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La città che lava i diamanti di sangue

Surat, India. Una città di oltre cinque milioni di abitanti sulle sponde del Mar Arabico, poco battuta dagli itinerari turistici ma con un’importanza commerciale enorme. La quasi totalità del commercio di diamanti dell’intero pianeta – legali o meno che siano – passa infatti da questa città.  Jason Miklian, giornalista del Foreign Policy, ha raccontato il ruolo di questa metropoli nel commercio di queste pietre preziose e nei traffici illeciti che lo accompagnano.

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LA CITTÀ DEI DIAMANTI – Surat è la quarta città del mondo per velocità di espansione, anche grazie al commercio dei diamanti che giungono in città a bordo di vecchi treni sorvegliati a vista da guardie armate. Le pietre, ancora grezze, vengono lavorate in innumerevoli opifici. Dei cinque milioni di abitanti di Surat, si stima che almeno 500.000 lavorino nell’industria dei diamanti. Le gemme arrivano con ogni mezzo dall’Africa, dall’Asia Centrale e da ogni altro centro minerario per poter essere lavorate sfruttando la manodopera a basso costo dell’India, senza che nessuno faccia troppe domande circa la provenienza delle pietre. La città belga di Anversa, che per 500 anni è stata il quartier generale del mondo dei diamanti, ha perso il suo predominio sul mercato proprio a causa della “troppa burocrazia”, ma a Surat c’è posto per tutti, anche per quei “diamanti insanguinati” che finanziano i conflitti nelle zone di guerra. L’intero sistema è protetto da un’intricata rete di famiglie, brokers e intermediari che lavorano quasi esclusivamente sul mercato nero. A Surat, i bassi salari e la scarsa regolamentazione del mercato hanno dato vita a una specie di paradiso dell’industria del diamante: il 90% delle gemme passano da questa città per essere sgrezzate e tagliate. E, soprattutto, per far perdere ogni traccia della propria provenienza. Un mercato che, ogni anno, frutta 40 miliardi di dollari.

NUOVI PROTAGONISTI, VECCHIO GIOCO – Il mondo dei diamanti è cambiato e chi gioca sporco ha trovato nuove strade per condurre il gioco. L’impero di De Beers, per anni unico signore dei diamanti, è stato lottizzato e venduto ad altri gruppi, i mercati di Hing Kong e Dubai si sono imposti sulla vecchia guardia e oggi la borsa dei diamanti più importante del mondo ha sede a Mumbai.  E, ovviamente, i signori della guerra hanno trovato il modo di aggirare anche i vincoli imposti dal Kimberley Process, un protocollo redatto da un gruppo di organizzazioni per i diritti umani che tutela i lavoratori dell’industria dei diamanti e che fornisce una sorta di “passaporto” per le pietre grezze, in attesa di essere spedite. Il certificato Kimberley è uno standard accettato in tutto il mondo, che attesta la provenienza “pulita” dei diamanti ma è ancora un sistema estremamente basilare. E a Surat nessuno si pone troppe domande.

 

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DANNI COLLATERALI – A dispetto della sua straordinaria ricchezza economica, Surat non è certamente un paradiso. Il lavoro minorile è ovunque e quando il film Blood Diamond uscì nella sale, molte imprese finirono al centro dello scandalo. Ma i bambini non hanno smesso di lavorare: sono solo stati trasferiti ai margini della città, in una zona meno in vista. Una persona che lavora i diamanti fa un lavoro duro e pericoloso: a 35 anni la vista è già compromessa e subentrano presbiopia e strabismo. Anni passati a respirare microscopici granelli di polvere di diamante provocano tubercolosi e malattie respiratorie.

CONTROLLI IMPOSSIBILI – Una volta lavorate e tagliate, i diamanti vengono impacchettati e continuano il proprio viaggio verso il Nord America, l’Europa, l’Asia. Ogni scatola è accompagnata da una serie di certificati: è impossibile controllarli tutti. Così, per le guardie che dovrebbero sovrintendere il commercio delle gemme, “Il processo Kimberley non è rilevante” e gli ispettori non possono svolgere il proprio lavoro. Così, i diamanti insanguinati, illecitamente estratti e venduti per finanziare i conflitti in Africa e poi lavorati a Surat dalle mani di un ragazzino, vengono lavati dal sangue che li accompagna, pronti per diventare raffinati gioielli senza che nessuno conosca la loro storia.

 

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