In Italia ci sono pochi giovani e poco considerati: alcune proposte concrete per affrontare il problema del degiovanimento e far ripartire il Paese.
L’Italia è un paese di vecchi. Un problema demografico che ha anche profonde implicazioni sociali, economiche, politiche e che spiega, almeno in parte, il declino italiano. Però, al contrario di quanto si pensi non è un problema di invecchiamento. Quello che sta avvenendo è un fenomeno inedito, di cui l’Italia è leader mondiale: il declino demografico dei giovani. Un processo che Alessandro Rosina dell’Università Cattolica di Milano ha chiamato il “degiovanimento”. Ne vogliamo parlare?
POCHI GIOVANI – L’Italia sarà anche il paese della famiglia: ci si riempiono tutti la bocca. Ma è anche il paese con la più bassa natalità del mondo: a Napoli nascono meno bambini per ogni donna che a Stoccolma. Se confrontiamo Italia e Francia, stessa vita media, stesso numero di abitanti, tenori di vita simili, vediamo che in Francia negli ultimi 25 anni la fecondità (numero di figli per donna) è stata poco inferiore ai 2 figli, in Italia è scesa quasi a uno.
E le conseguenze di questo processo ormai più che trentennale sono molto serie: l’Italia ha una bassa percentuale di giovani sotto i 25 anni; siamo gli unici con meno del 25 per cento della popolazione. In cifre, sempre guardando alla Francia, vuol dire che lì ci sono nel 2008 oltre 4 milioni e mezzo di persone sotto i 25 anni in più rispetto all’Italia. Ma nonostante siano una risorsa scarsa, in Italia i giovani non sono affatto coccolati. Siamo il paese che investe meno sulle giovani generazioni, quello con la più bassa scolarizzazione e più bassa occupazione giovanile. Con il maggior divario tra disoccupazione giovanile e disoccupazione adulta e con i salari all’ingresso tra i più bassi. Ed è per questo che in Italia si esce di casa o ci si forma una famiglia meno spesso e più tardi (il 50 per cento delle donne si sposa dopo i 30 anni, gli uomini addirittura oltre i 33). Altro che i bamboccioni, ex Ministro Padoa Schioppa! E la spesa per protezione sociale sul Pil, togliendo la parte destinata alle pensioni, in Italia è un terzo in meno rispetto alla media europea. Significa che da noi la spesa sociale si orienta solo sulla popolazione anziana. E proprio guardando le pensioni, il nostro sistema previdenziale è il più iniquo di tutti, con il maggior divario di requisiti e trattamento pensionistico tra le vecchie e le giovani generazioni. Dulcis in fundo, l’incredibile montagna di debito pubblico, un fardello che le generazioni precedenti hanno scaricato e stanno scaricando su quelle attuali e future.
POCHI E POCO CONSIDERATI - Insomma, siamo il paese nel quale i giovani sono pochi. Ma anche poco considerati. Contano meno dal punto di vista sociale, economico e politico: l’Italia ha il non invidiabile record dell’età media più elevata della classe dirigente. Nel 2007 i docenti con oltre 60 anni erano il 24 per cento, contro l’11 per cento di Francia e Spagna. Quelli con meno di 40 anni erano l’11 per cento contro il 20-30 per cento di Francia e Spagna. La metà degli iscritti ai sindacati ha più di 44 anni ed è l’età media più alta in Europa. Invece, l’età media dei manager italiani è di circa 45 anni, come gli altri paesi, ma con la differenza che da noi sono più alte sia la quota di manager sopra i 65 anni, sia quella di manager “ultra-giovani”. Non dipenderà dal fatto che in Italia ci siano spesso salti generazionali, con passaggi tra padre “anziano” e figlio “giovane” dentro la ditta di famiglia? E non c’è meritocrazia: se si analizzano le relazioni tra stipendi dei manager e risultati aziendali si scopre che contano poco il voto di laurea (il 50% dei grandi manager non è laureato, e tra questi il voto medio è circa 100 su 110) e ancor meno gli utili aziendali conseguiti: nel 2007 gli stipendi dei top manager delle società quotate in borsa sono aumentati del 15 per cento mentre le quotazioni scendevano del 7 per cento. Perché, nel paese delle caste, si cerca la fedeltà, non l’efficienza. E in politica, le cose non vanno meglio: l’età media dei parlamentari è superiore ai 50 anni, l’età media dei Presidenti del Consiglio degli ultimi quindici anni è stata di 62 anni. E i leader politici, nonostante crisi e sconfitte elettorali, molto di rado si fanno da parte.




