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Quando Duccio Garrone salvò la Sampdoria

Riccardo “Duccio” Garrone, patron di Erg e presidente della Sampdoria è morto, lasciando tutta l’Italia di sale, a causa di un tumore al fegato. Se ne va così uno degli ultimi “signori” del calcio e del mondo dell’imprenditoria.

L’AVVICINAMENTO AL CALCIO – Nato a Genova nel 1936, ricevette l’azienda di famiglia, appunto la Erg, dalle mani del padre Edoardo nel 1963 dopo la morte improvvisa del genitore a causa di una fatalità durante una battuta di caccia. Nel mondo dello sport è però conosciuto per via della presenza del logo aziendale sulle magliette della Sampdoria presieduta dall’amico Paolo Mantovani. Divenne poi presidente nel 2002, rilanciando una squadra che sembrava allo sbando, con lo stadio vuoto e sull’orlo della C1, per riportarla ai fasti di un tempo, diventando dopo Mantovani il presidente più vincente della giovane storia della Samp.

INTEGRITA’ MORALE – Ed è appunto il suo legame con la società blucerchiata che lo ha reso conosciuto al grande pubblico, perché il calcio riesce a dare maggiore notorietà in ogni caso. Anche se possiedi il primo gruppo petrolifero d’Italia. Si, ancora più grande di quello di Moratti, grazie alla rete di distribuzione. Ma a differenza di altri personaggi che hanno cavalcato lo sport più seguito d’Italia per un mero tornaconto personale, Garrone prese la squadra perché uomo d’onore, dotato di una sola parola, ovvero quella data. Perché la Samp è diventata proprietà del gruppo grazie all’integrità morale di un uomo pronto a disfarsi di Cassano reo di averlo insultato nonostante le ricostruzioni fantasiose della stampa sportiva.

LA CESSIONE – Un esempio della sua rettitudine? Riccardo Garrone lo promise a suo padre prima del tragico incidente, ovvero che non avrebbe mai investito capitali di famiglia in un giornale o in una società di calcio. E con questo non vogliamo dire che fu uno dei tanti voltagabbana del calcio. Anzi. Fosse dipeso da lui avrebbe continuato ad essere semplice sponsor della Sampdoria, niente di più. Ma le cose cambiano, specie per colpa degli uomini. Il Corriere della Sera il 12 gennaio 2001 annunciò la cessione dell’Unione Calcio Sampdoria dalle mani della famiglia Mantovani al principe arabo Omer Masoud. Garrone sarebbe stato presidente onorario mentre Giuseppe Dossena, ex stella del periodo d’oro, avrebbe assunto l’incarico di direttore generale.

IL PROFILO DELL’AFFARE – Omer Ahmed Masoud, imprenditore legato alla famiglia reale saudita e manager del club al-Ittihad, di Gedda, avrebbe garantito i soldi, pari a 40 miliardi per i debiti più 150 milioni d’investimenti da spalmarsi in 3-4 anni. Garrone avrebbe garantito la genovesità della società con una partecipazione complessiva del 6 per cento da dividersi con gli imprenditori Fabrizio Parodi, Marco Bisagno e Paolo Lanzoni. Allora Garrone, garante, spiegò la situazione con queste parole:

L’acquirente temporanea sarà la Ara Fiduciaria. Nel giro di un paio di settimane il 94 per cento delle azioni passerà all’ Arena s.a., società lussemburghese, la cassaforte di casa Samp.

LA FINE DEL TEATRINO – L’accordo venne firmato nella sede del Banco di San Giorgio e secondo le carte il 90 per cento delle azioni sarebbe finito ad una finanziaria controllata da Masoud con sede in Regno Unito. Una storia lineare? Per niente. Nel febbraio 2002 emerse una realtà ben diversa. Niente arabi e niente inglesi, solo una banda pronta a frodare Garrone usando come mezzo la Sampdoria. Alla fine toccò al petroliere il quale cedette la presidenza al generale della Guardia di Finanza Pietro Sgarlata divenne presidente dopo che il gruppo lussemburghese Weissberg acquisì il 94 per cento delle azioni della società genovese. Nella caserma di Sampierdarena invece il faccendiere campano Antonino Pane viene interrogato dalla Polizia Tributaria.

