Siamo ancora molto lontani dalla fine della crisi: i pacchetti di sostegno pubblico varati in Usa ed Europa e le elezioni americane porteranno delle brevi schiarite, ma è molto probabile che i listini scenderanno ancora.
(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore).
Quanto in basso e quanto a lungo possono scendere ancora i listini? Tanto. Il barometro segna ancora tempesta, ma promette anche due schiarite prima della fine dell’anno: la prima la stiamo vivendo grazie ai pacchetti di sostegno pubblico varati negli Usa e in Europa. Non durerà, lo dice l’intensità stessa dei rimbalzi e il fatto che non esistono dati fondamentali a giustificare la ripresa. Agli investitori basta aver scacciato lo spettro dei fallimenti a catena tra le banche. Solo in un contesto tanto terrificante l’intervento diretto dello Stato negli istituti di credito può essere visto come una buona notizia, ma tra poche settimane
emergeranno tutte le controindicazioni di un’operazione del genere: peso sui contribuenti e dunque sull’economia reale, dirigismo nel credito e così via.
LE ELEZIONI USA - Lo spunto per il secondo rimbalzo dovrebbe arrivare dall’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Quale che sia il vincitore è probabile che si brindi alla ritrovata stabilità. Nessuno dei due ha convinto gli elettori di avere una ricetta salvifica contro la crisi (altrimenti avrebbe già vinto), ma il solo cambio di amministrazione basterà a schiudere agli occhi degli operatori economici una serie di nuove opportunità. Negli Stati Uniti si dibatte su quale presidente farebbe più piacere a Wall Street: il repubblicano McCain è considerato più sensibile agli interessi del business e della finanza; mentre Obama schiuderebbe ai democratici la stanza dei bottoni dell’economia reale. È probabile che peserà più una vittoria del senatore di colore: sta crescendo la voglia di un secondo New Deal come conseguenza della riedizione del 29. Chi meglio dell’accoppiata di premi nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman può garantire il successo della proposta democratica?
UN 2009 NEGATIVO - Al miglioramento di fine novembre-dicembre potrebbe contribuire anche la scadenza tecnica della chiusura di fine anno delle gestioni dei capitali, di solito l’ultimo mese dell’anno è positivo per i listini, lo è anche di più negli anni di forti ribassi. Ma le buone notizie finiscono qui: le spinte a comprare sono un misto di aspettative e motivazioni tecniche, quelle che invece consigliano di vendere o di stare alla larga dalle azioni sono molto più consistenti. Due le ragioni fondamentali che fanno prevedere un 2009 all’insegna del segno meno: la recessione, ovviamente. Profitti in ribasso e vendite
stagnanti non possono spingere molto in alto i prezzi delle azioni. Le trimestrali dell’ultimo quarto del 2008, pubblicate nei primi mesi del nuovo anno, saranno il vero banco di prova: risultati deludenti e profit warning segneranno la fine di ogni velleità di rimbalzo. Da tenere sotto osservazione invece settori in particolare difficoltà, come l’automobile e i servizi finanziari (carte di credito e assicurazioni) da cui possono esplodere nuovi focolai di crisi.



