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Gli indios che vivono sul tesoro del Perù

La riserva di Nahua-Kugapakori, nel Perù sudorientale, ospita numerose tribù indigene del Perù che hanno scelto di condurre la loro esistenza in “isolamento volontario”, mantenendo intatto il loro stile di vita improntato al nomadismo e senza nessuna contaminazione dal mondo esterno. Ma per gli indigeni di Nahua il paradiso potrebbe presto finire: perché la loro riserva nella foresta amazzonica è costruita su un enorme giacimento di gas. Che il governo peruviano e i colossi energetici sono ben decisi a sfruttare fino in fondo.

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SUPER CONSORZIO – I principali stakeholder di questa vicenda che sta scuotendo il Sudamerica sono due, entrambi intenzionati a trarre il massimo profitto: da una parte il Camisea consortium, un supergruppo guidato dal colosso petrolifero argentino Pluspetrol e composto dalla texana Hunt Oil, dalla spagnola Repsol, dalla coreana SK Energy e dalla  Sonatrach, interessato a continuare le trivellazioni anche in quella parte di territorio che fa già parte della riserva. Dall’altra c’è il governo peruviano, che deve autorizzare le trivellazioni e che, secondo l’agenzia di stampa Andina, avrebbe ricevuto dal consorzio qualcosa come 95,8 milioni di dollari in royalties.

LA LEGGE, L’INGANNO – Ovviamente, la legge peruviana parla chiaro, e parla a favore degli indios: World War 4 Report ha recentemente sottolineato le parole di un Decreto Supremo del 2003, approvato all’inizio dei lavori del consorzio Camisea nell’area di Cuzco: il decreto vieta qualsiasi tipo di sfruttamento delle risorse naturali della riserva e mette in primo piano la salvaguardia della foresta e la sopravvivenza delle tribù. Tuttavia, il governo peruviano ha già autorizzato parte delle trivellazioni del famigerato Blocco 88, quella pozione di giacimento che si sovrappone al territorio della riserva. L’approvazione delle trivellazioni è stata possibile grazie a un cavillo legislativo che vede il decreto applicabile soltanto ai nuovi progetti di estrazione presentati dopo l’istituzione della riserva. O, almeno, questa è la spiegazione fornita da Ivan Lanegra, viceministro degli Affari Interculturali del Perù.

 

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LA LOTTA DEGLI INDIGENI – Agli indigeni non è rimasta altra scelta che far sentire la propria voce: per quanto possano aver scelto di voler vivere in isolamento, sanno bene cosa sia un avvocato e hanno deciso di intraprendere una battaglia legale per salvaguardare la propria stessa esistenza. Secondo quanto riportato dal Guardian, l’Aidesep, la maggiore sigla a sostegno dello sviluppo della foresta pluviale peruviana, ha deciso di portare il caso in tribunale: l’obiettivo è fermare l’espansione delle trivellazioni nella riserva: un affare da 70 milioni di dollari. L’Aidesep rappresenta 67 federazioni indigene e ha deciso di fare causa allo stato del Perù per essere venuto meno al patto di inviolabilità della riserva e aver minacciato la “sopravvivenza fisica e culturale” delle “persone in isolamento”. Una minaccia che, secondo l’avvocato Julio Ibanez, potrebbe portare allo “sterminio delle tribù”. Si tratta di un rischio reale: vivendo isolati dal mondo gli indigeni potrebbero contrarre malattie per loro mortali: nel 1984 circa il 60% degli abitanti di Nahua morì a causa di una serie di epidemie scoppiate dopo l’arrivo degli uomini della Shell, che per primi scoprirono il giacimento di gas.

GAS A BASSO COSTO – Purtroppo per gli indios, però, il giacimento di gas su cui vivono è uno dei punti di forza dell’intero paese: il presidente peruviano Ollanta Humala conta di trasformare il consorzio Camisea nel primo attore energetico del paese, per portare gas a basso costo per uso domestico in ogni angolo del Perù. Il giacimento di Cuzco custodirebbe 2.600 trilioni di metri cubi di gas, molti dei quali custoditi nelle viscere della terra del Blocco 88. Ma, per il 75%, il Blocco 88 coincide con il territorio della riserva. E per gli indios si prospetta una lunga e dura battaglia.

 

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