CHI DECIDE E NEGOZIA LE CIFRE? – Comunque, qualche buon principio Calderoli lo ha messo. Ma si tratta per ora di una scatola vuota, a maglie molto larghe. Insomma, se il disegno di legge passerà così
com’è, sarà una delega in bianco al Governo e tutto sarà rinviato al negoziato Governo-Autonomie locali, tagliando fuori il Parlamento. Non è difficile capire che significa, l’hanno capito a suo tempo persino i parlamentari del PD. E ora, con autorevolezza, lo ribadiscono con forza l’ex primo ministro D’Alema, che il federalismo lo ha varato, e il presidente della camera Fini. Fitto ora ha cambiato idea, ma non si può costruire un modello serio di federalismo sulla vaghezza e, soprattutto, non si può lasciarlo a qualche tecnico del governo e delle regioni, senza che intervenga la politica.
MITI DA SFATARE – Il federalismo fiscale è utile, ed è un grande merito della Lega nord aver posto il tema nel dibattito politico: perchè il decentramento di entrate e spese a livello locale responsabilizza i politici locali. Ma non si può costruire restando alla propaganda, senza entrare nel cuore dei problemi. E allora, sfatiamo qualche mito. Il federalismo fiscale in Italia in buona parte c’è già: negli ultimi anni le entrate tributarie locali sono cresciute ed arrivano al 30-40% delle entrate totali nei loro bilanci, come in molti paesi “federalisti”, Germania in testa. Insomma, si tratta di completare, non di rivoluzionare, evitando marce indietro come l’abolizione dell’ICI o il blocco dell’autonomia impositiva locale deciso dal governo Berlusconi. Definire i costi standard è indispensabile, perchè un servizio pubblico non può costare a Catanzaro il doppio che a Mantova. Ricordando però che non è semplice, che ci vuole tempo e che influenzerà profondamente quantità, qualità e prezzo dei servizi pubblici offerti ai cittadini. Quindi, il concetto di cittadinanza. Ma i costi standard si possono definire comunque, a prescindere dal federalismo fiscale: infatti nella sanità, nella scorsa legislatura, si stava iniziando a farlo.
LA POLITICA – Per completare il percorso federalista e dargli un senso occorre agire su più fronti, come hanno messo in evidenza D’Alema e Fini. In primo luogo, dare un ruolo al parlamento nazionale, perchè altrimenti si rischia solo di mediare, in modo opaco, tra interessi contrapposti dei ricchi (Lombardia e
Veneto in testa) e dei poveri (Sicilia, Calabria e Campania), lasciando a terra chi sta in mezzo e, soprattutto, l’interesse generale. In secondo luogo, bisogna avere chiaro il modello di federalismo, cioè numero, ruolo e compiti dei diversi livelli istituzionali. Ma per questo è necessario che la riforma del federalismo fiscale vada di pari passo con la definizione del codice delle autonomie e con una compiuta riforma costituzionale, a partire dalla bozza Violante o comunque da un testo condiviso. Si scioglierebbero così alcuni nodi irrisolti, ad esempio il livello territoriale su cui puntare nell’attuazione del meccanismo di perequazione. Il progetto attuale su questo punto non fa distinzioni, ma il parallelismo tra finanza comunale e finanza regionale non convince: una parte degli interventi dei comuni non ha un valore equitativo così rilevante da farli necessariamente ricadere tra le materie tutelate dai livelli essenziali delle prestazioni.
Non si tratta di perdere tempo, ministro Fitto: dall’approvazione della legge sono previsti 2 anni per l’attuazione. lI tempo c’è e potrebbe servire anche a eliminare i più gravi difetti del testo attuale, Bisogna capire se si vuole fare propaganda, o se si intende davvero varare una riforma che sia utile all’Italia. Il rischio, altrimanti, è che risparmi, efficenza ed equità vadano ad abitare da un’altra parte.



quanto più sono i galli a cantare, più sono i soldi che si spendono, perchè più sono le esigenze da accontentare mentre le galline sono sempre le stesse
@Gallo canterino:
direi che non c’è molto altro da dire.
Un sorriso canterino
E col federalismo fiscale in definitiva le tasse aumentano o diminuiscono o restano più o meno dello stesso importo globale? (in quest’ultimo caso è come se aumentassero, perchè ci sono i costi di tutto quell’ambaradam, pardon rimodulazione). E le inutili e costose province verrranno finalmente eliminate, o addirittura aumenteranno di numero? E le inutili e costose comunità montane, verranno eliminate o resteranno, magari anche quelle sul mare? Qualcuno in buona fede può rispondere a questi quesiti, in modo chiaro o almeno intelleggibile?
Scusate, dimenticavo l’ICI sulla prima casa. Non è che con il federalismo fiscale l’ICI riciccia fuori, magari sotto altra veste?
@romain:
Mi ci provo io, visto che è scritto nell’articolo ma evidentemente non è intellegibile.
le province non verranno abolite: anzi, nel ddl Calderoli è previsto che siano titoleri di tributi propri. D’altronde, non può essere quel testo ad abolirle, perchè bisogna cambiare la costituzione. E qui torna la proposta Fini-D’Alema sul testo Violante. Il federalismo fiscale per essere fatto ed essere utile all’Italia presuppone un modello istituzionale “federale” che al momento non c’è. E il fatto che la Lega sembri preferire l’incasso “immediato” di un successo di facciata (la “scatola vuota” del testo calderoli) anzichè combattere una coerente battagli per un “federalismo compiuto” la dice lunga sulle reali intenzioni di riformare davvero questo paese.
Su ICI: premesso che io sono favorevole all’ICI, penso che una tassa simile all’ICI ritornerà: nella vaghezza del testo attuale del ddl Calderoli, non viene esplicitamente menzionata, ma è nelle cose. Altrimenti, dove trovano le risorse i Comuni italiani?
Su Comunità Montane: E’ materia da codice delle autonomie, che al provvedimento dul federalismo è (dovrebbe essere) collegato. Il testo è ignoto, ma difficilmente si farà. E qui torniamo al punto 1.
Spero di essere stato chiaro.
Un sorriso se lo vuoi
C.