di Carlo Cipiciani (Comicomix)
postato alle 11:31 del 20 maggio 2008 in InterniTorna alla home

In Italia ci sono pochi giovani e poco considerati: alcune proposte concrete per affrontare il problema del degiovanimento e far ripartire il Paese.

L’Italia è un paese di vecchi. Un problema demografico che ha anche profonde implicazioni sociali, economiche, politiche e che spiega, almeno in parte, il declino italiano. Però, al contrario di quanto si pensi non è un problema di invecchiamento. Quello che sta avvenendo è un fenomeno inedito, di cui l’Italia è leader mondiale: il declino demografico dei giovani. Un processo che Alessandro Rosina dell’Università Cattolica di Milano ha chiamato il “degiovanimento”. Ne vogliamo parlare?

POCHI GIOVANI – L’Italia sarà anche il paese della famiglia: ci si riempiono tutti la bocca. Ma è anche il paese con la più bassa natalità del mondo: a Napoli nascono meno bambini per ogni donna che a Stoccolma. Se confrontiamo Italia e Francia, stessa vita media, stesso numero di abitanti, tenori di vita simili, vediamo che in Francia negli ultimi 25 anni la fecondità (numero di figli per donna) è stata poco inferiore ai 2 figli, in Italia è scesa quasi a uno. E le conseguenze di questo processo ormai più che trentennale sono molto serie: l’Italia ha una bassa percentuale di giovani sotto i 25 anni; siamo gli unici con meno del 25 per cento della popolazione. In cifre, sempre guardando alla Francia, vuol dire che lì ci sono nel 2008 oltre 4 milioni e mezzo di persone sotto i 25 anni in più rispetto all’Italia. Ma nonostante siano una risorsa scarsa, in Italia i giovani non sono affatto coccolati. Siamo il paese che investe meno sulle giovani generazioni, quello con la più bassa scolarizzazione e più bassa occupazione giovanile. Con il maggior divario tra disoccupazione giovanile e disoccupazione adulta e con i salari all’ingresso tra i più bassi. Ed è per questo che in Italia si esce di casa o ci si forma una famiglia meno spesso e più tardi (il 50 per cento delle donne si sposa dopo i 30 anni, gli uomini addirittura oltre i 33). Altro che i bamboccioni, ex Ministro Padoa Schioppa! E la spesa per protezione sociale sul Pil, togliendo la parte destinata alle pensioni, in Italia è un terzo in meno rispetto alla media europea. Significa che da noi la spesa sociale si orienta solo sulla popolazione anziana. E proprio guardando le pensioni, il nostro sistema previdenziale è il più iniquo di tutti, con il maggior divario di requisiti e trattamento pensionistico tra le vecchie e le giovani generazioni. Dulcis in fundo, l’incredibile montagna di debito pubblico, un fardello che le generazioni precedenti hanno scaricato e stanno scaricando su quelle attuali e future.

POCHI E POCO CONSIDERATI - Insomma, siamo il paese nel quale i giovani sono pochi. Ma anche poco considerati. Contano meno dal punto di vista sociale, economico e politico: l’Italia ha il non invidiabile record dell’età media più elevata della classe dirigente. Nel 2007 i docenti con oltre 60 anni erano il 24 per cento, contro l’11 per cento di Francia e Spagna. Quelli con meno di 40 anni erano l’11 per cento contro il 20-30 per cento di Francia e Spagna. La metà degli iscritti ai sindacati ha più di 44 anni ed è l’età media più alta in Europa. Invece, l’età media dei manager italiani è di circa 45 anni, come gli altri paesi, ma con la differenza che da noi sono più alte sia la quota di manager sopra i 65 anni, sia quella di manager “ultra-giovani”. Non dipenderà dal fatto che in Italia ci siano spesso salti generazionali, con passaggi tra padre “anziano” e figlio “giovane” dentro la ditta di famiglia? E non c’è meritocrazia: se si analizzano le relazioni tra stipendi dei manager e risultati aziendali si scopre che contano poco il voto di laurea (il 50% dei grandi manager non è laureato, e tra questi il voto medio è circa 100 su 110) e ancor meno gli utili aziendali conseguiti: nel 2007 gli stipendi dei top manager delle società quotate in borsa sono aumentati del 15 per cento mentre le quotazioni scendevano del 7 per cento. Perché, nel paese delle caste, si cerca la fedeltà, non l’efficienza. E in politica, le cose non vanno meglio: l’età media dei parlamentari è superiore ai 50 anni, l’età media dei Presidenti del Consiglio degli ultimi quindici anni è stata di 62 anni. E i leader politici, nonostante crisi e sconfitte elettorali, molto di rado si fanno da parte.

