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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 17 ottobre 2008 alle 09:24 dallo stesso autore - torna alla home

Probabilmente non avrà lo stesso successo de La Casta dei citatissimi Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, ed è un peccato visto che non è un copincolla di articoli (anche altrui). Però “La paga dei padroni“, di Gianni Dragoni e Giorgio Meletti è un libro che andrebbe letto in tutte le scuole. Perché il giornalista del Sole 24 Ore e il suo collega di La7 non si sono rivolti a una casa editrice controllata da un consiglio di amministrazione fatto di imprenditori e banchieri per parlar male dei politici (e salvaguardare i propri interessi, visto che nel libro di Stella e Rizzo non si spende una parola per gli azionisti di Rcs: il coraggio uno non se lo può mica dare), ma si sono limitati a pubblicare per ChiareLettere una serie di informazioni nominalmente pubbliche – e quindi accessibili a La%20paga%20dei%20padroni%20copertina%20big%20jpg La paga dei padroni...prossimi venturitutti – ma nei fatti seppellite all’interno di dati di bilancio spesso incomprensibili ai più. 

Concordo con le critiche alle alte remunerazioni della classe dirigente, io mi ritengo esente“, dice Cesare Geronzi nella prima pagina del libro, e a proposito dell’ex presidente di Capitalia si ricorda che nel 2007 ha ricevuto un “premio alla carriera” di 20 milioni di euro. “In Italia l’introito di uno banca su ogni conto corrente è in media di 204 euro, contro i 186 della Germania, i 124 della Francia e i 133 della media europea“, si ricorda ancora (i numeri sono stati ricordati anche da Marco Travaglio ad Anno Zero ieri sera, naturalmente senza citare la fonte…). E nella prima riga dell’introduzione si ricordano i 9 milioni e 426mila euro di stipendio per Alessandro Profumo, amministratore delegato di quella Unicredit che ha avuto nel 2007 profitti in crescita del 9% e un valore di mercato delle azioni in perdita del 17%, mentre la retribuzione dell’amministratore delegato è cresciuta del 39%. Ricorda le proporzioni con gli operai, Dragoni, facendo presente che l’a.d. guadagna in un giorno quanto un operaio porta a casa in un anno. E nel proseguio del libro ne ha per tutti: Tronchetti, Buora, Romiti, Agnelli, Geronzi, Bazoli, Passera, Profumo, Arpe, Pesenti, Ligresti, De Benedetti e il “salotto buono” riunito attorno a Mediobanca. Ricordando anche i “casi umani” di Cimoli, Scaroni e Catania: presidenti e amministratori delegati di aziende in mano allo Stato, i cui emolumenti sono cresciuti anche quando le aziende andavano allo scatafascio (Alitalia, Ferrovie) oppure non è che bruciassero la concorrenza in quanto a intraprendenza imprenditoriale (Eni, Enel). 

Dragoni scrive per il “giornale dei padroni”, ovvero quel Sole 24 Ore controllato dalla Confindustria. Proprio in quel luogo ha vergato fantastici articoli sulla Cai (la cordata per Alitalia), nonostante a parteciparvi ci fosse anche quella Emma Marcegaglia che degli industriali è il presidente. Questo, a dimostrazione del fatto che la libertà di stampa non dipende solo dalle strutture o dalle proprietà, ma anche da chi ci lavora (e per questo è inutile discutere di “libertà dei media” pensando che sia – ad esempio – il finanziamento/non finanziamento a renderli pluralisti: l’obiettività dei giornalisti dipende dalle persone, in una categoria nella quale i cavalieri senza macchia e senza paura sono storicamente rarissimi). Scrivono gli autori: “I cento manager più pagati hanno avuto, un aumento retributivo del 17 per cento sull’anno precedente (circa otto volte l’inflazione) e hanno messo insieme in tutto 403 milioni di euro, in media 4 milioni a testa. Anche nel 2006 i compensi dei cento manager più pagati erano cresciuti del 17 per cento rispetto all’anno precedente“. E in un momento in cui i dirigenti sono crocefissi su tutti i giornali in quanto identificati – a ragione – come tra i maggiori responsabili dell’attuale crisi mondiale (insieme ai banchieri centrali, ma questa è un’altra storia),tutto ciò è molto “pop“, oltre che sacrosanto. Ciò detto, l’epoca dei grandi manager (o “magnager” come li chiama il presidente della Lazio Claudio Lotito) non finirà a causa di un libro, ma molto probabilmente è destinata a darsi una bella ridimensionata nell’Italia dove si parla (per scherzo?) di “Profumo di Passera“, ovvero di una fusione tra Banca Intesa e Unicredit che somiglia a nozze riparatrici con tanto di neonato settimino ma robusto in arrivo. Rimane che negli anni è rimasta sottesa la guerra infinita tra i “McKinsey boy” (scusate la semplificazione) alla Profumo e i “vecchi marpioni” alla Geronzi. Oggi è chiaro che nello scontro ormai si sta delineando un vincitore e uno sconfitto: le locuste italiane stanno sbaragliando il campo, più per gli errori altrui che per oggettivi meriti. E questo significa  che anche qui, come nella politica, il “rinnovamento” è roba da sognatori. E  l’indignazione a cottimo nei confronti di questo e di quello è semplicemente folklore. Semplicemente, prossimamente nascerà un nocciolino di capitalismo Made in Italy. Piccolo, spaventato e per ciò stesso maledettamente bisognoso di autarchia. I soldi si troveranno, che ci pensi Mediobanca o la Cassa Depositi e Prestiti è indifferente, tanto il capitalismo è morto e sepolto, lo abbiamo letto su molti quotidiani in questi giorni, quindi deve essere vero“. Piccolo dettaglio: il “salotto buono” si arrocca a difesa di un mondo che non c’è più in Europa ed è destinato a scomparire anche in Italia.   

Ah, ringraziamo L’Opinione e Cristiano Bosco per aver citato Giornalettismo a proposito dell’”inchiesta” (le virgolette sono d’obbligo tra persone che hanno rispetto della grammatica) di Rainews24

P.S. e O. T.: ieri qualcuno è arrivato al nostro sito digitando su Google la chiave di ricerca “fregna filetype:jpg“. So che non mi leggerai mai, caro casuale visitatore. Ma fattelo dire: tu sei un genio.

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