di Cristiano Bosco
postato alle 11:35 del 1 ottobre 2008 in InterniTorna alla home

Mobilitazioni generali, sindacati che alzano le barricate, persino bambini in piazza, strumentalmente utilizzati per fini politici. Una reazione del tutto sproporzionata, da parte di chi contesta il decreto legge voluto dal ministro Mariastella Gelmini al fine di iniziare una riforma scolastica.

Posizioni ostili provenienti per lo più da una sinistra saldamente ancorata a conservatorismi e al mantenimento dello status quo, contraria a ogni cambiamento, nel nome del “no”, senza se e senza ma – esattamente quel tipo di sinistra condannata da Walter Veltroni nel suo libro “La nuova stagione - Contro tutti i conservatorismi” e nel suo discorso del Lingotto, drasticamente negato dai fatti e dalla sua attuale condotta quale leader dell’opposizione.

UN DECRETO A DIR POCO INEVITABILE - La scuola italiana versa, ormai da troppo tempo, in una situazione preoccupante, se non drammatica. I costi sono diventati eccessivi e, in quello che sembra un rapporto inversamente proporzionale, la qualità è andata scemando, non fornendo così agli studenti un’adeguata preparazione. Una riforma del sistema scolastico è quantomai urgente e necessaria, come testimoniato dagli sforzi in questa direzione dello stesso Giuseppe Fioroni, predecessore della Gelmini al Ministero dell’Istruzione, il quale, un tempo desideroso di ridurre il numero degli insegnanti, preferisce ora recitare la parte dell’oppositore tout court. “Le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento, non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente”, è stato recentemente dichiarato, non dal portavoce nazionale di Forza Italia Daniele Capezzone, bensì dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano; il quale ha così voluto sottolineare l’indispensabilità dei tagli alla scuola. Un’urgenza che giustifica ampiamente l’utilizzo del decreto, piuttosto che di un semplice disegno di legge – tra i punti contestati – in modo da poter ridurre i tempi di attuazione, rendendo effettive le innovazioni a partire dall’attuale anno scolastico, iniziato meno di un mese fa.

COLPA DEI SINDACATI - Tra gli elementi più criticati del decreto, l’introduzione del maestro unico, proposta che viene presentata dall’opposizione quale emblema dell’oscurantismo, del ritorno al passato e dell’arretratezza culturale del governo di centrodestra. È necessario innanzitutto notare che – come ricordato da un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 settembre – il maestro unico rimase in cattedra fino al 1990, fin quando la riforma della scuola elementare attuata dal ministro Giuliano Amato non introdusse il maestro plurimo, per motivi esclusivamente sindacali dettati dall’alleanza DC-PCI-sindacati. Una scelta, quindi, non determinata dall’insuccesso del sistema del maestro unico, ma per puri fini occupazionali, sotto la pressione dei sindacati, i quali sono gli stessi che ora guidano la protesta, appoggiati acriticamente dall’opposizione. La critica più utilizzata, proveniente in parte anche da Walter Veltroni nel corso di una trasmissione televisiva, suggerisce che il maestro unico azzererà di fatto il tempo pieno (rendendo problematico, per le madri lavoratrici, tenere i propri figli nel pomeriggio), chiuderà le scuole nei piccoli centri, provocherà licenziamenti. Au contrarie, il decreto prevede un aumento del 50% del tempo pieno nelle scuole elementari, con conseguente ridistribuzione dei maestri, non più impegnati in classe durante le stesse ore (al momento, tre docenti per due classi), non è attualmente prevista la chiusura di istituti nei piccoli centri; e, infine, lo stesso ministro ha anticipato che non vi sarà alcun licenziamento, bensì pensionamenti non rimpiazzati.

GLI ALTRI PUNTI AL CENTRO DEL DIBATTITO - Sono la questione del voto in condotta e il ritorno alla “vecchia pagella”. Nel primo caso, che prevede che il voto in condotta faccia media e, con il “5”, si venga bocciati, non si tratta che dell’attuazione, in termini concreti, della politica di maggior rigore da tempo auspicata da ogni parte politica, ma mai messa in pratica. Il voto in condotta, che rappresenta una sorta di proseguimento di quanto già messo in atto dal ministro Fioroni (che aveva introdotto sanzioni in grado, in alcuni casi, di provocare la bocciatura degli alunni), servirà inoltre come deterrente contro il dilagante fenomeno del bullismo. Nel secondo caso, che prevede che il voto in pagella torni ad essere espresso in numeri, diventando così il vero metro di giudizio per gli alunni, non è che un modo per misurare il profitto nelle singole materie di ciascun alunno, un elemento che garantirà maggiore chiarezza e una misurazione dei risultati diretta, senza necessità di essere tradotta.


UN’OPPOSIZIONE IMMATURA, LAMENTOSA E ANTICA
- Il decreto Gelmini rappresenta un primo, decisivo e coraggioso passo verso una necessaria riforma organica del sistema scolastico in Italia. Una scuola che, come affermato dalla stessa Gelmini nel corso del Consiglio dei Ministri, dovrà svolgere il servizio di “educazione alla cittadinanza”, rimettendo la persona al centro e preparando i ragazzi “a essere consapevoli dei propri diritti e doveri” (obiettivo che spiega le scelte di puntare sull’insegnamento di educazione civica, principi costituzionali, educazione ambientale, alla salute, stradale, ecc.). Le proteste esasperate, che sembrano dipingere la riforma come “una calamità nazionale” - come dichiarato dal presidente dell’associazione TreeLLLe Attilio Oliva - non fanno che sottolineare in maniera sempre più evidente le difficoltà di un’opposizione che, priva di una chiara leadership e del tutto incapace di contrastare il governo con critiche costruttive e/o proposte alternative, preferisce appiattirsi, ancora una volta, sulla linea dettata dal sindacato. Con buona pace del progressismo, del riformismo e della modernità.

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