postato alle 12:00 del 23 Maggio 2008 in La rubricaTorna alla home

Alemanno dice no a “Ogni mese, un Paese”, progetto che portava nelle scuole di Roma il menù etnico. La nuova giunta preferirebbe un menu’ italiano, magari regionale. Perchè è meglio non imparare a conoscere il diverso. Altrimenti, poi, non fa più paura.

Involtini di riso e carne con foglie di cavolo, pizza con spinaci e formaggio, ravioli ripieni di patate e ricotta. Non si tratta dei primi piatti compresi nel menù del pranzo di nozze del nostro migliore amico, ma di ben altro. La prima ricetta si chiama Sarmale e viene dalla Romania, la seconda è l’albanese Byreq me Spinaq, la terza arriva dalla Polonia, si tratta dei Pierogi. Tutti cucinati con prodotti rigorosamente italiani (spinaci, pollo e formaggio non sono certo roba esotica), questi piatti probabilmente da settembre non troveranno piuù posto nelle mense scolastiche. Perché al grido di “Maccherone, tu m’hai provocato io te distruggo“, il nuovo assessore alle politiche scolastiche del Comune di Roma, Laura Marsilio, ha sollevato dubbi sul progetto nato solo da qualche mese denominato Ogni mese, un Paese.

CAMBIARE, GIAMMAI - All’inizio ci fu qualche lamentela - ha detto l’ex assessore alla scuola Maria Coscia - poi con il passare del tempo i bambini si sono abituati. E poi al menù etnico veniva sempre affiancato anche un primo italiano”. Non è dello stesso avviso la nuova giunta Alemanno che invece vedrebbe di buon occhio una bella coda alla vaccinara o un piatto di rigatoni con la pajata piuttosto che riso cantonese o couscous. “L’appalto con le mense scadrà tra poco - ha commentato la Marsilio - cercheremo di modificare la parte relativa ai menù etnici per privilegiare la cucina tipica regionale”. Già, forse la polenta o i canederli agli occhi dei bambini risulterà molto più appetitosa di un piatto peruviano come le Papas a la Huancaina (patate in salsa di formaggi).

SE CONOSCI L’ALTRO - Ma il problema non è certo l’appetito o la collaborazione dei bambini stessi nell’assaggiare un cibo diverso. Diciamoci la verità: questa dei menù etnici era una buona idea. Soprattutto perché inserita in un contesto dove realmente inizia a vedersi quella società multirazziale che tanto spaventa. Ma da dove cominciare se non dai bambini a far capire che la diversità può essere un arricchimento? Quello dei cibi etnici è un discorso che può far seguito allo studio della geografia, della storia, della lingua straniera. Ciò che si conosce non fa più paura. E’ certamente più italico un spaghetto alla carrettiera, ma allora perché accontentarsi di badanti bielorusse, domestiche filippine e puttane rumene per tutti gli altri bisogni, se poi si ha così tanta paura dell’altro?

UNA POLITICA LIMITATA - Emerge ancora una volta in tutta la sua sterilità il limite culturale di una parte politica (sociale e civile) del nostro tempo che ora, a contatto con una società trasformata rispetto a quella di tanti anni fa, porta avanti preconcetti che non dovrebbero trovare terreno fertile, ma che invece attecchiscono nelle menti di un paese sempre meno solidale a causa della diffusa precarietà, non solo nel lavoro e nello stato sociale, ma anche nei rapporti umani. La maggior parte di quei bambini con la pelle colorata o gli occhi a mandorla è nata in Italia. Eppure questo non sembra interessare. Ci sono classi in cui i figli di cittadini immigrati sono di più di quelli di italiani. Un problema? Per qualcuno sì, tanto che dopo la cancellazione dei menù etnici, si sta già pensando a una verifica per correggere tale squilibrio. Lo slogan della nuova scuola è presto fatto: “Chi è italiano indichi l’altro.

(con questo pezzo continuiamo una collaborazione con Ste ed aNDy cAPp di Noantri, che speriamo vada avanti fino alla fine del mondo e anche oltre)

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