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Il revival di Benito Mussolini in Italia

Non sono bastate la soppressione della democrazia e di qualsiasi forma di libertà, le leggi razziali e l’aver trascinato il nostro paese in un ventennio alla totale rovina. Sessantotto anni dopo Piazzale Loreto a Milano, simbolo macabro della fine della guerra e del Fascismo, il volto di Benito Mussolini è diventato un’icona-pop,  come ha denunciato il Guardian con un reportage realizzato dal nostro paese. Un revisionismo storico che ha portato il Duce a trasformarsi in oggetto di marketing: dai calendari, alle tazze, alle magliette, fino ai gadget più strani, il fantasma di Mussolini è tornato. E i numeri delle vendite mostrano i segni di una preoccupante deriva neofascista, soprattutto tra le nuove generazioni. Ma chi sono i responsabili? Il quotidiano britannico attacca Silvio Berlusconi e la “sottile riabilitazione” avuta durante il suo governo.

MARKETING NERO – A guardare i numeri delle vendite del “marketing nero”, sembra che il “ventennio” non sia per tutti una pagina da cancellare nella storia del nostro paese. O meglio, da tenere a mente e ricordare: per evitare che si possa ricadere negli stessi tragici errori. Nel suo reportage dall’Italia, il Guardian ha intervistato diversi edicolanti, compreso un 78enne che nel suo negozio a Roma mostra i nuovi calendari. Anche per il 2013 quelli con le immagini del “Fascismo” continuano ad essere molto richiesti. E lui stesso non nasconde le sue nostalgiche simpatie: ”Sono nato in quell’epoca. Il Duce ci metteva il pane sulla tavola, non posso tradire la mia cultura”. Parole che, a quasi 70 anni dalla fine del regime fascista, risuonano ancora inquietanti. C’è anche chi, come il proprietario di una tipografia romana, la Gemma 3000, spiega: “Vendiamo più calendari “neri” di quanti ne vendevamo 10 anni fa, li comprano soprattutto i giovani”. Senza dimenticare come il culto nero del Duce stia crescendo sempre di più nei licei romani, come testimoniano anche i disordini spesso creati dalle associazioni neofasciste o dai giovani militanti di Casa Pound. O le infiltrazioni dei neo-fascisti tra gli ultras del tifo romano: il Guardian cita anche la violenta imboscate tesa nel mese di novembre da gruppi di delinquenti organizzati contro tifosi del Tottenham, prima della partita con la Lazio di Europa League. E i cori allo stadio dei laziali, che cantavano “Juden Tottenham”, in riferimento al patrimonio ebraico degli Spurs.

MAINSTREAM– Così il culto del Duce è diventato mainstream. E spesso richiamarsi all’ideologia fascista non crea nemmeno più quello scandalo che ci aspetterebbe. Senza contare i soliti attacchi alla nobile memoria della Resistenza. O contro “Bella Ciao”, come è successo all’ultima cerimonia degli Ambrogini a Milano, con il canto popolare vittima del revisionismo storico di Pdl e Lega, che la giudicavano come “canzone di una parte”. E che dire della decisione di Affile, una città a sud di Roma, di destinare 100.000 euro di fondi pubblici per realizzare una tomba per ricordare Rodolfo Graziani, uno dei generali fascisti più assetati di sangue, accolta con un’indifferenza incredibile, se si escludono le proteste dei partigiani dell’Anpi.

BERLUSCONI – Ma chi sono i responsabili del ritorno del fantasma fascista, diventato icona-pop? Secondo il Guardian a rispolverare la reputazione di Mussolini è stato Silvio Berlusconi, con i suoi governi composti per anni da ex missini come Gianfranco Fini, prima del divorzio e la progressiva “conversione” dell’attuale leader di Fli. Ma il governo Berlusconi, secondo il Guardian, si è spesso macchiato di complicità, soprattutto per non aver denunciato i disordini spesso causati dai gruppi neofascisti. E come non dimenticare come lo stesso Berlusconi sia incorso in una memorabile gaffe nel 2003, quando disse che “Mussolini non uccise nessuno, mandava soltanto la gente in vacanza all’estero”. Ma l’ammirazione del Duce era comune a tutta la cerchia degli amici di Berlusconi. Compreso il senatore Marcello Dell’Utri, che ha descritto Mussolini come uno “straordinario uomo di grande cultura”. Parole che non possono essere certo dimenticate.

(Photocredit: Ansa, The Guardian)

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