadenza tra domande presentate e contributi concessi molto elevati, magari perché la pratica non è conforme alle complicate disposizioni e regole del bando di gara. Ma questo appartiene al passato, non è vero? Ora Confindustria ha una Presidente giovane, che guarda avanti, al bene del paese. E tutto cambierà, non è vero? La Presidente Marcegaglia ha chiuso il suo intervento citando Diderot. “Solo le passioni, le grandi passioni, possono innalzare lo spirito a grandi cose”. Cara Emma, hai molto da fare. Buon lavoro!

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