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Costa Concordia: storia di un disastro

E’ passato quasi un anno da quel 13 gennaio 2012, la data del naufragio della Costa Concordia, davanti alle acque del porto dell’isola del Giglio. Una tragedia che costò la vita a 32 persone e che non è stata ancora dimenticata, soprattutto da chi ha vissuto quei momenti. Come non si può dimenticare il comandante Francesco Schettino, arrestato dopo l’incidente e poi tornato libero, in attesa del processo (a luglio sono stati revocati i domiciliari, ndr). Ovvero, l’uomo che oggi viene accusato di “aver guidato una nave lunga 300 metri come un gommone”, secondo le parole del procuratore Francesco Verusio, pronto a presentare la richiesta di rinvio a giudizio per gli otto indagati al Gup entro la fine di gennaio. Compreso il suo comandante che ha abbandona lo scafo prima di aver messo in salvo tutti i passeggeri. E nel mentre il relitto è ancora lì, dove si era incagliato. Ma come andarono i fatti?

LO SCAFO – La Costa Concordia, finita alla deriva dopo l’impatto con gli scogli delle Scole, era una nave da crociera con 4229 persone a bordo (3.216 passeggeri e 1.013 membri dell’equipaggio). Era salpata dal porto di Civitavecchia, per la prima tappa della crociera “Profumo degli agrumi” nel Mediterraneo e nel suo viaggio avrebbe dovuto toccare diversi porti come quelli di Savona, Marsiglia, Barcellona, fino a Palermo e al ritorno a Civitavecchia.

Ma le cose andarono diversamente. Questo perché alle 21.42 del 13 gennaio 2002, la nave comandata da Schettino urtò, nelle acque dell’Isola del Giglio, uno scoglio. Un impatto che causò uno squarcio di circa 70 metri sul lato sinistrò, causando un forte sbandamento. Prima dell’arenamento dello scafo sullo scalino roccioso.

RESPONSABILITA’ – Secondo le ricostruzioni, la nave partita da Civitavecchia, viaggiava con una rotta quasi parallela al profilo tirrenico ed era diretta a Savona. Unica deviazione necessaria era quella per aggirare il promontorio dell’Argentario. Ma qualcosa andò diversamente: lo scafo cambiò rotta, in direzione dell’Isola del Giglio.

E qui che, anche grazie alle telefonate poi emerse, entra in gioco la figura tragica del comandante Schettino. Tutta colpa dell’inchino, una cattiva abitudine, un pratica marinara. Grazie alla perizia suppletiva della scatola nera della nave, furono resi noti maggiori dettagli: Schettino e i suoi ufficiali in plancia sapevano fin dall’inizio di dover fare l’inchino all’Isola del Giglio, la manovra di avvicinamento poi risultata fatale per il naufragio del 13 gennaio scorso. Una manovra abituale.

REGISTRAZIONI – In base a quanto fu reso poi noto, Schettino annunciò alle 18.27 di voler fare l’inchino: “Amm’à fà l’inchino al Giglio”, si sente nelle telefonate. E subito dopo è l’ufficiale addetto alla cartografia Simone Canessa a mettersi in contatto con Giovanni Iaccarino per sapere se era stato avvisato. Subito dopo che la Costa Concordia picchiò contro lo scoglio de Le Scole, Schettino esclamò: “Madonna ch’aggio cumbinato”. E ci fu il caos, fra bugie e informazioni che non venivano rivelate alla catena di comando. Ma non solo: era difficile anche capire cosa fare e che succedeva. Subito dopo Schettino chiamò anche la Costa Crociere: al manager per le emergenze Roberto Ferrarini, disse di aver fatto un casino. Senza dimenticare gli incomprensibili ritardi: le comunicazioni con le autorità marine quella notte avvennero soltanto 51 minuti dopo l’incidente. E a chiamare furono le stesse autorità, nonostante l’emergenza. Tra gli accusati si è ritrovato anche Manrico Giampedroni, che allora era commissario di bordo sulla Costa Concordia, salvato dopo 36 ore grazie a un’operazione complicata. E alla fine si è ritrovato nell’elenco degli ufficiali “negligenti”: lo chiamano in causa alcune dichiarazioni e intercettazioni, contenute nelle 50 mila pagine di atti depositati dopo la chiusura delle indagini.

DE FALCO – E chi non ricorda il capitano De Falco e il “Torni a bordo, cazzo“? Certo, perché dopo l’impatto Schettino pensò bene di abbandonare la nave, senza prima salvare i passeggeri. Successivamente sono state infatti pubblicate le registrazioni di alcune telefonate in cui il capitano di fregata Gregorio De Falco della capitaneria di porto di Livorno, quella notte intimava al comandante di risalire sul relitto della nave, ormai coricato sul fianco.

Schettino rispondeva che stava coordinando le operazioni da una lancia di salvataggio, essendo ormai il relitto impraticabile. Fino alla storica telefonata, in cui De Falco gli ordina di risalire a bordo, non ottenendo però gli effetti desiderati. Adesso su Schettino la procura di Grosseto ha formulato una serie di accuse impressionanti: dall’omicidio plurimo colposo, al naufragio, passando per l’abbandono di incapaci e della nave. Fino all’omessa comunicazione alle autorità marittime.

CONSEGUENZE – L’incidente ha provocato 32 morti, la maggior parte per annegamento, ipotermia e lesioni causate dall’impatto. Oltre ad un centinaio di feriti. Dopo l’incidente probatorio sulla scatola nera, adesso si attende soltanto la richiesta di rinvio a giudizio. In modo che Schettino e i responsabili siano chiamati a rispondere del disastro.

(Foto e Video Credit: Rai.tv, Lapresse, Ansa)