Fondi comuni, dagli Usa una rivoluzione da importare

20/05/2008 - Meno 50 miliardi di raccolta nel 2008. E la crisi italiana è simile a quella Stati Uniti. Ma oltreoceano si fa strada il “metodo Buffet”: ridurre le speculazioni e dare maggior trasparenza. Fregandosene del benchmark L’industria del risparmio gestito italiano

     
 

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Meno 50 miliardi di raccolta nel 2008. E la crisi italiana è simile a quella Stati Uniti. Ma oltreoceano si fa strada il “metodo Buffet”: ridurre le speculazioni e dare maggior trasparenza. Fregandosene del benchmark

L’industria del risparmio gestito italiano sta per “festeggiare” il fatto che già a maggio avrà perso più di 50 miliardi di euro, pareggiando in cinque mesi il catastrofico risultato dell’intero 2007. La fuga dei risparmiatori è cominciata in tempi di buone performance borsistiche e potrà solo peggiorare in un 2008 all’insegna dell’incertezza. Non solo, preoccupa che nessuno abbia un’idea per dare un segnale di discontinuità, magari limitandosi a qualche trovata di marketing e limitare i danni. Le idee da copiare, per gestori e risparmiatori, arrivano dagli Usa, dove i fondi comuni fronteggiano critiche analoghe. Non è visibile una fuga di capitali come da noi perché i lavoratori sono “costretti” a investire nel risparmio gestito per costruirsi la pensione, in modo autonomo o attraverso i famigerati 401k (fondi parzialmente finanziati dalle aziende). Ma proprio per questo sono meno disposti ad accettare rendimenti bassi e di dover pagare 45,6 miliardi di dollari in commissioni per un servizio pessimo. In teoria far guadagnare i sottoscrittori assicura più denaro e clienti, ma in realtà la competizione è simile a quella delle multinazionali del detersivo che si contendono gli scaffali nel supermercato. Anche nel risparmio gestito si è passati alle “armi di acquisizione di massa”: si spende per la pubblicità e per pagare chi (promotori e sportelli bancari) porta realmente clienti. Il risultato della gestione non è più un fattore, specie se poi ci si rivolge ad una clientela indistinta e sempre meno consapevole delle leggi della finanza. Per intenderci: da tempo nessuna massaia si chiede più se lava meglio il Dash o il Dixan, contano spot e promozioni.

ABRACADABRA! - Il tocco finale consiste nel moltiplicare i prodotti (in America si contano 4800 prodotti diversi e in Europa sono anche di più) in modo da rendere ogni confronto impossibile anche per il più volenteroso. L’accorpamento tra società e la moltiplicazione dei fondi (spesso gestiti a decine dagli stessi team) è incoraggiata dal fatto che gestire un miliardo di dollari ha costi simili a gestirne 10, ma le commissioni sono ovviamente ben più alte. Un esempio controcorrente è da anni Warren Buffett, miliardario che ha fatto i soldi con le assicurazioni, diventato un guru degli investimenti investendo soldi in aziende che ritiene sottovalutate al momento ma che cresceranno nell’arco di 3-5 anni. Accetta gentilmente di farsi pagare per includere i soldi altrui nelle sue scorribande e in trent’anni ha assicurato ritorni da capogiro.In pratica fa quello che i gestori dovrebbero fare invece di inseguire il “benchmark” un indice di riferimento connesso al tipo di azioni o titoli in cui investe il fondo (ad esempio, S&P mib per i gestori italiani che si concentrano sulle grandi aziende). È relativamente facile “fregare” sul benchmark: se è molto piccolo o settoriale (esempio titoli tecnologici presenti sui listini europei) basta “comprare” l’indice, replicando nel portafoglio del fondo i titoli più rappresentativi. Né più né meno di quanto fa un Etf, ma incassando commissioni molto più alte. Se invece l’indice è più ampio, il trucco usato è di vendere forsennatamente le azioni in portafoglio, ripianando con i proventi delle speculazioni ogni divergenza dal benchmark di riferimento. La compravendita dei titoli, fa cresce i rischi, i costi e moltiplica le perdite in caso di crollo delle quotazioni, ma in tempi normali permette anche di battere il “banco” quel tanto che basta da incassare ulteriori commissioni di performance.