L’INGRESSO DEI FACCENDIERI – Pane doveva fare parte della truffa geniale ai danni di Garrone e Mantovani. Nel magheggio doveva essere coinvolto anche Beppe Dossena, del quale parleremo più avanti, il cui ruolo era di “mentr” della truffa. Pane pensava di acquistare la società attraverso il millantato credito per portarla sull’orlo del fallimento dopo aver venduto parte del patrimonio giocatori. Un giochino riuscito anche con Juve Stabia e Savoia -società poi fallite- oltre al Ravenna. Ed il giochino stava riuscendo anche con la Sampdoria ma l’acquisto era fatto solo sulla carta. Niente soldi, quindi.

UNO STRANO GARANTE – Per la Guardia di Finanza quindi il colpo venne ordito da quattro “compari”: Giuseppe Dossena, Antonino Pane, Andrea Stagni e Mauro Gagliardi. I quattro vennero incriminati con l’accusa di truffa in concorso. Il quartetto venne scoperto grazie ai dubbi coltivati da “Duccio”. Tutto è partito dalla richiesta di offrirsi come “garante” della transazione tra la famiglia Mantovani ed i sauditi. Vi ricordate del nome di Omer Masoud? Bene, non esisteva. Infatti i quattro sostenevano che il principe voleva restare anonimo ma che avrebbe fatto pervenire attraverso una società, la Ara fiduciaria, alla Banca di San Giorgio, di cui Garrone era presidente, una fideiussione da 20 milioni di dollari. Nelle settimane successive a posto della Ara fiduciaria si presentò la Calia Limited di Antonino Pane mentre la firma vera della cessione venne siglata l’11 gennaio 2002 tra Enrico Mantovani e Giuseppe Mantegazzi, uno che agiva per conto della Calia. Ed in tutto questo la fideiussione non arriva per colpa di piccoli “intoppi” dovuti al comportamento strano di alcune banche come la Dresdner Bank.

L’ANTICIPO DI 5,5 MILIONI DI DOLLARI – Ma come, uno deve fare un acquisto ma non è possibile perché le banche bloccano le fideiussioni? Ma se questi soldi ci sono, dove sta il problema? Allora Garrone capisce che qualcosa non va per il verso giusto e presenta un memoriale in procura a Genova. Passano pochi giorni e Gagliardi, presentatosi come avvocato della Calia, spiega che i 22 milioni della fideiussione stanno per arrivare ma allo stesso tempo vuole dal Banco di San Giorgio un fax indirizzato alla Calia per un credito di 5 milioni e mezzo di dollari. Avete presente quelle e-mail truffaldine scritte da sedicenti principi nigeriani i quali richiedono per liberare un credito di milioni di dollari una “donazione”? Il meccanismo è lo stesso ma se non ci casca una persona qualsiasi figuriamoci un imprenditore impegnato in un campo complesso come quello dell’energia.

L’ARRESTO – L’epilogo difatti è scontato. Pane e Stagni arrivano a Genova il 15 febbraio 2012 per fare valere il compromesso d’acquisto ma vengono bloccati dalla Finanza all’ingresso del Banco di San Giorgio. A quel punto cosa poteva fare Garrone? Un uomo come lui, truffato da una banda di faccendieri assetati di soldi che ha provato ad accontentarsi di cinque milioni e mezzo di dollari aveva una reputazione da difendere ed un senso di responsabilità nei confronti della sua città, Genova. Ripetiamolo. Promise al padre Edoardo che non avrebbe mai acquistato una squadra di calcio ma come abbiamo detto all’inizio le cose cambiano per colpa degli uomini e per questo decise di assumersi il rischio acquisendo la società dai Mantovani per sette miliardi di lire.

IL PROGETTO – E qui torniamo all’acquisto del fondo lussemburghese Weissberg mentre nacque la società “Pro Samp” che riunì il figlio Edoardo con Marco Bisagno, Paolo Lanzoni e Fabrizio Parodi. Garrone al momento dell’acquisto parlò di un modello leggero sullo stile di Chievo Verona e Modena. A confermarlo il fatto che negli anni della sua presidenza, fonte Mediaset, sono stati investiti 100 milioni. Ovvero, la Sampdoria deve andare avanti con le sue gambe senza pazzie. Quelle che hanno portato all’arresto di Pane mentre Garrone firmava l’atto d’acquisto.

IL PROCESSO – Ed ora parliamo del processo. Il 4 agosto 2004 Beppe Dossena venne rinviato a giudizio assieme ai tre compari mentre Duccio Garrone si costituì parte civile. Nel 2008 il Secolo XIX riportò le opinioni di accusa e difesa, voci che illustriamo per capire bene quali fossero i valori in gioco. La difesa del quartetto ha sottolineato che non poteva esserci truffa visto che la vittima era un petroliere con tanto di collaboratori. Per gli avvocati Garrone abbassò la guardia per colpa della passione data dalla voglia di salvare la Samp. Inoltre il suo status d’imprenditore gli impediva di cadere in un “tranello”. Insomma la colpa era di Garrone il quale vittima della sua passione non si rese conto di quanto gli accadeva intorno e che poi comprò la Sampdoria ad un quarto del suo valore reale a seguito del ritiro della Calia.