CHE FARE? – Intanto il degiovanimento si vede, si sente, si tocca. Nelle culle vuote, nei tanti genitori con i capelli bianchi all’uscita dalle scuole elementari. In un paese che si arrocca a difendere i privilegi presenti e le rendite acquisite, anziché investire nel proprio futuro: nel merito, nella voglia di cambiare, nell’innovazione, nella fiducia verso il domani. Una situazione che blocca lo sviluppo e la crescita del paese. E allora, che fare? La diminuzione quantitativa dei giovani si combatte con le serie politiche per la famiglia, per l’infanzia e la natalità. Non con le assurde crociate contro la Legge 194 o i Pacs, e neppure con mance e mancette elargite dai governi di destra e di sinistra. Usiamo bene la leva fiscale: in Germania una coppia con 2 figli e un reddito annuo di 25 mila euro paga 52 euro di tasse. In Italia, a parità di condizione, 1.700 euro. Ecco che fare, anziché abbassare le aliquote ai ricchi, onorevole Tremonti! In Francia il 40 per cento dei bambini trova posto in un asilo nido. In Italia il 6 per cento. E allora, bisogna investire nella crescita complessiva dei servizi socio educativi per l’infanzia e in una politica di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Datevi da fare, Onorevole Carfagna, Onorevole Gelmini e chi per voi. Nell’attesa che queste politiche producano i loro effetti, bisogna da subito rispondere alla diminuzione dei giovani con un forte aumento dell’investimento sulle nuove generazioni, per agire sulla loro “qualità”. Investendo in istruzione e formazione, e valorizzando il loro apporto con meccanismi di ricambio generazionale basati sul merito. Intervenendo sull’istruzione secondaria e mettendo mano alle storture prodotte dalla riforma Moratti, decretando la fine del finanziamento a pioggia delle università italiane, creando meccanismi che incentivino chi fa scelte virtuose, mirate ad accrescere la qualità della ricerca e della didattica, e penalizzando chi fa scelte che vanno nella direzione opposta. E per l’occupazione, usare la leva fiscale non per detassare gli straordinari, provvedimento che favorisce i “capi famiglia” a danno delle donne e dei giovani, ma investendo quei soldi nei meccanismi di incentivo all’occupazione giovanile e femminile. Anche mettendo mano, Onorevole Sacconi, all’eccessiva precarizzazione e alla giungla dei contratti. O ancora Onorevole Scajola, modificando i meccanismi di incentivazione che anziché dare sussidi un po’ a tutti si concentri su quelle di nuova costituzione e a prevalente partecipazione di giovani, magari con strumenti finanziari adeguati che incentivino di più il ricorso al capitale di rischio e meno quello a debito. Solo vincendo al più alto livello la sfida del degiovanimento l’Italia potrà tornare a crescere (in tutti i sensi) e ad essere competitiva. Sbrighiamoci, Onorevole Meloni: il futuro non può più attendere.

Per approfondire:

Alessandro Rosina: Un ritratto degli under 35: una generazione nata perdente?

Paolo Balduzzi: Una generazione senza rappresentanza

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