di A.V.
postato alle 10:54 del 22 Maggio 2008 in EsteriTorna alla home

Il cammino di Olmert e del suo popolo è a un bivio. Hezbollah, la Palestina e la politica interna i nodi da sciogliere. Con un occhio al futuro e al rinnovamento.

Dove va Israele? Ascoltando il presidente Bush che ribadisce alla Knesset la necessità di avere la pace, nasce il dubbio sul cammino che Olmert e il suo popolo stanno percorrendo in questo momento. Proprio ora, proprio nell’anno del 60esimo della nascita dello Stato d’Israele. Certo, il nodo cardine resta quello del processo di pace. Ma non è l’unico problema che il debole, per quanto ben intenzionato, premier israeliano deve affrontare. Da un lato Israele si è tenuta sapientemente in disparte per quanto riguarda la crisi libanese del fine settimana passato. In questo modo ha lievemente ridotto il volume delle voci che circolavano su un eventuale attacco contro Hezbollah. Con questo non significa che le Israeli Defence Forces (Idf) abbiano abbandonato le più che esplicite intenzioni di intervenire contro il “Partito di Dio”, per disarmarne le milizie, assestargli un colpo politico ed eventualmente pareggiare i conti rimasti aperti dalla guerra del 2006. Tuttavia questa passività ha il sapore dell’inoperosa attesa che il cadavere di Hezbollah passi davanti a Israele. Olmert può aver sperato che i colpi, che reciprocamente si sono inferte le varie milizie nelle strade di Beirut, potessero indebolire Nasrallah e soci, in modo da permettere alle Idf un intervento successivo più agevole. Così non è stato. Al momento però. Perché il dossier Libano certo non si è chiuso con quella che, in fondo in fondo, si è ridotta a una scaramuccia. E infine non va dimenticato che la morte di Mughniyeh a metà febbraio è già un bel successo per chi lo brancava e un duro colpo per Hezbollah. Insomma, Israele ha capito che non conviene usare la forza ora, così non si è mosso. Lo farà in seguito? Questo è il dubbio e insieme il timore di molti. Anche tra gli israeliani stessi.

PALESTINA MON AMOUR - Le probabilità in questo senso sono più concrete se ci si rivolge verso Gaza. Lì la crisi resta aperta. Sderot e Ashkelon continuano a essere oggetto dei lanci dei razzi, da parte delle milizie palestinesi. Nel frattempo la popolazione della Striscia – già stremata da un inverno freddissimo – continua a soffrire le pene dell’assedio. E per quanto Olmert e Abu Mazen siano convinti che a un compromesso si possa pure arrivare, il problema è chi potrebbe dirlo ad Hamas. Perché non bastano le pressioni per la liberazione dei tre soldati israeliani rapiti nel 2006. D’accordo, anche loro hanno un valore nelle trattative. La stessa comunità ebraica di Roma, affiggendo le foto dei tre ragazzi sui cancelli del Tempio, sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica italiana. Ma i negoziati vertono su questioni ben più strutturali, per esempio la sospensione del contrabbando di armi nel Sinai. E mentre questa settimana si apre con Barak che incontrerà Mubarak al Cairo, dove contemporaneamente arriverà anche una rappresentanza di Hamas – proprio per fissare le condizioni di una tregua – molti ministri israeliani hanno raccomandato di colpire duramente quest’ultima, con un’operazione militare in grande stile nella Striscia. Una richiesta che imbarazza il loro Primo ministro, il quale si sta spendendo per la risoluzione pacifica di tutti i problemi.

E DENTRO? - Infine la politica interna. Settore in cui il premier sembra perdere ancora più punti che in quello diplomatico. Non gli giova infatti l’essere sotto inchiesta per presunte tangenti e finanziamenti illegali. Faccenda, questa, che si somma ad altre precedenti e che indebolisce ulteriormente il consenso nazionale. Stretto tra i fuochi del dialogo piuttosto che le armi – sia in Libano sia a Gaza – e del rischio di andare alle elezioni anticipate, che molto probabilmente perderebbe, Olmert ha lasciato tutti di sale quando ha promesso di costruire circa 600 nuovi appartamenti nella colonia cisgiordana di Betar Illit, vicino a Gerusalemme. Il progetto va contro l’annosa questione degli insediamenti israeliani nei territori chiesti in restituzione dall’Anp e che Washington ha detto di risolvere una volta per tutte. Ma come dar torto al povero Olmert, quando tutti aspettano la sua definitiva caduta? In primis Netaniyahu, il quale sa di aver in pugno una buona parte dell’opinione pubblica. Senza dimenticare poi Barak, che non nasconde le ambizioni di riassumere la leadership. Oppure di Avi Dichter, il ministro per la Sicurezza pubblica che si è detto disponibile ad assumere la guida di Kadima nel caso Olmert dovesse crollare. Un volto nuovo, quest’ultimo, che fa il paio con Tzipi Livni, l’energica Ministro degli Esteri che tanto ricorda la carismatica Golda Meir. Interessante è notare che sia Dichter sia la Livni hanno due buone carte da giocarsi. Il fatto di essere volti relativamente nuovi, o comunque che non hanno una precedente esperienza di Primo ministro, vedi Netaniyahu e Barak. Ma soprattutto di essere – com’è invece Olmert – seriamente intenzionati a portare avanti il processo di pace. In entrambi i casi sarebbe più chiara la rotta che Israele vuole prendere.

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