Colloqui di pace senza prospettive

23 agosto 2010

Neanche la prima pagina sul quotidiano israeliano più diffuso, lo Yediot Ahronoth di Tel Aviv. Con questa freddezza è stato accolto l’annuncio di Hillary Clinton sulla ripresa dei colloqui di pace tra la Palestina ed Israele. Uno scetticismo basato sugli ormai infiniti fallimenti che hanno caratterizzato il processo di pacificazione del Medio Oriente. E poco o nulla sembra cambiato rispetto al recente passato. Dal famoso discorso del Cairo, quando Obama chiese ad Israele di fermare gli insediamenti nei territori occupati, riconoscendo al contempo come unica soluzione possibile la creazione di uno Stato palestinese, le cose sembrano solo essere peggiorate.

Il presidente statunitense aveva preferito concentrarsi su un’ambiziosa agenda interna per far ripartire un Paese colpito dalla recessione, un obiettivo non raggiunto. Il patrimonio di credibilità che aveva Obama ad inizio mandato si è lentamente dissolto, in particolar modo nell’opinione pubblica araba. L’Amministrazione ora prova a far ripartire il processo di pace, ma i nodi irrisolti sono ancora presenti. Netanyahu ha parlato di un accordo difficile ma possibile, ma ha subito ribadito che la moratoria ai nuovi insediamenti non sarà prolungata. Il primo ministro israeliano ha inoltre ribadito come accetterà un nuovo Stato palestinese solo se disarmato, una condizione sostanzialmente impossibile.

I palestinesi desiderano uno Stato contiguo territorialmente nella West Bank, con capitale a Gerusalemme Est. Due ipotesi che l’attuale governo Netanyahu, composto da due partiti nazionalisti come Shas e la formazione di Lieberman, non accetterà mai. Al momento solo un regime change, con la sostituzione delle forze di destra con Kadima ora all’opposizione, potrebbe permettere una concessione di tal genere da parte di Israele. Senza contare che la dichiarazione del quartetto, Usa, Ue, Onu e Russia, parla di fine dell’occupazione iniziata nel 1967. Da allora 500 mila israeliani si trovano nei territori esterni ai confini dello Stato, e non si vede come qualsiasi governo possa farli evacuare.

Abbas è un leader molto più credibile di Arafat, ma è ormai da più di un anno e mezzo un presidente non riconosciuto nella forma e nella sostanza da una parte significativa della comunità palestinese. E’ destino dei presidenti americani spostare la loro attenzione verso l’estero quando si trovano in difficoltà negli affari interni. La ripresa dei colloqui israelo-palestinesi è una notizia positiva, ma l’ampio orizzonte temporale fissato dalla Clinton, un anno, appare solo una lenta procrastinazione dell’ennesimo fallimento.

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