Rubriche

Quiproquo

19 ottobre 2008

Cara Adele,

so che sei arrabbiata ma ti prego, arriva in fondo a questa lettera. So che non ne vuoi sapere più di me, me lo hai urlato tante volte mentre mi tiravi dalla finestra quei quattro vestiti che porto addosso. Lo so, quando ti arrabbi sei un po’ rigida, per così dire, ma comunque, ti prego, arriva in fondo. E’ stato solo un equivoco, un quiproquo, niente di più, una serie di coincidenze e la debolezza di quel deficiente che hai sposato.Ok, cominciamo dall’inizio. 
Come sai, per me ci sono due cose importanti nella vita, tu, mia adorata Adele, e il mio lavoro di rappresentante. Questo è l’ordine di importanza e non solo quello alfabetico come ironizzi tu. Tu vieni prima di tutto.  Ma anche il mio lavoro è importante. Con i suoi momenti belli e brutti. Sono un rappresentante è vero, ma di lusso, di quelli che hanno un buon stipendio, l’auto, il mangiare in ristoranti buoni (che mi hanno fatto ingrassare) e grandi benefit (tipo la vacanza transoceanica che dovrebbe partire domani). Rappresentiamo medicinali, anzi informiamo i medici, come diciamo per vezzo e per distinguerci dagli altri. Non è un brutto lavoro, non è come pensa la gente che distribuiamo solo gadget costosi e stupidi a medici con occhi (e ricette) che si illuminano all’ennesima penna stilografica o videogioco per i figli. Siamo il canale tra quei cervelloni chiusi nei laboratori delle nostre immense case madri e i cervelli (e cervellini e teste vuote) con il camice bianco. Gli mostriamo proprietà di molecole sempre più efficaci, effetti collaterali sempre più leggeri, studi statistici sempre più accurati (studi serissimi non, come dici tu, prefabbricati come quelli delle pubblicità degli shampoo). Insomma contribuiamo, nel nostro piccolo, a far sentire meglio la gente. Ma per inseguire questi alti e nobili ideali dobbiamo sopportare, ogni giorno, per ore e ore, un umile supplizio: la sala d’attesa del medico di base

Le sale d’attesa non sono tutte uguali. Alcune sono quasi deserte, con gente sparuta e tranquilla, in uno studio ricavato dall’appartamento del medico, con una segretaria che legge giornali alla moda dietro ad un ingresso dove c’è scritto “3 euro alla porta”. E ci sono invece quelle soffocanti, calde e afose di parole e sudore, piene di persone vocianti e sofferenti che aspettano. Nelle prime ti ignorano, nessuno alza la testa dai giornali: tutti hanno un orario ben preciso, cadenzato, e tu non hai il potere di spostare un secondo della loro vita. Negli altri no, tu sei importante, basta che guardino la tua borsa e capiscono chi sei. Sbuffano, dicono che non mancavi che tu, si rivolgono alla ragazzina alla porta (quella che passando dalle 1000 lire all’euro ha raddoppiato il mensile che porta a madre e fratellini) ricordandole che ogni tre pazienti entra un rappresentante. E cominciano le trattative, le rivendicazioni di chi deve entrare prima. In quelle sale d’attesa io divento piccolo piccolo, la mia borsa diventa un borsello guardando quella gente affannata, per la maggior parte donne e bambini, finché, al mio turno, vorrei solo scomparire: lascio passare la signora con il bimbofebbricitante che dorme debole e pallido tra le sue braccia (“sapete, il dottore casa mia non riesce nemmeno a trovarla e allora l’ho avvolto nella coperta e l’ho portato qui“). La signora anziana che vuole misurare la pressione e chiedere dei calmanti per il figlio di 20 anni (“mio figlio è bravo ma quando è nato mio marito non mi ha voluto portare in ospedale ed è uscito dalla pancia tutto viola. La levatrice non ha fatto il dovere suo e ora non è minorato, è solo nervoso e senza le medicine che lo fanno dormire diventa un pazzo. Ma non è cattivo“). E quella ragazzina che non riesce a far figli (“signora, se non resto incinta mio marito va a fare un maschietto con un’altra“). Insomma quando vado in quelle sale d’attesa passo delle ore, e finisco per essere sempre l’ultimo.

Giovedì, primo luglio, sono andato dal dott. Forlino, verso le 17.00. Come ogni giovedì, a settimane alterne, ho raggiunto quel quartiere che non riesco mai a trovare al primo colpo, perché tutte le strade sono uguali e basta sbagliare un incrocio che non ti raccapezzi più. Ma poi, chiedendo, riesci a trovare due palazzoni attaccati, e in mezzo una strada a senso unico, buia anche a mezzogiorno, tra negozi che non sai che vendono (che cosa possono mai vendere lì sotto?) schivando motorini controsenso, contromano, contro tutte le leggi di chi li costringe a vivere in quei labirinti senza senso. Quando esci ringrazi perché sei rimasto incolume, con la tua auto nuova e luccicante che si vede da lontano che non ha nulla a che vedere con quel luogo, che ti fa sentire straniero in casa tua, come un bianco in un ghetto di Harlem. Poi svolti a sinistra, parcheggi in uno spiazzo polveroso vicino ad un cancello con la serratura rotta; bussi ad una porta con una scritta, grande, con calligrafia da bambino, “dottori” e aspetti che Brunetta, una ragazzina dal viso dolce e sorridente martoriato dall’acne, ti apra, posando per un attimo il telefono.

2 commenti a Quiproquo

  1. “E ti avrei dato tutte le spiegazioni se il colapasta (quel maledetto colapasta di ferro) non mi fosse arrivato sulla fronte”

    Caro Felice Colabionda…ma se fossi in tua moglie…ti avrei tirato dietro tutta la batteria di pentole! :)

    A parte gli scherzi, personalmente credo che un uomo quando tradisce lascia sempre delle tracce…manca di furbizia!

  2. marblestone

    La traccia peggiore che lascia un uomo è, come dice il racconto, la sua cattiva coscienza.
    Comunque io l’ho chiesto a Felice se poi questo tradimento c’era stato o meno ma non me l’ha voluto dire…

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