Meno 50 miliardi di raccolta nel 2008. E la crisi italiana è simile a quella Stati Uniti. Ma oltreoceano si fa strada il “metodo Buffet”: ridurre le speculazioni e dare maggior trasparenza. Fregandosene del benchmark

L’industria del risparmio gestito italiano sta per “festeggiare” il fatto che già a maggio avrà perso più di 50 miliardi di euro, pareggiando in cinque mesi il catastrofico risultato dell’intero 2007. La fuga dei risparmiatori è cominciata in tempi di buone performance borsistiche e potrà solo peggiorare in un 2008 all’insegna dell’incertezza. Non solo, preoccupa che nessuno abbia un’idea per dare un segnale di discontinuità, magari limitandosi a qualche trovata di marketing e limitare i danni. Le idee da copiare, per gestori e risparmiatori, arrivano dagli Usa, dove i fondi comuni fronteggiano critiche analoghe. Non è visibile una fuga di capitali come da noi perché i lavoratori sono “costretti” a investire nel risparmio gestito per costruirsi la pensione, in modo autonomo o attraverso i famigerati 401k (fondi parzialmente finanziati dalle aziende). Ma proprio per questo sono meno disposti ad accettare rendimenti bassi e di dover pagare 45,6 miliardi di dollari in commissioni per un servizio pessimo. In teoria far guadagnare i sottoscrittori assicura più denaro e clienti, ma in realtà la competizione è simile a quella delle multinazionali del detersivo che si contendono gli scaffali nel supermercato. Anche nel risparmio gestito si è passati alle “armi di acquisizione di massa”: si spende per la pubblicità e per pagare chi (promotori e sportelli bancari) porta realmente clienti. Il risultato della gestione non è più un fattore, specie se poi ci si rivolge ad una clientela indistinta e sempre meno consapevole delle leggi della finanza. Per intenderci: da tempo nessuna massaia si chiede più se lava meglio il Dash o il Dixan, contano spot e promozioni.




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Tutto sbagliato, tutto da rifare
La parte del leone nella perdita di masse la fanno le banche stesse, e le loro strategie successive all’introduzione della Mifid. Ne parlava giusto Plus un paio di mesi fa.
@ Calvin
Le banche dirottano i risparmi altrove è un fatto. Una conferma che le scelte dei consumatori non contano, ma sono sportelli e promotori a decidere. E non è certo perchè forniscono “consulenze illuminate” ai clienti.
In questo caso non aiuta la separazione tra Sgr e Banche che da almeno un anno la Banca d’Italia “minaccia”. In attesa di sviluppi, si lascia un’intera industria ad affondare. E dire che proprio ora con gli indici di borsa in discesa, rendimenti dei bond incerti e liquidità mangiati dall’inflazione, ci sarebbe tanto bisogno di gestori capaci di limitare i danni.
Dall’altro lato non finirò mai di sorprendermi di quanto poco tempo e energie le “persone comuni” perdano per definire il destino del loro patrimonio. S’impegnano di più per scegliere la marca di caffè al supermercato
per fare scelte
D’accordissimo, è un atteggiamento che ha sempre anestetizzato il mio pietismo nei confronti di quelli che perdono i sudati risparmi investendo a caso.