CHE OBIETTIVI AVEVA LA BANDA? – L’accusa invece fece notare come per quanto il procedimento fosse difficile la prova del reato c’era e che per questo i quattro protagonisti della truffa dovevano beccarsi complessivamente tre anni e nove mesi di carcere. Secondo il Pm Ranieri Miniati -sampdoriano- non si capito se il gruppo puntava alla società o ai 5,5 milioni di dollari ma sicuramente esisteva la prova di una truffa. Secondo l’accusa i quattro avrebbero paventato l’esistenza di un principe arabo proprietario della squadra allenata da Dossena, l’Al-Itthiad per ottenere i soldi del Banco di San Giorgio presieduto da Garrone, coinvolto nella vendita in quanto mediatore tra le parti.

LE CONDANNE – Per Miniati Dossena, al quale sono state concesse le attenuanti per il suo comportamento nel dibattimento, era il motore di tutto. Per quanto cerchi di smarcarsi dagli altri tre non riesce a spiegare come mai non abbia lasciato la banda dopo che il principe, parole sue, non c’era più. La richiesta per Stagni, Pane e Gagliardi fu di un anno mentre per Dossena il Pm indicò in nove mesi la pena più consona. Nell’ottobre del 2008 arrivò la condanna ad otto mesi di reclusione con la condizionale e la non menzione. Il giudice gli inflisse anche seicento euro di ammenda.

VOGLIO L’APPELLO – Gli altri tre vennero condannati ad un anno ciascuno con pena sospesa e 900 euro di ammenda. I quattro poi dovranno risarcire Garrone in separato giudizio, con l’ex Presidente della Samp che chiese 50 mila euro in solido da devolvere in beneficenza. Sia Dossena, difeso dall’avv. Stefano Piovani, sia gli altri imputati dovranno risarcire i danni in separato giudizio. La richiesta di risarcimento avanzata da Garrone, tramite il suo legale Andrea Campanile, era stata di 50.000 euro, in solido, da devolvere in beneficenza. Dossena annunciò la volontà di andare al processo d’appello con queste parole:

Con molta pazienza  attendo che la querela nei confronti della mia controparte trovi accoglienza perché, stranamente, a dover poi decidere se archiviarla o meno, sarà lo stesso pm che ha chiesto la mia condanna”.

DAL GOLF A… – Mentre l’avvocato Campanile, legale di Garrone, si definì soddisfatto. Nel 2010 poi arrivò la prescrizione per Dossena con la difesa che spiegò come non vi fu in realtà nessuna richiesta di denaro senza le opportune garanzie. Dossena ha spiegato che aspetta il verdetto della Cassazione, ma quel che è certo è che passato molto tempo da quando nel 2001, durante un a partita a golf a Rapallo, Duccio si sentì dire dal suo ex amico che un principe saudita era interessato all’acquisto. Il principe c’era ma nessuno si mise mai in contatto con lui. Poi arrivarono i tre.

UN UOMO D’ALTRI TEMPI – Dossena parlò del principe come un vaso tempestato di diamanti, ma questo era sempre in viaggio quindi non contattabile. Alla fine si accorse che quattro soggetti cercavano di metterlo nel sacco, questa la verità giudiziaria, e lui si trovò con il cerino in mano costretto contro il volere della famiglia e contro la promessa fatta a suo padre ad acquistare la Sampdoria. Per anni i Mantovani gli hanno chiesto di compiere il gesto, ma lui aveva sempre detto di no almeno fino a quando la cronaca non ha messo in pericolo la sua dignità di uomo, prima ancora che di imprenditore. Una rigidità di altri tempi, la stessa con la quale gestì la questione Cassano. Nonostante non la volesse dimostrò di amare la società, la squadra, quei colori, con una passione sempre crescente pari al tifo che covava dentro ed all’appoggio che diede negli anni ’80 a Paolo Mantovani, ammettendo gli errori senza rivendicare i suoi tanti meriti. Se lo chiedono molti tifosi, chissà oggi dove sarebbe la Sampdoria se un uomo di altri tempi non decise di agire contro la sua famiglia per salvare un simbolo della sua storia e della città che amava.