Seguire la vita di un plotone dell’esercito degli Stati Uniti di stanza per un anno nella vallata più pericolosa dell’Afghanistan. In quanto a premessa, Restrepo è uno dei documentari più intriganti dell’anno…
…secondo solo, forse a Life 2.0, documentario girato interamente su Second Life. Tuttavia questo Restrepo, seppure di forma meno postmoderna ed espressionistica, ha dalla sua un tema decisamente più vicino alle paure della gente comune e dagli effetti sulla vita di ognuno più di vasta portata: una guerra. E non una guerra qualunque: è la guerra che si combatte da otto anni in Afghanistan. A raccontarcela sono due registi, ideatori dell’intrigante
premessa. Da un lato abbiamo Tim Hetherington, non nuovo a documentari del genere avendo già raccontato la guerra civile in Liberia e il genocidio nel Darfur. Ad affiancarlo c’è il (quasi) bostoniano Sebastian Junger, ai più noto non certo per l’attività da documentarista quanto per quella da romanziere: suo è infatti il best seller La tempesta perfetta, portato sullo schermo da Wolfgang Petersen e interpretato da George Clooney e Marky Mark Wahlberg.
KORANGAL – Il documentario si apre facendoci immediatamente conoscere colui che ha donato il suo nome al film e al forte costruito nella vallata Korangal. Restrepo è un ragazzo spaventato come tutti i membri del suo plotone a una settimana dalla partenza in quella a loro nota come “Valle della morte” (le vittime americane in quella zona ammontano a 42 prima del ritiro nell’Aprile di quest’anno). Maschera questa paura con la solita insicura e sfrontata ostentazione della sicurezza che non ha. Sfortunatamente per lui, il suo nome fa parte della lista delle 42 vittime americane a Korangal. E, dopo la sua morte, i suoi commilitoni stabiliscono un avamposto sulla collina e lo chiamano col suo nome, dedicandoglielo. Per tutti mesi della loro permanenza nella vallata della morte, sono accompagnati dalla coppia di registi, intenta a spiare il loro lavoro, la loro morte, il loro spirito di squadra e di famiglia, le loro paure.
QUESTIONE DI PROSPETTIVA – Restrepo rinuncia alla focalizzazione interna, quindi a uno di quelli che poteva essere uno dei migliori pregi del film. In altre parole noi spettatori non siamo sopra gli elmetti dei soldati, non vediamo quello che vedono loro. Siamo piuttosto turisti, o fotografi di guerra, che si pongono di fianco all’evento che succede, non dentro. Sarebbe stato un grosso pregio la focalizzazione interna proprio per quello che il film voleva essere: la guerra in Afghanistan così com’è, senza orpelli, senza commenti, senza retorica. Quello che accade, come accade. Erano queste le promesse di Restrepo e vengono tradite fin dalla seconda inquadratura (mentre la prima, il filmato dal cellulare proprio di Restrepo, è agghiacciantemente bella). La focalizzazione esterna permette ai registi maggior libertà di manipolazione su cosa far vedere. Ad esempio credo che sia una scelta deliberata quella di non mostrare mai il nemico. Durante la pellicola non c’è un solo miliziano talebano inquadrato. Il che fa sorgere delle perplessità: è un taglio voluto dal regista o è effettivamente ciò che succede? E’ vero che i soldati sparano senza vedere assolutamente niente del nemico? Lo sbaglio di focalizzazione non permette di togliersi questo dubbio, anzi lo eleva al quadrato.

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Recensione piuttosto mal scritta (“agghiacciantemente bella”?!?), superficiale, la cui tesi di fondo (“Restrepo rinuncia alla focalizzazione interna” … “noi spettatori non siamo sopra gli elmetti dei soldati, non vediamo quello che vedono loro”) è errata: questo, piaccia o meno, è puro giornalismo di trincea. Noi in effetti vediamo quello che vedono i soldati. Certo, attraverso l’occhio del reporter, che però non compare mai, non se ne sente mai nemmeno la voce.