Mi girai a guardare l’incendio lontano e il fuoco diventò acqua, il caldo freddo pungente, l’afa un forte vento che mi faceva sobbalzare ferocemente. Continuavo a dondolare come su un’altalena impazzita, come su una giostra di quelle in cui paghi per farti torturare. Mi girai e vidi Ravi e Talia abbracciati, aggrappati al ponte della nave. I suoi occhi sparuti, il viso scarno, il ventre esile e piatto, chiedevano conforto e sicurezza. Gli occhi di lui, fissi e perduti, non riuscivano a mentire. Era la fine, del loro sogno, della loro vita di fatica e
felicità, di speranze deluse e di scelte sfortunate.
Un motoscafo si avvicinò al cassone arrugginito su cui navigavano. Cento e più persone si precipitarono verso l’ultima possibilità di salvezza ma scesero solo quattro uomini che allontanavano gli altri con dei mitra. Nel frastuono del mare in tempesta i colpi non si sentivano e i corpi ricadevano in mare senza un urlo, senza un motivo, come soldatini nel gioco ormai stanco di bambini viziati. La nave oscillò ancora e con un colpo fortissimo s’impennò lanciandoli via. Ricaddero abbracciati nel mare gelido, trovando in un colpo solo l’acqua che gli mancava e il refrigerio che avevano desiderato per tutta la vita. Tutto insieme, per pochi secondi.
Guardavo i loro corpi senza vita su cui la pietà della morte aveva restituito la pace e la serenità di quando li avevo conosciuti. Appoggiati al fondale colorato d’alghe parevano aspettare tranquillamente una corriera o un passaggio. Senza fretta.
Ma il passaggio si concretizzò in una grossa rete, che, strascicante sul fondale, raccoglieva tutto quello che non riusciva a resistere alla sua forza. Ravi fu strappato all’abbraccio di Talia e, pur nell’immobilità del suo viso, parve incupirsi, disturbato nella sua pace eterna. Lo seguii affannato su, verso qualcosa che via via assumeva le forme di una nave. Voci in siciliano imprecavano sulla sfortuna della pesca, sulla disgrazia della loro vita, ma intorno a me tanti pesci sbattevano gli ultimi aneliti di vita. “Finirà, finirà, qualche altro giorno ancora e poi finirà. Ma proprio qua sono venuti a morire questi pezzenti. Da vivi ci tolgono l’aria, da morti ci fanno chiudere baracca.” Non capivo, scattai per dire al capitano che c’erano altri corpi laggiù, che bisognava ripescare anche Talia, unirla a Ravi, seppellirli, avvisare il padre.
Ma quello era una belva: ”Nessuno deve saperlo, nessuno.” L’altro lo guardava scettico. ”Lo capisci che farebbero chiudere la zona? Che diamo a mangiare ai figli nostri? Questi sono morti, per loro non cambia niente. Per noi invece si.” Urlai che quelli non erano pezzenti, erano innamorati sfortunati, che un intero paese aspettava loro notizie. I suoi figli avrebbero mangiato lo stesso ma … niente. Cercai di fermarlo
mentre ributtava a mare Ravi. Sentii un dolore fortissimo, come un braccio spezzato. Aprii gli occhi; davanti a me l’ombrellone vibrava, colpito dal mio pugno. Mi girai intorno, sudato, spaventato. Nessuno.
Era stato un incubo. Scattai ancora. L’altra mano aveva toccato, nella sabbia, qualcosa di solido. Non un granchio, solo un pezzetto di carta. Filigranata. Su di esso, scolorito e deformato, lessi un nome. Ravishankar.
Nel giugno del 2001 il quotidiano “La Repubblica” scoprì che, nell’inverno del 1997, i pescatori di un paese del Sud della Sicilia avevano ributtato a mare, per mesi, i corpi che riemergevano di immigrati clandestini. Una nave con 283 passeggeri provenienti da India, Sri Lanka, Pakistan, era naufragata, ma le autorità non avevano creduto al racconto dei 29 superstiti.
Questo umile brano è dedicato a quei poveri esseri umani, simili a noi nell’aspetto e nelle aspirazioni, nell’educazione e nei sentimenti, che sono periti nell’incidente e abbandonati sul fondo del mare.
Nonostante appelli di premi nobel italiani, parenti e comunità indiane, nessuno ha recuperato quei corpi. Sono stati rinvenuti, di tanto in tanto, stracci o fogli di carta.
Brandelli della loro vita e dei loro documenti.


























Il mare: l’abisso dei segreti nascosti che li lascia poi riemergere su di una spiaggia lontana!
Sei riuscito a trasformare “L’atrocità umana” in un’incantevole poesia!…complimenti