di Alessandro Bernardini
postato alle 10:15 del 21 Maggio 2008 in EsteriTorna alla home

Palloncini neri a coprire il cielo: 21,915 in tutto. Un cielo che (impossibile, per fortuna) non può essere diviso da muri, crivellato da proiettili, distrutto da razzi, schiacciato da carri armati, rubato, stritolato, annientato, deriso, occupato, ucciso. Non può saltare in aria e andare in milioni pezzi come le case, le strade, i corpi della gente. 21,915 come i giorni dei sessant’anni di Israele.

Da una parte del muro si festeggia. Dall’altra, si piange. Due anniversari che, come due magneti, si respingono. Da una parte Facing Tomorrow (affrontare il domani), vertice internazionale organizzato per il compleanno israeliano che celebra la vita, la cultura, la memoria di Israele. Nakba 1948Dall’altra, la Nakba (la catastrofe palestinese): 750mila profughi forzati, più di 500 villaggi scomparsi dalle carte geografiche, e poi dal 1967, l’occupazione militare e il muro. Il vertice israeliano vede come ospite d’onore George W. Bush che ribadisce l’appoggio incondizionato Usa a Israele. Ha un bel da fare il presidente statunitense. Visita prima la Masada (nel 73 d.c mille zeloti ebrei scelsero il suicidio di massa all’impero romano) poi va alla Knesset e definisce Israele “Patria del Popolo Eletto”, avventurandosi in una peripezia lessico/religiosa non più usata - almeno in occasioni pubbliche - da nessun politico in Israele, tranne che dagli ultraortodossi.

1948, LA CATASTROFE. E BUSH? - Nello stesso momento, dall’altra parte del muro i giorni di catastrofe sotto forma di palloncini neri vengono lanciati in cielo fino a dissolversi. Una sirena detta i tempi per un minuto di raccoglimento. In Cisgiordania e Gaza i palestinesi si fermano per ricordare la loro catastrofe. L’iniziativa prevede anche un’ora di sciopero in segno di protesta e una marcia pacifica verso le porte di Israele dei palestinesi della diaspora. I manifestanti marciano verso i confini con Israele portando con se le chiavi delle case perse nel 1948. Portano anche tende, bandiere dell’Onu e indossano magliette con su scritto il numero 194, la risoluzione dell’Onu (194 12/1948) in cui è sancito il diritto al ritorno dei rifugiati. Bush intanto continua il suo discorso al parlamento israeliano: “Il mondo non deve permettere che l’Iran abbia armi nucleari e ancora “L’America sta con voi nello sforzo di scompaginare le reti terroristiche e di negare agli estremisti luoghi protetti. L’America sta con voi fermamente nell’opporsi alle ambizioni nucleari iraniane. Consentire ai leader mondiali dell’istigazione al terrorismo di possedere le armi più mortali al mondo sarebbe un tradimento imperdonabile nei confronti delle generazioni future”. Focalizza l’attenzione sul problema iraniano ignorando quasi totalmente lo stato dell’arte dei negoziati israelo-palestinesi, non menzionando mai Annapolis e il suo fallimento (e l’accordo Israele e Anp da lui promesso entro il 2008?).

NON CHIAMATELI ESTREMISTI - George W. si lancia in una requisitoria contro il Belzebù islamico rappresentato da Hamas, Hezbollah, Al Qaida, Iran ecc, sorvolando sugli amici sauditi, e sul loro regime pseudo feudale basato sulla Shari’a dove per dirne una, i cristiani possono essere arrestati e fustigati per la pratica della loro fede in pubblico e dove la Bibbia è considerata “materiale propagandistico”. Dopo Tel Aviv Bush vola proprio a Riad per convincere il Re saudita Abdallah ad abbassare il prezzo del greggio (negli Usa è aumentata la benzina). La Casa Bianca comunica in tempo reale che gli USA accettano di aiutare l’Arabia Saudita a proteggere le proprie riserve di petrolio e a sviluppare un piano per l’energia nucleare a scopi pacifici. Saluti e strette di mano. Tappa successiva: un resort sul Mar Rosso in Egitto per incontrare il presidente Mubarak. I leader palestinesi non gradiscono molto il discorso di Bush alla Knesset, tanto che Abu Mazen dichiara: “I palestinesi sono in collera” e aggiunge “Non vogliamo che gli americani conducano i negoziati al nostro posto (…) Tutto ciò che vogliamo è che riconoscano la nostra legittimità e che abbiano un minimo di neutralità”.

BIN LADEN RETURNS! - Torna anche il redivivo Bin Laden che esce dalla naftalina con un messaggio audio al vaglio degli esperti antiterrorismo. Ad un primo ascolto sembra proprio che l’uomo più ricercato del pianeta sia ancora sul mercato: “Oggi vi parlo della questione più importante della nostra nazione islamica, ovvero la lotta che riguarda la questione palestinese”. Il messaggio è diffuso sui siti web della rete jhadista e precisa: Continueremo a combattere, Dio volendo, contro gli israeliani i loro alleati (…) e non cederemo un centimetro della Palestina”. Lo Sceicco del Terrore nel messaggio celebra a modo suo la Nakba cercando di fare breccia fra i palestinesi ricordando la strage di Deir Yasin (9 aprile 1948) in cui le milizie ebraiche, guidate dal futuro premier Begin, uccisero 100 palestinesi. Per chiudere in bellezza Bin Laden bacchetta i Paesi occidentali di aver inviato truppe in Libano non per ristabilire l’ordine, ma per difendere i confini d’Israele: la famosa missione Unifil guidata dagli italiani.

Celebrazioni e commemorazioni con le spalle al muro, con il cielo nero e con gli attori internazionali che giocano a scacchi su una terra sempre più sofferente.

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