L’ESEMPIO DI BUFFET - Ma cosa importa al sottoscrittore se il suo fondo si è comportato meglio di qualche oscuro indice? Nulla, interessa sapere se ha sfruttato le opportunità del mercato (dell’intero mercato, non solo rispetto ad altri prodotti simili), diventando più ricco in e a un ragionevole rischio. È per questo che paga le commissioni a un professionista. Proprio al grido “I benchmark sono inutili e fuorvianti” nuovi fondi comuni seguono l’esempio di Buffett e si propongono ai risparmiatori, specie quelli che cercano di costruirsi la pensione. Ecco le quattro caratteristiche dei “ribelli”: 1) Massimizzare i rendimenti solo dopo tre-cinque anni. 2) Investire in poche aziende (20-25) dopo aver fatto seri sforzi di ricerca e analisi interna e non affidandosi solo ai consigli delle banche d’affari. 3) Ridurre le speculazioni, tenendo nel portafoglio le azioni scelte in media per due anni 4) Trasparenza. I manager spiegano con regolari report le scelte e i loro compensi sono pagati in base ai rendimenti e non all’entità dei fondi gestiti (spesso investono i loro soldi nei fondi secondo la formula “eat your own cook”). I primi studi fatti dimostrano che hanno retto meglio allo scoppio della bolla 2000-02 e che questi prodotti sfruttano meglio i periodi di crescita moderata, mentre non approfittano dei grandi rialzi, anche se prolungati (2006-07). In un decennio danno rendimenti più alti e meno rischi, quindi sono più adatti agli investitori meno sofisticati. È una rivoluzione copernicana che muove i primi passi negli Usa, ma non c’è motivo perché non si possa importarla subito anche da noi. In attesa delle banche proprietarie delle Sgr, possiamo farlo noi clienti: prima di sottoscrivere un fondo chiedete queste informazioni: 1) Quali sono i rendimenti a cinque anni? 2) Quante azioni normalmente sono in portafoglio 3) Quale è il turnover (cioè quanto tempo passa perché tutte le azioni in portafoglio vengano sostituite con altre)? 4) Il compenso dei gestori è fisso o variabile? E nel secondo caso, a cosa è legato? Lo sportellista o il promotore non saprà rispondere ad almeno la metà delle domande. Insistere non costa nulla. Quanto meno non tenterà più di vendervi il pacchetto riservato ai più sprovveduti.

     
 

5 Commenti

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  3. Calvin scrive:

    Tutto sbagliato, tutto da rifare :) La parte del leone nella perdita di masse la fanno le banche stesse, e le loro strategie successive all’introduzione della Mifid. Ne parlava giusto Plus un paio di mesi fa.

  4. l.conforti scrive:

    @ Calvin
    Le banche dirottano i risparmi altrove è un fatto. Una conferma che le scelte dei consumatori non contano, ma sono sportelli e promotori a decidere. E non è certo perchè forniscono “consulenze illuminate” ai clienti.
    In questo caso non aiuta la separazione tra Sgr e Banche che da almeno un anno la Banca d’Italia “minaccia”. In attesa di sviluppi, si lascia un’intera industria ad affondare. E dire che proprio ora con gli indici di borsa in discesa, rendimenti dei bond incerti e liquidità mangiati dall’inflazione, ci sarebbe tanto bisogno di gestori capaci di limitare i danni.
    Dall’altro lato non finirò mai di sorprendermi di quanto poco tempo e energie le “persone comuni” perdano per definire il destino del loro patrimonio. S’impegnano di più per scegliere la marca di caffè al supermercato
    per fare scelte

  5. Calvin scrive:

    D’accordissimo, è un atteggiamento che ha sempre anestetizzato il mio pietismo nei confronti di quelli che perdono i sudati risparmi investendo a caso.

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