di Alessandro Guerani
postato alle 12:19 del 21 Maggio 2008 in EconomiaTorna alla home

Il neoministro dell’economia anticipa alcune delle misure del governo e - soprattutto - parla della loro copertura. Non convincendo. In più, sorpresa!, parla di “non aumento” (ma neppure di diminuzione) della pressione fiscale e di rispettare gli impegni con l’Europa

Chi non ha ancora nelle orecchie il mantra recitato da tutti i membri della attuale maggioranza durante la campagna elettorale? “La nostra pressione fiscale è la più alta d’Europa a causa del vampiro Visco e di quel disastro di Prodi e ha affossato la crescita, affamato le famiglie, distrutto le piccole imprese e gli artigiani, spaventato tutte le partite IVA con un clima di terrore e di persecuzione“. E giù promesse di sgravi fiscali, cancellazioni d’imposte, un fisco amico che sorrida al contribuente invece di metterlo sempre sott’accusa. A chi avanzava qualche dubbio sulla tenuta finanziaria di tali affermazioni c’era sempre pronta la fatidica risposta “taglieremo le spese inutili” che, pur ripetuta da anni da tutti, da destra e sinistra, mantiene sempre il suo innegabile fascino di indeterminatezza che tranquillizza tutti, in specie i giornalisti italiani che mai si sognerebbero di essere così poco professionali da ribadire la domanda “Ho capito, ma quali sono le spese inutili e, soprattutto, inutili per chi?

TPS: TREMONTI PADOA SCHIOPPA - Avendo ancora questi ricordi ben freschi siamo andati a leggere le dichiarazioni rilasciate ieri dal neoministro Tremonti. C’è sì la riproposizione dei due provvedimenti già delineati in campagna elettorale, il taglio dell’ICI e la detassazione della remunerazioni di produttività, il cui costo, che pare si aggiri sui 4 miliardi di euro, troverà copertura in non meglio definiti “tagli di voci di incremento discrezionale e non particolarmente produttivo“. Giulio se la prende con il decreto Milleproroghe, quello che a ogni inizio d’anno si vota bipartizianamente per rispondere a questue di destra e di sinistra. Peccato che il suo peso totale, per i bilanci dello Stato, sia costituito in appena un miliardo di euro: anche eliminandolo totalmente (e lui non ha detto questo), alla copertura non ci si arriva.

OLDIES BUT GOLDIES? - E fin qui appunto il Tremonti che tutti noi conosciamo ed amiamo, il genio creativo capace di cartolizzare anche l’usciere di un ministero. Ma sentirlo affermare che “è intenzione del nostro governo rispettare gli impegni assunti in Europa dall’Italia“, ammettiamolo, è una novità. E non si ferma qui: “non ci sarà un aumento della pressione fiscale” è come dire che sì, non si aumenteranno le tasse, ma neppure si diminuiranno visto che “per i conti pubblici ci sarà un piano triennale di stabilizzazione”. Siamo in puro stile TPS. Conferma che viene dalle successive parole specificamente indirizzate a chi si lamentava di Visco: “Resta fermo l’obiettivo di contrasto all’evasione fiscale” perchè c’è “consapevolezza di un rischio di bilancio che c’è o che verrà, non solo dal lato della spesa pubblica, se non sottoposta ad una rigida disciplina, ma anche dal lato delle entrate fiscali

IL PARADISO PERDUTO - Bisogna ammetterlo, il Tremonti di oggi che vuol far piangere petrolieri e banchieri (chissà perchè non anche magnati televisivi però) e che parla di rigore fiscale e agevolazioni al lavoro è uno spettacolo nuovo e interessante. Nuovo perchè non accarezza il pelo al ceto delle partite IVA, tradizionale bastione di Forza Italia, anzi gli prospetta tempi duri di tasse da pagare. Interessante perchè si vede la volontà di far diventare i dipendenti privati il nuovo ceto di riferimento della destra italiana, quei dipendenti privati che fino a pochi anni fa erano considerati come “roba nostra” dai sindacati e dalla sinistra. Se si riuscirà nell’intento di consolidare il loro voto verso la destra veramente si sarà compiuta quella trasformazione americana predicata da Veltroni. Che si dimentica però nei suoi slogan obamiani che da anni i “democrats” sono appoggiati quasi esclusivamente dai ceti intellettuali e alto borghesi, mentre i ceti popolari, gli operai colpiti dalla globalizzazione, hanno continuato a votare per quel buzzurro texano che però parlava al loro livello. E rischiano anche di eleggere il veterano John McCain.

Vignetta di Maurobiani

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