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Sai Carlo, il problema è veramente serio come lo descrivi.. forse di più.. lo vedo e lo sento negli discorsi chi di chi, come me, decide di aver figli pur ritenendolo un grande azzardo con un solo stipendio precario, con l’icertezza di non sapere se a quegli stessi figli verrà garantito l’accesso ad una formazione utile e seria e seguentemente un lavoro conuna retribuzione giusta e commisurata…
E’ veramente brutto doversi chiedere, prima di scegliere di avere un figlio, “ma potrò portarlo al giorno che saprà cavarsela da solo?”…
Un caro saluto, Lisa
Che fare? Gnente, va bene così (tanto l’INPS va in malora lo stesso). Siamo troppi, almeno chi è più ricco deve iniziare a figliare di meno (scelte individuali a parte, se una coppia vuole creare venti marmocchi è ok). Davvero chi vuole procreare non gliela fa per il precariato ecc.? Sì, ma in tanti casi è anche una scusa, i soldi per cambiare telefonino ogni tre mesi o per la mutanda firmata si trovano. E poi o ci si lamenta che la Terra non regge oppure del fatto che si fanno pochi figli. Chiedere alla gente di morire prima per vedere meno vecchi in giro non mi sembra il caso. Secondo me ci si accanisce troppo contro gli anziani, anzi… prima venivano considerati i “saggi”, ora i “rincoglioniti” e ormai sembra quasi che sia una colpa esserlo. Un sorriso pensionabile…
all’analisi, sacrosanta, manca all’appello delle richieste un …..onorevoli sindacati….no?
@Lisa: la tua osservazione merita solo una risposta: clap clap.
@prostata:C’è una correlazione tra tasso di occupazione femminile e numero di figli per donna che, sorprendentemente, vede rovesciata quella che è l’idea “tradizionale”:
Dove ci sono più donne occupate, e una possibilità di accesso agli asili nido, il numero dei figli aumenta sensibilmente. Nell’erticolo si paragonano Italia e Francia dove, a parità di tutte le condizioni, la fecondità è quasi doppia che da noi (e infatti, a parità di abitanti, ci sono 4 milioni e mezzo di giovani in più) La guerra generazionale c’è, ma è “contro” i giovani. E questo è un danno per la capacità di un paese di essere aperto al nuovo, di guardare al futuro. Perchè stiano meglio tutti, bisogna smetterla di fare una specie di guerra silenziosa alle giovani geenrazioni. Ci guadagneranno tutti gli italiani, i giovani e quelli meno giovani (come me)… ^_^
@m.: Hai ragione. Manca, avrei dovuto metterceli. perchè di colpe ne hanno anche loro, su questo terreno. Eccome se ne hanno.
@tutti: Un sorriso ggiovane
Posso aggiungere che se l’Italia sta diventando un paese sempre più reazionario, chiuso e xenofobo questo è collegato (anche) al fatto che sta diventando sempre più un paese di anziani?
Farei un pensierino, a questo proposito, anche alla recente deriva iper-religiosa.
@ismaele: certo l’apertura mentale di una società “giovane” è superiore ad una “anziana”. E questo, si badi bene, poi finisce per coinvolgere tutti, giovani inclusi. Un sorriso grazie!
Troppi post per un giorno solo! Non si possono aumentare i titoli per pagina?
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Sono d’accordo con Calvin…
sono aumentati, nel frattempo, eh mirta? Adesso sono 6!