Toy story 3

24/06/2010 - Anche quest’anno la Pixar suona la carica che la vede come leader incontrastata dell’animazione occidentale. E questa volta lo fa sbandierano il terzo episodio della serie che più ama e più la caratterizza. Quella della terza incarnazione di Toy story

     
 

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Anche quest’anno la Pixar suona la carica che la vede come leader incontrastata dell’animazione occidentale. E questa volta lo fa sbandierano il terzo episodio della serie che più ama e più la caratterizza.

Quella della terza incarnazione di Toy story è parsa fin da subito una mossa un po’ in controtendenza con la storia produttiva della Pixar. Una casa votata da sempre all’innovazione e alla reinvenzione stilistica, oltre che alla (a volte) abusata tematica del nuovo contro il vecchio, vedi Up, difficilmente si dovrebbe imbarcare in una saga come Toy story. Quello di realizzare un secondo sequel invece di procedere a spron battuto con carichi da novanta come Ratatouille e Wall-E può essere inquadrato come un malcelato tentativo di raggiungere le corde del ring. Insomma: non si può andare avanti in eterno a rinnovarsi e a meravigliare con prodigi sempre nuovi. Lo testimonia anche il fatto che alla regia ci sia Lee Unkrich. Unkrich è stato artefice di alcuni dei migliori lungometraggi della Pixar, ma mai da solo. E’ sempre stato il “co” di mostri sacri intoccabili come Docter e Stanton, ma non si è mai confrontato con il pubblico basandosi solo ed esclusivamente sulle sue forze. Se uniamo questi sospetti al fatto che il prossimo film Pixar sarà per la prima volta non una storia scritta originariamente dai membri della casa di produzione stessa, ma l’adattamento di un romanzo… Ci accorgiamo che il tema del momento è quello del voltare pagina.

RICORDI – E, guardacaso, il voltare pagina è proprio quello che troviamo come spunto iniziale della trama del film. Andy, il bambino che con Woody e Buzz ha passato interminabili pomeriggi a giocare, è cresciuto. Inevitabilmente cresciuto. E non ha più tempo per i propri giocattoli, che provano in tutti i modi ad essere “giocati” di nuovo. A questa situazione si aggiunge però un altro cambiamento nella vita di Andy. Il ragazzo infatti è alle porte del college. Ed è giunto il momento di liberare la sua stanza dai vecchi giochi per trasferirsi in città. La sorte del gruppo di pupazzi assortiti è povera di alternative. C’è l’attico: dimenticatoio in cui finire per essere riscoperti dopo decenni. C’è l’opportunità di essere donati a un asilo: lontani da casa e dal posto a cui appartengono, è vero, ma almeno luogo in cui assolvere alla propria missione giochereccia. Oppure c’è la pattumiera. Da ogni punto di vista possibile per inquadrarla, la situazione si fa povera di speranze.

BARBIE E KEN – La prima menzione d’onore, nonché uno dei più elementari aspetti da promuovere di Toy story 3, va ai giocattoli tradizionali per eccellenza. Va dato atto alla Pixar di essere in grado di riuscire a guadagnarsi l’aggettivo “originale” anche al terzo episodio di una saga e usando come personaggi la coppia più scontata che potesse mettere in scena. Sì, perché i duetti (nemmeno tantissimi, a dire la verità) tra Barbie e Ken nel film si rivelano spumeggianti e gradevoli. Insomma, Unkrich ha scritto un vero e proprio manuale sul “Come ti prendo due scontatissimi clichè e, rispettandoli in pieno, ti faccio divertire come non ti aspetti”. Niente di trascendentale, sia chiaro, ma piacevole. In generale tutto il comparto dei “nuovi personaggi” funziona molto bene. Forse si zoppica da più su inserti spagnoleggianti un po’ troppo à la gatto con gli stivali di Shrek. Le menzioni d’onore vanno invece alla scimmietta allarme (espressiva come non mai pur avendo la faccia paralizzata, ma a questo siamo abituati dai tempi di Wall-E) e al baby bebè azzoppato e sporco, che in più di un’occasione risulta inquietantissimo riuscito braccio destro del cattivo.

CINEFILIA – Il che ci porta a un secondo aspetto tutt’altro che da sottovalutare di Toy story 3 ovvero il mix di generi cinematografici. Unkrich dirige col piglio da grande navigato del cinema, come farebbe un (Robert) Rodriguez o, in misura minore, un (Hugo) Rodriguez. Qualche scena con protagonista il già citato bebè ha un fascino dell’horror al plenilunio assolutamente inaspettato. Ma anche, ad esempio, i momenti da jail movie o gli inserti da on the road sono realizzati con un’atmosfera e un’attenzione particolare. Sempre attento a non sforare nell’eccesso da patchwork e ricordandosi che questa è fondamentalmente un’avventura, Unkrich sa ogni tanto prendersi una pausa e far guadagnare spessore alla pellicola con questi veri e propri incisi di classe. Lodevole è anche la consapevolezza tutta Hitchcockiana riguardo all’antagonista. “Più riuscito è il cattivo, più è riuscito il film” si diceva. E i già citati momenti horror, la perfidia di un cattivo complicato e dotato di spessore (ben lungi dal bidimensionale di cartone made in Dreamworks), aggiunti alle ultime sequenze d’azione decisamente spaventevoli e intense non renderanno semplice la visione a chi si aspetta solo melassa per bambini.

VOLTA LA CARTA – Come non lo renderanno facile le premesse dellapellicola. Non è infatti comune vedere in un film con un determinato target dei contrasti così aspri come quelli che vivono Woody e la sua banda. Perfino gli altri film Pixar in realtà non avevano tali complicazioni iniziali: c’era un protagonista solo con il mondo, non due entità con un così esacerbato contrasto di convinzioni egualmente dignitose ed equivalenti. Tale contrasto si vive tutto fra chi ha un forte senso di appartenenza che non viene intaccato nemmeno da un (apparente) tradimento e chi invece si rassegna al suo destino e cerca nuove motivazioni per voltare pagina. Sì, voltare pagina, proprio quello che sta vivendo ora la Pixar. Non è azzardato fare un paragone tra la storia del film e quella della sua casa produttiva. La Pixar non è nuova a manifesti metacinematografici del genere, basti pensare a quello che era il rapporto Ratatouille (Pixar)-Linguini(Disney). Toy story 3 è un nuovo inizio già in marcia (anche la sceneggiatura “esterna” di Michael Arndt ne è testimonianza). Woody ci sta invitando alla coerenza, alla fedeltà e a un non aver paura di affrontare le conseguenze di ciò che scegliamo fino in fondo. Anche quando aver fretta di voltare pagina sembra la strada più comoda e semplice. Ci possiamo fidare di lui? Il risultato nel caso di Toy story 3 è buono, anche se assai meno dell’incredibile media che il film ha su IMDb, media che si meriterebbero Wall-E e Ratatouille. Ma non nego che l’azzardo è veramente grande e difficilmente si riesce a prevedere che cosa questo nuovo corso Pixar possa portare. E questo, francamente, mi piace. Se ci deluderanno saranno solo affari loro.

     
 

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