I gatti persiani

24/08/2010 - Un piccolo salto indietro prima di affrontare l’inizio della stagione invernale 2010 con uno dei film più sorprendenti e pirateschi che abbiano caratterizzato la primavera nelle sale cinematografiche. Sembra impossibile agli occhi di chi ha qualche pregiudizio di troppo rispetto

     
 

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Un piccolo salto indietro prima di affrontare l’inizio della stagione invernale 2010 con uno dei film più sorprendenti e pirateschi che abbiano caratterizzato la primavera nelle sale cinematografiche.

Sembra impossibile agli occhi di chi ha qualche pregiudizio di troppo rispetto al cinema generato fuori da Hollywood, eppure anche un regista che ha diretto film tipicamente “alla Cannes” (per non dire alla festival di Berlino) quali Il tempo dei cavalli ubriachi, può cimentarsi con prove ritmate, a tratti divertenti, di sicuro intriganti e capaci di parlare alle masse. Aggiungiamo pure che il regista in questione si chiama Bahman Ghobadi ed è nato nel cuore dell’Iran. Patria di cineasti estremamente dotati, ma di certo non adatti ai palati commerciali occidentali (Samira Makhmalbaf, Abbas Kiarostami o Jafar Panahi giusto per citarne tre a caso). Invece questo No one knows about persian cats è la prova vivente di come a ragionare per stereotipi forse ci s’azzecca anche la maggior parte delle volte, ma quando ci si sbaglia lo si fa veramente di grosso.

PERSIAN CATS – Negar e Ashkan sono due giovani Iraniani con una profonda passione musicale. Il loro obiettivo principale è quello di ottenere documenti e passaporti per lasciare l’Iran in favore dell’Inghilterra, per sentirsi più in profondità all’interno di una cultura musicale che agognano. Sulla loro strada trovano chi può realizzare il loro sogno: Nader è infatti in contatto con chi può falsificare questi documenti. Inoltre si considera un esponente della viva cultura underground iraniana, che sboccia e crea i suoi frutti sotto la repressione del regime che regna nel loro paese. Nader convince i due giovani protagonisti a rimettere in piedi la loro band cercando nuovi musicisti ed esibendosi in una specie di concerto di addio prima di partire per Londra. Sulla loro strada Negar e Ashkan troveranno dunque molti altri ragazzi come loro, molti altri piccoli talenti che offriranno la prova che, sotto stivali e timbri repressivi, l’Iran vive ancora.

DOCUMENTARIO MUSICALE – I gatti persiani è un film dalla struttura non esattamente ordinaria. La storia di fondo che viene raccontata è infatti quasi priva di intreccio. Non ci sono evidenti trame o sottotrame da seguire, ma solo un canovaccio generico entro cui si muovono i personaggi, a tratti quasi improvvisando. La struttura scelta da Ghobadi è semplice e regolare, come le stanze di una canzone intervallate da un ritornello. Si tratta di qualche scena messa a inframezzare gli spezzoni musicali, di certo la parte più interessante del film, sia per la qualità delle canzoni che per le migliori scelte puramente cinematografiche della pellicola. In questi “ritornelli” canzoni di diverso genere ci offrono immagini in movimento dell’Iran. Ce lo fanno conoscere attraverso questa musica underground molto più di quanto un drammone sociale potrebbe farci comprendere. Mentre ascoltiamo queste note di genere diverso, scorrono davanti agli occhi strade, cantieri, barboni, giovani e lavoratori che trascorrono le loro vite in un Iran represso, ma con voglia di lottare, vivere e sorridere. Un Iran che diventa improvvisamente vicino, pulsante e presente, non così diverso come l’assoluta mancanza di visibilità che esso ha sui nostri occhi e sui nostri media farebbe pensare.

DELL’AMORE E DELLA MORTE – Ghobadi evita uno dei più facili errori nei quali i suoi gatti persiani avrebbero potuto farsi male. Dal trailer e dal sentore comune infatti, questa pellicola pareva indirizzata verso un pubblico ben preciso, ovvero quello degli amanti della scena indie. Ma se è vero che nella pellicola regna il sapore underground, indipendente e senza grandi mezzi (e non potrebbe essere diversamente in un paese come l’Iran), è anche vero che questi gatti persiani sanno parlare con amore per chiunque. C’è spazio, nei ritornelli musicali, per tutti i generi. Nessuno è sapientemente lasciato in disparte: c’è il metal, il cantautore, l’indie rock, il rap e quant’altro. Tutto, ovviamente, di marca iraniana. L’amore che i gatti persiani hanno da dispensare attraversa trasversalmente l’arte e la musica in generale, con l’inevitabile carica malinconica che chi vuol fare arte in Iran non può scrollarsi di dosso.

REGIME – Ci provano, i ragazzi che suonano negli attici e negli scantinati, a ridere delle loro disgrazie. A ridere quando viene staccata loro la corrente odebbono smontare tutto in fretta perché arriva la polizia. Tuttavia i gatti persiani non può diventare un film divertente o dal finale scanzonato. La cupola oppressiva del regime è sempre lì, presente e attenta, pronta a rovinare tutto. Anche questa, in fondo, era una grande insidia per Ghobadi. Da una parte un regime che rendeva difficile ogni suo passo, attentando costantemente alla qualità finale della sua opera. Ma, soprattutto, c’era il rischio di raccontare non la verità, ma lo stereotipo che all’occidentale piace sentirsi narrare, ovvero quello di una manica di kativi kativi che vogliono reprimere il sogno dell’Ovest e dei blue jeans da sempre nei cuori degli iraniani. Ghobadi non ci casca, non questa volta. Prima di essere un film apprezzato da sfarfalloni dell’Un Certain Regard, i gatti persiani è un film fatto da iraniani per iraniani, prima di tutto per un pubblico interno, per non far scemare la sua ribellione contro un sistema opprimente. E questo, in schiettezza, serietà e sincerità, è un valore aggiunto non indifferente per una pellicola tra le migliori del 2010.

     
 

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