Comunicare la conoscenza (e la scienza)
15/10/2008 - In questa pagina vengono ospitati alcuni dei contenuti inviati alla mail di Giornalettismo, ma che non necessariamente rappresentano la nostra linea di pensiero sugli argomenti trattati. Di Mirko Morrini – Ferrara Lo scorso weekend a Ferrara si è tenuto il
In questa pagina vengono ospitati alcuni dei contenuti inviati alla mail di Giornalettismo, ma che non necessariamente rappresentano la nostra linea di pensiero sugli argomenti trattati.
Di Mirko Morrini – Ferrara
Lo scorso weekend a Ferrara si è tenuto il Festival di Internazionale. Evento clou della prima serata di venerdì 3 ottobre l’intervista di Lucia Annunziata a Noam Chomsky. Un argomento trattato dal linguista americano è stato quello dei movimenti civici, che secondo lui sono stati il motore del progresso sociale americano. Concordo pienamente con lui sul passato, ma dubito che possa ripetersi con profitto una stagione come quella degli anni 50-60 americani.
Il mondo allora era più semplice, e i problemi anche, ma di contro i movimenti rappresentavano l’avanguardia culturale. Ora il mondo è diventato molto più grande, anche se paradossalmente lo riteniamo più piccolo, e i problemi sono diventati molto più complessi, anche se la società della comunicazione attuale li fa sembrare molto più semplici, e il movimentismo è invece espressione di una retroguardia culturale.
Internet sta dando l’illusione di potere accedere a qualsiasi informazione, a tutta la conoscenza. E’ il mantra di Grillo e dei suoi seguaci: “Su internet c’è tutto!!!”. Invece basta confrontare il suo contenuto con quello che si trova fuori per capire che su internet non c’è niente. La conoscenza si paga, gratis c’è solo la fuffa. Ma ciò non è compreso e la conseguenza è che la conoscenza, cioè il prodotto della ricerca scientifica, viene valutata in termini di contenuto ideologico e accessibilità per il pubblico più che per la qualità del suo contenuto. Cioè la società civile attuale è più valida quella ricerca che gli dà ragione e che riesce a trovare liberamente su internet.
Se a questa propensione aggiungiamo gli errori fatti dall’altra parte non c’è da stare tranquilli. Le strategie comunicative utilizzate nei decenni passati, spesso improntate alla segretezza (esperimenti atomici) e alla minimizzazione dei rischi (Vajont, Seveso, Bhopal, Chernobyl, mucca pazza, ecc.), hanno portato il cittadino ad essere incline alla diffidenza nei confronti di scienza e tecnologia e soprattutto degli scienziati. Questo è fotografato anche dai dati del rapporto annuale Observa su scienza a società del 2008; alla domanda su chi siano “Gli interlocutori più credibili sulle questioni scientifiche socialmente rilevanti” gli italiani hanno risposto: 84.9 % gli scienziati, 57.6 % gli ambientalisti, 42.9 % i comitati e le associazioni di cittadini, e a seguire preti (sic!), giornalisti, imprenditori e politici. Gli scienziati sono comunque primi, ma fortemente contrapposti ad ambientalisti e associazioni di cittadini.
Il non tecnico è ignorante per definizione, ma non va trattato da minus habens come si è fatto in passato prima con il silenzio e poi con il modello del deficit sul quale si è basato il Public Understanding of Science (PUS). Il non tecnico va coinvolto, con pazienza (tanta pazienza), nel processo di creazione e diffusione della conoscenza. Gli scienziati e i comunicatori della scienza se ne sono accorti e hanno elaborato il PEST, Public Engagement with Science and Technology, è ora che se ne accorga anche la politica creando le occasioni di incontro tra gli specialisti e la popolazione. Perché non organizzare un festival come quello di Internazionale con gli scienziati, magari dell’Università di Ferrara: un weekend nel quale l’Università incontra la popolazione, non come al solito per presentare i nuovi corsi di laurea, ma per coinvolgerla nel proprio lavoro.
Ma la politica non è meglio della società che rappresenta. Allo scienziato è stato spesso chiesto di abbandonare il ruolo di “onesto mediatore” per vestire quello di avvocato, di supporter, facendo diventare certe tecnologie di destra o di sinistra invece che efficienti o inefficienti.
L’attività politica si esplica nel processo di trattativa, negoziazione e compromesso che determina chi ottiene che cosa, quando e come. Le azioni, le iniziative, che seguono questo processo sono dette in inglese policy (la politica invece è politics), in italiano potremmo tradurlo con politiche (es. le politiche per la famiglia, per l’integrazione, etc.). Ruolo dei politici è quello di raccogliere informazioni per determinare, o meglio limitare al minimo l’incertezza, quello che bisogna fare per ottenere ciò che si vuole. C’è quindi una scelta soggettiva o di parte, cioè decidere “ciò che si vuole” e c’è una fase che deve essere la più oggettiva possibile cioè quella della scelta del “come”.
La raccolta di informazioni sul “come” dovrebbe essere fatta con l’ausilio dei tecnici, che non partecipano al processo politico, non negoziano, ma portano dati ricavati con il procedimento scientifico. I dati ricavati con procedimento scientifico sono dati consolidati dall’obbligatorio processo di revisione prima della pubblicazione e di controllo successivo che è operato dalla comunità scientifica.
Attualmente, poiché i politici hanno perso d’occhio le policies e fanno politics solo per aumentare il proprio potere, cioè la politica (la discussione, trattativa) non è finalizzata alla scelta di un’azione ma è finalizzata esclusivamente a mantenere la propria posizione di partecipante alle discussioni, generalmente ci si fa un’opinione riguardo alle dinamiche della realtà molto prima di avere dei fatti su cui basarla e questo approccio pregiudiziale alla scelta del come fa si che anche i “tecnici” vengano valutati e scelti in modo ideologico: si ritorna al fatto che il tecnico valido è quello che mi dà ragione.
Siamo vittime di un modo pregiudiziale di “ragionare”, e da parte della società civile e della politica non c’è alcun interesse ad uscire dall’ignoranza creando un giudizio in luogo del pregiudizio. Invece di cercare la critica alla propria idea (fondamento del ragionamento scientifico) se ne cerca la conferma senza badare alla qualità dell’informazione: alimentando così il pregiudizio.
Per tornare a Chomsky: più che con gli Stati Uniti degli anni 50-60 io il parallelo lo farei con l’Unione Sovietica degli anni 20-30 quando tra le tante purghe si è fatta anche quella degli specialisti, nemici del popolo in quanto custodi della conoscenza. Speriamo almeno che Grillo non crei una scienza di stato come fece Stalin con la biologia di Lysenko.












